Strategie

"Nel vino vince chi è più grande: in Italia mancano gruppi sopra il miliardo". Mack & Schühle rilancia l'aggregazione

Per l'ad del gruppo Fedele Angelillo la dimensione aziendale è cruciale per far crescere l'industria vitivinicola italiana come avviene all'estero. Anche così si spiega l'acquisto di Cantina La Versa in Oltrepò pavese

  • 23 Luglio, 2026
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La notizia circola da giugno, ma l’ufficialità è arrivata da poco: a settembre la storica cantina La Versa, simbolo della spumantistica dell’Oltrepò Pavese, passerà anche formalmente sotto il controllo di Mack & Schühle Italia, importante società attiva nella distribuzione e commercializzazione del vino a livello internazionale. Delle nuove acquisizioni in un momento di crisi del vino e delle nuove strategie – tra cui i dealcolati – per fronteggiare le nuove sfide dei mercati abbiamo parlato con Fedele Angelillo, amministratore unico e socio al 50% dell’azienda.

Che cosa aggiunge la Cantina La Versa al portafoglio di vini di Mack & Schühle?

Dall’analisi del mercato e dei numeri del vino sappiamo che l’Italia è fortissima con le bollicine e, in particolare, con il Prosecco che può vantare una posizione incontrastata sul mercato. Vanno forti anche le bollicine da metodo classico, specie con l’avanguardia della doc Franciacorta. L’Oltrepò è un’area ancora da esplorare. Visto che i francesi con i cremant stanno stanno lavorando sul mercato alla ricerca di un posizionamento medio, penso che pure l’Italia potrebbe farlo. E quale altra area se non l’Oltrepò sarebbe ideale per fare un metodo classico italiano di qualità? Con Terre d’Oltrepò avevamo tentato un primo approccio, poi ci fu un misunderstanding. Quindi, nella fase di commissariamento, abbiamo fatto una proposta di acquisto. Adesso abbiamo tutto – marchio, stabilimento, attrezzature, personale – per realizzare un progetto dedicato solo al metodo classico da pinot nero.

In questa operazione vede anche un’occasione di progresso per l’Oltrepò o prevale il valore del brand?

L’Oltrepò è un territorio stupendo da un punto di vista enologico. La Versa da cento anni è un marchio importante e il nostro arrivo sul territorio può essere un’iniezione tonica. Ci sono già grandi imprese grandi marchi che fanno il loro percorso, noi vogliamo ampliare il mercato off-trade: speriamo che sia un vantaggio reciproco per noi e per il territorio.

Che cosa pensa del lancio del nuovo nome “Classese” per il metodo classico del territorio?

Il consorzio si muove in una direzione chiara. Prima c’erano soprattutto la bonarda e la barbera, poi ci sono stati gli scandali del vino. Oggi possiamo e dobbiamo dire che l’Oltrepò è vino di qualità. Il Classese è un nome che differenzia e spiega il territorio, ma il vero elemento che fa la differenza è il pinot nero. Dobbiamo parlare di questa qualità, con un discorso simile a quello fatto nel Chianti classico con le Uga. L’Oltrepò ha un potenziale enorme.

Che cosa può aggiungere La Versa?

Dico solo che di La Versa abbiamo tutto il caveau delle merci accumulate negli anni: milioni di bottiglie con tutta la storia del metodo classico. A dimostrazione della storicità del prodotto. Penso al marchio Testarossa, prodotto di punta ed etichetta storica della cantina: un nome bellissimo. C’è tanto da fare e da comunicare, ma non dobbiamo inventare nulla.

Vigneti dell’Oltrepò

Di recente, proprio nel territorio dove si trova la vostra sede, avete acquisito anche la vinicola Divella, attiva dal 1968. Perché è interessante per voi?

Avevamo l’obiettivo di completare la filiera produttiva in Puglia. Era già in programma un ampliamento dello stabilimento di Laterza con l’impianto di spumatizzazione e quello di dealcolazione, ma per alimentarli serviva arricchire l’approvvigionamento della materia prima. Quella di Vinicola Divella è una famiglia storica nel vino: siamo entrati nel capitale con il 75% per completare la filiera produttiva, mentre la famiglia resta operativa nella gestione dell’azienda.

In questo momento difficile per il mondo del vino un’azienda che investe è un segnale positivo…

Il momento non è dei più semplici: i dati sono negativi. Ma lamentarsi non serve: è il momento di innovare e investire. Noi abbiamo un’idea chiara di mercato e di progetto: quello che facciamo oggi lo abbiamo scritto cinque anni fa. Sono acquisizioni millimetriche in base al trend dei prodotti, dalla spumantizzazione alla dealcolazione: obiettivi per completare il portafoglio.

