Figura centrale e fuori dalle mode, Maria Teresa Mascarello porta avanti una delle cantine più identitarie delle Langhe. Tra cemento mai abbandonato, rifiuto delle semplificazioni territoriali e un’idea di vino legata all’annata più che allo stile, il suo è un racconto che va controcorrente senza bisogno di dirlo. Entrando in sala vinificazione, ogni cosa è in ordine, anche più moderno di quanto ci si potrebbe aspettare. «Mio nonno ha fondato l’azienda nel 1919. E da allora la scelta è sempre stata quella di rimanere in una dimensione artigianale e familiare». Cinque ettari costruiti nel tempo, senza un progetto di espansione e senza mai cambiare direzione produttiva. «Per come la vedo io, essere piccoli, oggi, è un vantaggio: riesci a seguire ogni fase del lavoro, dalla vigna alla cantina. Con cinque ettari sono contenta; se ne avessi di più sarebbe complicato – prosegue – Poi, con la crisi attuale, produrre un vino che si chiama Barolo aiuta, eccome».

«Non abbiamo mai pensato di fare un vino da singola menzione geografiche aggiuntiva». Da qualche anno, però, il sistema si è mosso altrove e le menzioni geografiche hanno ridisegnato la percezione del Barolo, spingendo sempre di più verso la parcellizzazione. Una direzione che qui non è mai diventata necessità. «Una volta potevi scrivere in etichetta da dove arrivava il vino, anche se era un assemblaggio di più toponimi. Non era poesia, era solo la verità», spiega. Ora non è più consentito. «Chi come noi ha vigne in comuni diversi, non può più riportarle in etichetta. O metti una vigna singola, oppure la menzione comunale», precisa. E così, in alcuni casi, bisogna arrangiarsi.
«Chi storicamente aveva i nomi dei toponimi ha dovuto toglierli, per poi ricorrere a un nome di fantasia. Capisco la scelta della zonazione, anche dal punto di vista del marketing. Ma andrebbe anche rispettato quello che per tradizione c’era già. Non siamo in Borgogna», ricorda sospirando. Nel pluricelebrato Barolo prodotto le vigne sono diverse: Cannubi, Rué, Rocche dell’Annunziata, San Lorenzo, a cui si è aggiunta Monrobiolo di Bussia. Suoli, esposizioni, equilibri differenti.
«La ricetta dei nostri vecchi è sempre stata questa. E oggi, con questo clima è una scelta che aiuta», dice. In annate sempre più imprevedibili, l’assemblaggio diventa una forma di stabilità. Non si cerca la somma, ma un equilibrio dato da istinto e cultura produttiva. «Ogni vigna porta qualcosa. Ma solo insieme trovi completezza, una complessità che con la singola vigna non puoi mai raggiungere». Ed è qui che la direzione diventa anche identitaria: «Sulla carta, il nostro Barolo è alla base della piramide rispetto a chi imbottiglia i singoli cru. Ma è una scelta che portiamo avanti da sempre, con orgoglio», sottolinea. Nessuna gerarchia rigida, né percentuali da replicare: «Non è una formula decisa a tavolino. Solo la quantità prodotta dalle vigne, che cambia in ogni vendemmia. Quello che la natura ti dà».
Natura è anche il clima che cambia. Non solo una questione di caldo o freddo, ma di percezione: «Siamo tarati su temperature talmente alte che quando non arrivano pensi che l’annata sia fresca. Ma non è così. È solo meno calda», osserva.
La 2025, per esempio, è stata una delle annate più calde di sempre nelle Langhe. Ma il modo in cui il caldo si è distribuito ha cambiato la lettura. «Quando sei abituato a 35-38 gradi, qualche grado in meno può ingannarti». Il caldo anticipa un po’ tutto, sfalsando anche le scelte vendemmiali. «Fino a neanche un mese prima pensavamo a ottobre, ma, alla fine, abbiamo raccolto tutto entro il 30 settembre», racconta. E diventa più difficile anche rispondere a una domanda che sembra semplice. «Oggi sempre più persone ci chiedono quando dovrebbero stappare un nostro Barolo. Come se fosse una risposta facile da dare, il momento giusto, preciso». Il clima è cambiato, ma anche i gusti di chi beve. «Una volta si diceva: questo lo stappi tra dieci anni, quest’altro tra quindici. Ora è più complicato; poi dipende anche da cosa cerchi in un vino, per la complessità devi aspettare».

