«Il vino è la poesia della terra», scriveva Mario Soldati, e viene da chiedersi cosa penserebbe, oggi, di un mondo in cui il vino si racconta troppo spesso attraverso strategie di mercato e dati di consumo. Eppure quella frase non è del tutto archeologia: c’è ancora chi pensa che una bottiglia sia prima di tutto un luogo, e che quel luogo meriti di essere visitato, raccontato, persino abitato per qualche ora.
Borgo Conventi si trova a Farra d’Isonzo, in quella porzione di Collio dove le colline si addolciscono e i filari sembrano disegnati apposta per essere fotografati, anche se, va detto, l’azienda esisteva molto prima che qualcuno pensasse a Instagram. Il nome, intanto, arriva da una leggenda: un feudatario locale, Rizzardo di Strassoldo, dona un appezzamento di terra ai Padri Domenicani, che vi costruiscono un convento. Da lì il toponimo, e da lì, in qualche modo, tutto il resto. Fondata nel 1975 da Gianni Vescovo, tra i primi a portare il nome del Collio fuori dai confini regionali, quando ancora non era un’operazione di branding ma semplicemente un lavoro di pazienza, oggi la tenuta è parte della famiglia Moretti Polegato, nomi che nel vino veneto e friulano ricorrono da generazioni.
Venti ettari in Collio, dieci nell’Isonzo, certificazione Biodiversity Friend: numeri che, presi da soli, dicono poco, ma che insieme raccontano un certo modo di stare sulla terra. Sotto le vigne c’è la ponca, marne e arenarie depositate da un mare che non esiste più, e che oggi regala ai vini del Collio quella sapidità minerale che li rende, userò un termine abusato, ma qui calza, riconoscibili. Friulano, Ribolla Gialla, Sauvignon, ma anche Refosco e Schioppettino: un vocabolario che parla solo la lingua del posto, senza traduzioni internazionali.

Dal 2019 Borgo Conventi è entrata nell’orbita di Villa Sandi, e con essa in un discorso più ampio, e più antico di quanto si pensi, sul rapporto tra vino e arte. Villa Sandi, edificio di scuola palladiana incastonato tra le colline del Prosecco patrimonio Unesco, ospita da anni mostre, concerti, eventi culturali: niente di nuovo, se si pensa che per secoli le ville venete sono state al tempo stesso aziende agricole e luoghi di collezionismo, di mecenatismo, di incontro tra mondi che oggi consideriamo separati. Nel 2024 è arrivata la collaborazione con la Collezione Peggy Guggenheim, attraverso l’adesione al programma Guggenheim Intrapresae: un dettaglio che potrebbe sembrare marginale, ma che in realtà racconta bene un’idea precisa, e cioè che il vino non sia solo un prodotto agricolo, ma parte di un patrimonio culturale più ampio, esattamente come, qualche secolo fa, lo erano i quadri appesi nelle stesse ville dove si amministravano i vigneti.

C’è poi un secondo livello, più quotidiano, in cui questo discorso si traduce. A Borgo Conventi l’estate porta con sé un calendario di appuntamenti che vale la pena guardare non come una lista di eventi. Le passeggiate di Vigneti Aperti permettono di camminare tra i filari e di entrare in barricaia – dove il vino, per dirla semplicemente, sta fermo e cambia, in un processo che ha più a che fare con l’attesa che con la produzione – per chiudere con una degustazione guidata. Da giugno, ogni giovedì, ci sono le serate musicali con aperitivo: due calici, qualche assaggio locale, e una colonna sonora che cambia di settimana in settimana, tra jazz, swing, sonorità brasiliane, flamenco, momenti più intimi con arpa e violino. Per i più piccoli ci sono i laboratori Natur…arte, realizzati con OPS!LAB, pensati intorno a occasioni come il Solstizio d’Estate, mentre i genitori, si godono un calice con vista sulle vigne, che non è un dettaglio da sottovalutare.
Tutto questo, preso singolarmente, potrebbe sembrare poco più che un’offerta di intrattenimento stagionale. Ma è anche, e forse soprattutto, il segnale di qualcosa che sta accadendo in molte cantine italiane: l’enoturismo smette di coincidere con la sola degustazione, e diventa un’esperienza che intreccia paesaggio, cultura locale, persone.
Il Collio ha un carattere schivo. Le colline che separano l’Italia dalla Slovenia non si impongono con effetti spettacolari: si lasciano scoprire piano, tra filari che seguono il profilo dei pendii, boschi, paesi piccoli raccolti attorno ai campanili. È un territorio che, se lo si guarda solo per quello che produce, rischia di essere raccontato a metà: è anche un archivio di confine, fatto di lingue che si mescolano, di abitudini tramandate, di paesaggi modellati da secoli di lavoro, una stratificazione che non si vede a colpo d’occhio, ma che si percepisce, se si ha tempo.
Ed è forse proprio qui che il dialogo tra vino e arte trova il suo senso più vero: non per rendere il vino più prestigioso, di prestigio, in fondo, il Collio non ha bisogno, ma per restituire profondità a un luogo. Per ricordare che una bottiglia racconta sempre qualcosa più grande di sé: una geografia, una comunità, una storia. Quella poesia della terra, appunto, di cui parlava Soldati, e che, a quanto pare, si può scrivere ancora.
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