Con 30 gradi in media tra giorno e notte, la Francia ha registrato mercoledì 24 giugno il record di temperatura di sempre della propria storia. Colpa di un’imponente massa di calore subtropicale proveniente dall’Africa che perdura da almeno 20 giorni in tutta Europa, Italia compresa. Una prima fiammata estiva, coincisa con il solstizio d’estate. Uno degli effetti tangibili del riscaldamento globale che la viticoltura italiana ed europea conoscono bene da qualche decennio. Luigi Tarricone è primo ricercatore del Centro Ricerca Viticoltura ed Enologia del Crea (Crea-Ve) diretto da Walter Chitarra.
Al settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso, mentre è impegnato in Puglia in un progetto di ricerca nei vigneti di nero di Troia a Castel del Monte, spiega gli effetti, i rischi e i rimedi di uno status emergenziale che ormai va definito più come «disordine climatico» che non crisi climatica. Tanto per citare l’ultimo dato disponibile, reso noto il 24 giugno: l’Università dell’Aquila e il Cnr hanno rivelato come dal 2013-2014 la velocità di incremento delle temperature medie globali abbia registrato un valore quasi doppio rispetto ai decenni precedenti.
Luigi Tarricone (Crea-Ve)
Registriamo in questi giorni temperature superiori a 35 gradi e un incremento dei giorni molto caldi che provocano uno stato di fotoinibizione sulla vite, con chiusura degli stomi, riduzione dell’attività fotosintetica e conseguente stress. Una condizione che, se prolungata, può determinare ustioni nelle bacche e degradazione della qualità finale delle uve. L’effetto generale sulla pianta è lo sfasamento tra maturità tecnologica e maturità polifenolica e, soprattutto, si rischia la caduta dei livelli di acidità.
Quali sono gli altri problemi?
Altro problema legato alle alte temperature sono le notti calde: siamo passati da notti temperate a notti con temperature superiori a 18-20 gradi. E sappiamo quanto il salto termico sia fondamentale per lo sviluppo di polifenoli, antociani e aromi delle uve i quali possono risultare compromessi.
Ci sono aree più a rischio?
Se guardiamo alle macro regioni, sicuramente Puglia e Sicilia sono tra queste. Ma anche nei vigneti del nord, in Veneto e in Trentino, gli effetti termici si fanno sentire. Teniamo presente che in queste aree si parla ormai di irrigazione quando prima non era un tema da affrontare.
In sostanza, l’obiettivo è trovare il modo di gestire la risorsa idrica.
Sicuramente, un razionale utilizzo dell’acqua consente di rendere più resistenti i vigneti.
In questo quadro complesso, cosa può fare la viticoltura?
In generale, dovrebbe spostarsi in altitudine e anche in latitudine per continuare a ottenere dei vini freschi.
E quei vigneti che non possono essere trasferiti?
Oltre all’irrigazione, dobbiamo cercare di attenuare gli effetti delle temperature alte, usando sostanze che li riducono, come il caolino (un’argilla bianca che viene micronizzata; ndr) che permette di abbassare la temperatura della chioma e del grappolo. Altro rimedio è l’uso di reti ombreggianti sulle controspalliere, dal momento che nei vigneti italiani abbiamo, generalmente, forme di sviluppo verticale, che subiscono la radiazione solare in maniera diretta nelle ore pomeridiane. E questa è una condizione che incide negativamente sulla pianta.

Quindi, bisognerebbe modificare gli impianti viticoli?
Bisognerebbe favorire una disposizione su piani orizzontali o inclinati in modo da favorire una radiazione solare diffusa. Per esempio, il sistema a tendone rivisitato, con densità diverse da quelle attuali.
Ci può spiegare meglio?
Impianti con non più 4-5mila viti per ettaro, in cui incrementare la distanza sulla fila per dare alla pianta più spazio per sviluppare le radici. Si è parlato tanto di competizione tra le viti, ma alla luce dello stress termico, luminoso e radiativo, c’è bisogno ora di ridurre questa competizione radicale.
Ha accennato alle reti di protezione. Per le imprese potrebbe essere un investimento necessario?
Le reti consentono di avere maggiore protezione dal sole e dalla grandine. Per le imprese, si tratta di un investimento che va fatto, con costi stimati in circa 10-12mila euro per ettaro ma che si ammortizzano nel giro di 7-8 anni
C’è poi l’aspetto che riguarda la gestione del suolo.
Per l’eccesso termico, in linea generale, i suoli vedono ridursi la sostanza organica che, invece, è fondamentale perché aumenta la capacità di ritenzione idrica della vite. Oggi, bisogna parlare di benessere radicale, favorendo gestioni colturali con l’uso del sovescio o di cover crop temporanee (colture di copertura; ndr) che migliorano il microbioma con effetti positivi sulla biodiversità che, a sua volta, si trasferisce nel bicchiere. Ecco perché l’Italia deve preservare la propria varietà ampelografica.

Grappoli di uve chardonnay – foto credits: Magnific
Sono disponibili biostimolanti che consentono alla pianta di migliorare la resistenza: estratti di alghe e sostanze organiche, derivate anche da lieviti inattivi, da distribuire e irrorare sulla chioma, in grado di favorire la tolleranza allo stress idrico anche delle radici. Il capitolo della biostimolazione è interessante. E come Crea abbiamo lavorato sulla biodiversità microbica individuando quei microrganismi benefici che consentono una maggiore tolleranza alla carenza d’acqua.
L’acqua, che è il problema più grande …
Occorre sicuramente rendere le viti più resilienti, anche attraverso l’uso di portinnesti che tollerano l’aridità. Stiamo conducendo degli studi che consentano di fornire indicazioni sui nuovi impianti viticoli che la viticoltura italiana dovrà in futuro considerare, in fase di rinnovo delle superfici viticole.
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