vasche di cemento
«Puoi mettere in campo tutta l’esperienza che vuoi, ma oggi è sempre più difficile leggere un’annata. Ogni volta è un discorso diverso», afferma. E in cantina, le scelte seguono inevitabilmente questa instabilità. Con decisioni che cambiano di anno in anno. «Il cappello sommerso, per esempio. L’ultima volta lo abbiamo fatto nella 2021, poi accantonato nelle tre annate successive per via delle caratteristiche dell’uva. Lo abbiamo ripreso nella 2025». Gli strumenti in cantina però non cambiano. «Nel periodo dei Barolo Boys si demoliva il cemento per far spazio all’acciaio, ai rotovinificatori. Sembrava non se ne potesse fare a meno», ricorda. Ma nel frattempo, il cemento è tornato in auge. «Noi non l’abbiamo mai messo in discussione. Queste vasche le hanno comprate mio padre e mio nonno più di sessant’anni fa», aggiunge. Mentre le barrique a Barolo sembrano scomparse.
E le diatribe di quegli anni, come se non fossero mai esistite. «Oggi però sono tutti tradizionalisti». Nel frattempo, qualche rinnovamento era necessario. «Abbiamo migliorato alcune cose, ma senza stravolgere. Si può sempre migliorare». Un tavolo per la cernita delle uve, una diraspatrice più delicata, uno scambiatore di calore. «Trent’anni fa il problema era il freddo. Ricordo mio padre che in ottobre metteva una stufetta davanti alle portelle delle vasche. Ora è l’opposto».

rimedi anti gelo in vigna
Fuori, intanto, il sistema cambia: si costruisce di più, si comunica di più. «Si è costruito tanto ma non sempre con attenzione. Molte cantine sono pensate più per accogliere che per fare vino». Tanti giovani si avvicinano a questo lavoro, anche a Barolo. «Molti hanno recuperato le pratiche tradizionali. E sembrano avere anche una maggiore sensibilità ambientale. Fa piacere». Ma nella zona le pratiche in vigna oscillano. «Con le difficoltà delle ultime annate, tra piogge e malattie funginee, purtroppo si iniziano a rivedere i diserbanti sottofila», osserva. Si investe sempre più denaro, e non ci si può permettere di perdere. «Dalla natura si vuole prendere il più possibile. Ma quando si tratta di fare sacrifici? Diciamo che non siamo tutti disposti a farli – aggiunge – A rimetterci è soprattutto l’ambiente».
Nelle Langhe, sempre più spesso, si espiantano vitigni storici come il dolcetto per fare spazio al più famoso e remunerativo nebbiolo. «Non abbiamo mai pensato di abbandonare il dolcetto. Per noi è importante», dice. Anche se è uno dei vitigni che ha sofferto di più.
«C’è chi lo espianta e chi, in altre zone, ha provato a renderlo più importante, con macerazioni più lunghe e passaggi in legno. Ma significa snaturarlo. Oggi anche il clima ci si mette, con maturazioni sempre più spinte, gradazioni che si alzano». Poi però arriva un’annata d’altri tempi. «Quest’anno abbiamo un Dolcetto da 12 gradi e mezzo. Era da trent’anni che non succedeva». Non una scelta ma una conseguenza. «È l’annata. E infatti lo ritrovi nel bicchiere. È più vicino a quello che è sempre stato». Un vino sincero, diretto: «Quello che si beveva tutti i giorni». Accanto al dolcetto, la freisa, altro vitigno da non disperdere: «Per tradizione la facevamo vivace. Ma con temperature e grado alcolico degli ultimi anni, la rifermentazione stentava a svolgersi. Per cui abbiamo deciso di farla ferma».

vigneti di dolcetto
Ci sono poi dettagli che raccontano un altro lato del lavoro. Le etichette, per esempio: «Avendo avuto problemi di salute che gli impedivano di andare in vigna, mio padre mi aiutava con le pubbliche relazioni in cantina. E un po’ per gioco si era messo a disegnare etichette», racconta. Senza prendersi sul serio: un modo “per aiutare la baracca”. «Diceva: guarda tu se a 60 anni mi devo mettere a fare disegni come i bambini». Col tempo, alcune di quelle etichette sono diventate dei veri e propri manifesti. «Non c’era una logica legata al disegno o all’annata. Era tutto casuale e spontaneo», spiega. Ne conserva circa 600 diverse, eppure capita che qualche cliente storico, ogni tanto, gliene mostri in foto alcune che lei non ha mai visto. La logica però rimane sempre quella: un’etichetta disegnata ogni cassa da dodici bottiglie. «Purtroppo qualcuno ha iniziato a specularci. Ma il vino all’interno è lo stesso dell’etichetta classica, e da noi ha lo stesso prezzo», aggiunge.

Quando il discorso si sposta sulle donne nel vino, la risposta è netta. «A me dà fastidio quando l’essere donna diventa marketing», dice. «Che tu sia uomo o donna, la discriminante è che devi essere capace». Negli ultimi anni il tema è diventato sempre più visibile. «Si fanno articoli, libri, conferenze. Sembra che il valore sia nell’essere donna, quando invece dovrebbe stare nel merito». E di recente gli esempi negativi non mancano: «Da una donna mi aspetto sensibilità, umanità, ma se il comportamento è quello di alcune donne al potere oggi, mi dissocio dal genere femminile», conclude.
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