Con i vostri brand siete radicati in diverse zone e fate parte di diversi consorzi. Come intervenite nel territorio?

Non sediamo nei cda dei consorzi. I consorzi sono gestiti dai produttori locali e dalla cooperazione. Noi siamo operatori di mercato e seguiamo i mercati. I consorzi devono tutelare gli aspetti produttivi e devono essere gestiti dai territori. Non ci siamo mai candidati e mai lo saremo.

Che anno vi aspettate nei diversi territori in cui siete presenti?

Ci sono velocità diverse. Il Triveneto è molto rapido: ha una reattività immediata rispetto al mercato. Altre regioni come la Puglia sono molto lente nell’adottare misure di tutela del valore e della qualità. Ciò è dovuto anche alla poca chiarezza su numeri e catasto vitivinicolo. Ben venga un percorso per fare pressione sulla trasparenza: se non abbiamo i numeri esatti non possiamo adottare misure per una promozione mirata. Il Prosecco doc, oggi, è il massimo esempio per noi.

Lo stabilimento di Mack & Schuhle Italia a Laterza

Quali tipologie di vino hanno successo in questa fase?

Bianchi fruttati, non molto alcolici. Bollicine, sia complesse che meno. Rossi adattati al mercato in base alle esigenze: il primitivo va bene, invece i rossi classici soffrono, ma più per il posizionamento di prezzo che per il palato. Ma se penso ai grandi rossi toscani, all’Amarone e al Barolo, dico: nel mondo del vino i grandi marchi storici a un certo punto ritornano.

In passato avete cavalcato i trend giusti: Prosecco, Pinot grigio e Primitivo. Funzionano ancora?

Sì, trainano ancora loro il mondo enologico italiano. Ma sono seguiti a ruota da Chianti, Ripasso, Montepulciano e Nero d’Avola. L’Italia è riconosciuta per la sua differenziazione di denominazioni e vitigni.

Quali sono le minacce che vi preoccupano di più?

Al primo posto c’è l’etichettatura che tocca la dimensione salutistica. Si continua a dire che il vino fa male. Poi, certo, c’è la pazzia americana del signor Donald Trump con lo squilibrio macroeconomico che ha creato: ricordiamo che un quarto del vino italiano viene venduto negli Usa.

Il tema dell’allargamento e dell’aggregazione è importante in questo momento?

I numeri sono chiari: fuori dall’Italia, le aziende grandi hanno un fatturato che va da un miliardo di euro in su. Le dimensioni importanti ti permettono di affrontare il mercato e di spingere l’innovazione. In Italia le private più grosse arrivano a 400 mila euro di fatturato. Cantine Riunite più Giv registrano un fatturato aggregato pari a 600 milioni. Se il nostro concorrente sul mercato fa tre volte di più chi ha maggior successo? Vince chi è più grande: è la regola comune del mercato nei momenti difficili. Il sistema Italia è obbligato a scegliere l’aggregazione: c’è bisogno di un grande gruppo vinicolo italiano almeno da un miliardo di fatturato.

Che difficoltà riscontrate nei vostri mercati principali?

In Germania quando c’è inflazione, il consumatore reagisce subito, ma è altrettanto rapido nel ritornare. Nel Regno Unito ci sono grandi prospettive di crescita aperte alle innovazioni. Negli Usa i brand soffrono, ma ci sono grandi opportunità per i private label e i marchi dedicati.

L’Ue ha aperto nuovi mercati: India, Mercosur e Australia. Come vi state attrezzando?

Li stiamo già esplorando. Ben vengano nuovi canali ma dubito che possano sostituire i tre mercati principali dell’export italiano. Però, possono essere complementari. Il più promettente è l’America latina.

L’impianto di dealcolazione a Laterza

Vini NoLo: qual è la vostra filosofia? Come state cavalcando l’opportunità?

Non sono il futuro del mondo del vino che resta nelle denominazioni e nell’autenticità dell’offerta italiana. Ma rappresentano un’opportunità di allargamento della gamma dei prodotti per rivolgersi a nuovi consumatori che per vari motivi – religiosi, salutistici, ecc. – vogliono consumare vini con basso contenuto alcolico.

Vino dealcolato non suona benissimo. Lei come lo chiamerebbe?

“Vino Zero”, sicuramente. Il tema della qualità e la ricerca industriale saranno decisivi per raggiungere il massimo dell’espressione del vino zero made in Italy.

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