Il punto di vista di una Master of Wine

I vini che piacciono agli americani? Non sono quelli che immaginiamo. Cosa ho imparato grazie alle wine moms

La Master of wine Sarah Heller confessa i suoi pregiudizi sul gusto americano. Ma poi è andata a vivere a Seattle, dove ha messo tutti d'accordo con un Barolo Vietti e sorpreso i collezionisti con vini meno noti

  • 23 Luglio, 2026
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Quattro anni fa ho lasciato Hong Kong – dove vivevo tra gente del settore, collezionisti e soprattutto vino italiano – per Seattle. Per la prima volta da anni, mi trovavo regolarmente con persone fuori dal giro del vino. Con quel bagaglio, avevo probabilmente molti pregiudizi sul “gusto americano”: palati inclini a vini grandi e rotondi; gruppi di “wine moms” innamorati di rosé e Chardonnay burroso. Sul fronte italiano, pensavo a certi Nero d’Avola, Montepulciano e Primitivo o, visto il benessere legato al tech, ad alcuni Supertuscan e Amarone.

disegno di Sarah Heller – gusto americano per i vini rotondi e pieni

Le wine moms, i pregiudizi e la scoperta del Barolo

Qualcosa di vero c’è — gli stereotipi un fondo ce l’hanno — ma c’era da ricalibrare. Per esempio, le “wine moms”: le prime furono alcune mamme dell’asilo, desiderose di organizzare serate vino. Era un gruppo tipico di Seattle, professioniste con radici in Vietnam, Cina, Corea, India, Colorado, perfino dal nord dello Stato. Fiutando ricerca di mercato, e forse nuove amicizie, ho proposto varie serate italiane. A una, un’amica descrisse quasi scusandosi un Barbaresco per me tradizionale ed elegante come “un pugno in faccia”, mentre un Barolo contemporaneo e setoso, magari Vietti, fece sciogliere tutti. I bianchi italiani furono apprezzati ma poco discussi, forse perché mancavano descrittori intuitivi.

Altre volte mi sono infiltrata nelle serate birra con il papà di mio marito. Nel gruppo, in genere, il vino affascina di più chi è arrivato negli Usa da adulto; gli altri restano più legati alla birra. Una sera provavo bottiglie: il Chianti Classico ricevette cortesi “grazie”, idem il Vino Nobile, ma con l’Amarone arrivò: “questo sì che è speciale”. Non perché ricordasse un vino americano — evidente falsità assaggiandoli fianco a fianco — ma perché era unico.

Il fascino di vini meno noti come Fresia e Nascetta

Altra sorpresa: nonostante l’industria ripeta che i giovani vogliono vini più leggeri e vivaci, la responsabile vini Gen Z di un noto ristorante piemontese locale mi ha detto che i suoi amici coetanei fuori dal giro del vino preferiscono vini pieni e generosi.

La più seria devota di “Napa Cab” che conosca è una manager di Amazon della mia età; i fissati delle Langhe sono Baby Boomer capaci di ricordare ogni annata delle etichette rosse di Giacosa.

Ultimamente però bevono quasi tutti meno, tra salute e costi, ma resto ottimista. Nella nuova delegazione dei Cavalieri del Tartufo – spesso collezionisti, ma non per forza di Piemonte – i cosiddetti “vitigni minori” sono piaciuti molto. Qui l’idea di accontentarsi non piace a nessuno, ma poter far scoprire agli amici gemme esotiche come Freisa o Nascetta ha un grande fascino; forse persino più che ad Hong Kong. Spesso basta un appiglio — Freisa come “fragola”, Nascetta come “ananas” — per trasformare i curiosi in evangelisti.

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