Strategie

Perché le sottozone stanno diventando il nuovo punto di forza del vino italiano

Mentre il mondo chiede semplificazione, i consorzi rispondono con un'ulteriore parcellizzazione del territorio sul modello Borgogna. Dall'Alto Adige al Chianti, ecco chi lo sta facendo e con quali obiettivi

  • 18 Giugno, 2026
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La situazione è semplice: da quando la Borgogna ha rimpiazzato Bordeaux come bussola per gran parte del vino mondiale, la vivisezione di territori anche piccoli in unità ancor più ridotte – a volte singole vigne – è diventata una tendenza quasi inevitabile. Si tratta di una mossa apparentemente in controtendenza rispetto alla richiesta corale di semplificare il linguaggio del vino, dato che per il consumatore medio è già difficile distinguere  regioni e denominazioni grandi. Eppure, l’approccio parcellare ha una presa straordinaria su appassionati e curiosi, che amano l’idea di “bere il luogo”.  

Borgogna – vigneti – francia – foto Sylvain-Brison-unsplash

La mappa delle sottozone italiane

Pensiamo alle contrade dell’Etna, che hanno dato un impulso formidabile a un intero territorio. «Le contrade sono uno strumento di storytelling potentissimo. Chi viene a visitarci e vede i vigneti da cui nascono i vini di contrada, poi vuole comprare solo quelli», spiega Salvino Benanti dell’omonima azienda, tra le realtà che puntano con più convinzione sul sistema, proponendo dieci diverse etichette da singola contrada.

Negli ultimi tempi le denominazioni che hanno introdotto questo modello si sono moltiplicate. Se prima erano quasi esclusivamente l’Etna, il Barolo e il Barbaresco ad avere le Unità Geografiche Aggiuntive – il nome ufficiale dato dalla legge italiana a queste sottozone – in anni recenti si sono aggiunti il Vino Nobile di Montepulciano con le sue Pievi, il Chianti Classico (per ora solo con la tipologia Gran Selezione), il Chianti Docg (che ha appena approvato la sottozona Terre di Vinci), l’Alto Adige e anche  il Marsala, con il consorzio di tutela che ha recentemente approvato quattro Uga dello storico vino liquoroso.

Vini parcellari e vini di metodo

In ogni caso specifico l’obiettivo è leggermente diverso. Nel caso del Nobile e del Chianti Classico, la suddivisione in sottozone è accompagnata da un disciplinare più stringente. Lo scopo è creare una categoria apicale, ma minoritaria in termini numerici, che permetta alle denominazioni di competere per prezzo e posizionamento con i vini di punta dei grandi territori mondiali. Un’iniziativa che, peraltro, intercetta le tendenze del segmento fine wine: se in passato il focus era sul “super vino” da selezione di uve, oggi il mercato, trainato proprio dalla Borgogna, chiede quasi tassativamente vini parcellari.

In altri contesti, invece, c’è la volontà di rivoluzionare l’immagine stessa della denominazione: «Per il Marsala, la sfida delle Uga è quella di trasformare un vino percepito come ‘di metodo‘ ( anche per via di un disciplinare complesso, ndr) in vino di territorio», spiega Pietro Russo , Master of Wine attualmente in forza alla cantina Pellegrino.

Le criticità: assenza di gerarchia e fattore suolo

Certo, in questo panorama non mancano le criticità. La prima è di natura strettamente legale: in Italia non è possibile stabilire una categorizzazione gerarchica ufficiale tra le menzioni. Non esistono, insomma, i Premier Cru e i Grand Cru sul modello francese; tutte le Uga si trovano, per la legge, sullo stesso livello. Spetta al mercato fare la differenza e decretare quali zone siano le più performanti. 

L’altro problema è la forte eterogeneità del sistema da territorio a territorio. Per esempio, un comprensorio relativamente circoscritto  come quello del Barolo è suddiviso in ben 170 Menzioni Geografiche Aggiuntive (Mga/Uga), mentre il Chianti Classico, che è un areale almeno sette volte più grande, ne ha identificate solo undici.

«È inevitabile – spiega Alessandro Masnaghetti, geologo, cartografo e autore della zonazione del Gallo Nero – Nel Chianti Classico le proprietà sono spesso molto vaste: suddividere il territorio in un numero eccessivo di Uga avrebbe significato frammentare singoli poderi storicamente unitari». Lo stesso si può dire di altre zone – compresa Marsala – dove zone molto ampie sono sempre state considerate un’unità unica. 

L’altra grande questione é che, mentre la Borgogna ha costruito i propri confini basandosi sullo studio millenario del suolo, le unità geografiche italiane nascono su basi prettamente amministrative o geografiche.

In molti casi, all’interno della stessa Uga non si riscontra nessuna omogeneità di esposizione o di matrice geologica, con il risultato che i vini non riescono a mostrare un denominatore comune chiaro.

Il risvolto (migliore) della medaglia

Nonostante queste problematiche, i risultati in molti territori che hanno fatto questo passo sembrano positivi. E la sensazione è che, ancor prima che per i consumatori, le Uga siano molto utili per i produttori. Li aiutano a lavorare su un’identità più specifica, ad approfondire la conoscenza della propria microzona di riferimento e fare gruppo con i confinanti. Lo dimostrano esempi come quello del Nobile, dove l’idea stessa di sedersi insieme per un progetto comune ha portato a più coesione all’interno della denominazione, o del Chianti Classico, dove sono nate associazioni di vignaioli legati alle specifiche sottozone, che organizzano rassegne annuali che spesso  vanno oltre il vino.

Dagli assaggi il cambio di passo emerge abbastanza chiaramente: più originalità, meno ambizione fine a sé stessa e più attenzione al dettaglio. Con vantaggi sia per gli amanti della vivisezione territoriale, sia per chi compra questi vini con meno attenzione, ma riesce comunque a godersi una bottiglia migliore. 

 

Photo Credits: Cantina Terlano / Tenute del Cerro / Benanti / Consorzio Chianti Classico

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