In una fase storica in cui il vino è chiamato a trovare nuovi equilibri, sia sul fronte della produzione sia su quello del mercato, novità importanti vengono fuori dal nuovo Decreto Ministeriale sui Consorzi di tutela del vino. Tre le parole chiave: regolamento dell’offerta vitivinicola, enoturismo e sostenibilità.
Sono proprio questi i temi su cui si concentra la bozza del provvedimento che il settimanale Tre Bicchieri ha avuto modo di vedere e che, in queste settimane, è al centro del confronto tra il Ministero dell’Agricoltura e le principali organizzazioni del settore. In attesa di capire se e come intervenire sull’annata in corso.

Il decreto ministeriale sostituirà quello del 2018, che disciplina il riconoscimento dei Consorzi di tutela e l’attribuzione degli incarichi, e recepisce le novità introdotte dal nuovo regolamento europeo sulle Indicazioni Geografiche (Reg. Ue 2024/1143) e dal Pacchetto vino (Reg. UE 2026/471).
Ma cosa cambia? In estrema sintesi potremmo dire che amplia i poteri dei Consorzi di tutela che assumerebbero nuovi compiti. Se finora erano principalmente chiamati a tutelare e valorizzare le denominazioni, in futuro potrebbero assumere funzioni molto più ampie, diventando sempre più un punto di riferimento anche per la gestione economica della denominazione. Da enti di tutela, quindi, a organi di governance economica della denominazione.

La maggior parte delle novità si trovano all’articolo 15, dove si parla delle funzioni del Consorzio. Figurano tra queste, le raccomandazioni per la gestione del potenziale produttivo (in linea con il wine package). C’è, poi, il riferimento alle pratiche sostenibili, comprese nel disciplinare o separate da quest’ultimo (secondo quanto previsto dal regolamento sulle Indicazioni geografiche). Sempre sul tema può intraprendere azioni per migliorare le prestazioni della Ig, in termini di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
Anche in materia enoturistica il consorzio acquisterebbe un ruolo più centrale, come recita l’articolo 20, in cui si fa riferimento alla possibilità di stipulare accordi di collaborazione con enti locali, regioni e altri soggetti per lo sviluppo e la promozione dell’enoturismo sostenibile, a patto che si rispetti l’indicazione geografica in questione.
La novità principale di questo passaggio è riconoscere che il valore di una Ig non dipenda più soltanto dal vino, ma anche dalla capacità di raccontare e valorizzare il territorio.
Tra le misure più di impatto c’è la richiesta di norme vincolanti per la regolazione dell’offerta di prodotti vitivinicoli designati da un’indicazione geografica, incluse norme di commercializzazione sulle rese massime e la gestione delle giacenze. Tema per altro molto in voga in questi ultimi tempi, in cui le denominazioni di tutta Italia hanno dovuto fare i conti con la gestione della sovrapproduzione, optando in molti casi per la riduzione delle rese in corsa.

Uno passaggi destinati a far discutere è quello che cita tra i compiti del Consorzio, quello di fornire “indicatori di orientamento sui prezzi non vincolanti rispetto alla vendita delle uve, di mosti e di vini sfusi a Ig, a condizione che tale orientamento non elimini la concorrenza per una parte sostanziale dei produttori”. In altre parole, l’ente di tutela – al di là del mercato – potrebbe indicare i prezzi, secondo il modello dell’interprofessione francese.
In Piemonte un sistema di accordi interprofessionali, con l’ok della Regione e il coinvolgimento della filiera, ha definito fino al 2014 prezzi di riferimento per alcune denominazioni. L’esperienza è poi finita sotto la lente dell’Antitrust, che nel 2016 ne ha evidenziato i possibili profili anticoncorrenziali, in quanto creava quella che viene definita una turbativa sul mercato.
Ricordando che l’art. 101 del Tfue (Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea) vieta gli accordi restrittivi della concorrenza, ma che il settore agricolo gode di alcune deroghe previste dalla Pac e dall’Ocm, bisognerà capire fino a dove può arrivare un orientamento dei prezzi senza trasformarsi in un’intesa anticoncorrenziale.

La bozza del Decreto ministeriale fa, poi, riferimento anche ad un piano triennale che il Consorzio dovrebbe presentare al Masaf, indicando le misure temporanee di regolazione dell’offerta per migliorare la programmazione e l’equilibrio del mercato. Si ricorderà, a tal proposito, la questione dei declassamenti (da Docg verso Doc, da Doc verso Igt; da Igt verso vini comuni), che sta spingendo verso il basso i prezzi dei vini. Un programma stabilito per tempo potrebbe rappresentare, quindi, una sorta di argine.
Nel piano possono essere contenuti i limiti quantitativi massimi di produzione o commercializzazione del prodotto certificato e la destinazione dei superi; l’indicazione di orientamenti di prezzi non vincolanti, riguardo la vendita di uve, ed indicatori rispetto ad uve, mosti e vini sfusi atti a divenire Ig; le modalità e i tempi di immissione sul mercato; la gestione temporanea dei volumi disponibili della denominazione, anche in deroga ai provvedimenti regionali di sospensione dell’iscrizione dei vigneti allo schedario; la regolazione volontaria dei ritiri dal mercato e di contenimento dell’offerta; la gestione delle giacenze e degli stoccaggi.
Il piano deve essere approvato dall’Assemblea ordinaria del Consorzio, previo accordo preventivo tra tutte le parti (almeno due terzi dei vinificatori del prodotto Ig, che rappresentino due terzi della produzione). Anche perché, una volta approvato, diventerebbe vincolate per tutti: viticoltori, vinificatori ed imbottigliatori dell’indicazione geografica, anche se non fanno parte del Consorzio.
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