Stagnone, Altopiano dei Bagli, Triglia e San Nicola. La Doc Marsala prepara il salto di qualità e punta sulle unità geografiche aggiuntive (uga). Le quattro aree individuate con criteri scientifici tra i 1.600 ettari complessivi rappresentano altrettante differenze territoriali per lo storico vino siciliano e segnano l’avvio di un cambio di passo (all’interno del percorso di rilancio iniziato nel 2022 con la ricostituzione del Consorzio) che punta ad ampliare il pubblico riportando il Marsala «dentro i linguaggi contemporanei anche attraverso il mondo della mixology e dei cocktail, dove può esprimere versatilità e riconoscibilità internazionale», come dichiarato dall’attuale presidente Benedetto Renda.
L’assemblea del Consorzio (18 le aziende associate, tra cui 6 cantine cooperative) ha dato fiducia all’unanimità all’uscente consiglio di amministrazione per il triennio 2026-2029 (Benedetto Renda, Roberto Magnisi, Orazio Lombardo, Francesco Intorcia e Giuseppe Figlioli) e ha avviato formalmente il percorso di riconoscimento delle uga presso la Regione Siciliana, il ministero dell’Agricoltura (attraverso il Comitato vini) e la Commissione europea. L’introduzione della classificazione territoriale servirà a rafforzare identità, riconoscibilità e competitività di questo vino, la cui nascita viene fatta risalire al 1773 e il cui ente di tutela è stato fondato nel 1962, con alle spalle una storia enologica (e non solo) di ben 250 anni.
Il progetto, annunciato al Vinitaly 2026 in occasione della prima uscita ufficiale dell’ente siciliano, entra di fatto nella fase operativa. Se l’iter non avrà intoppi, le uga saranno, nero su bianco, nel disciplinare di produzione della Doc Marsala, che potrà vantare un modello di classificazione attualmente prerogativa di grandi Dop italiane, dal Barolo e Barbaresco al Chianti Classico, dall’Alto Adige Doc al Vino Nobile di Montepulciano.

I produttori (viticoltori, cantine e imbottigliatori) considerano la zonazione un vero cambio di paradigma, che dovrebbe portare il Marsala da Doc percepita come omogenea a sistema territoriale articolato, secondo uno schema per cui ogni area contribuirà alla costruzione del vino, grazie alle sue specifiche caratteristiche.
«Abbiamo lavorato su basi scientifiche solide, con lo studio elaborato dalla società Panagri, mettendo in relazione clima, suoli, altitudine, esposizione, ventosità e sviluppo della vite», ha sottolineato Carlo Alberto Panont, esperto consulente dei Consorzi di tutela italiani del vino. «Le uga nascono da una lettura reale del territorio e rappresentano uno strumento operativo per costruire valore nel tempo, passando da una conoscenza implicita a una conoscenza misurabile, capace di sostenere qualità, identità e riconoscibilità».

vendemmia foto- Consorzio vino Marsala
Lo studio che ha individuato le quattro zone integra georeferenziazione dei vigneti, dati climatici, pedologici e orografici. Ad esempio, la uga Triglia è caratterizzata da terre rosse mediterranee, climi caldi, stress termici, ideale per la coltivazione del vitigno grillo; la uga Altopiano dei Bagli (50-150 metri slm) con terre argillose, maggiormente ventose, buona capacità di ritenzione idrica è la culla prevalente del catarratto; la uga Stagnone con suoli bruni, scarsa ritenzione idrica, forti influenze marine che favoriscono maturazioni precoci e scarso vigore delle piante; la uga San Nicola, specializzata nel grillo con terre rosse, forti ondate di calore ed esposizione allo scirocco.

«Le unità geografiche aggiuntive ci consentono di restituire al Marsala il suo paesaggio, la sua dimensione agricola e comunitaria. Si riparte dalla terra», afferma il vice presidente Roberto Magnisi (direttore del gruppo Duca di Salaparuta, che include anche il marchio Florio), secondo cui il progetto ha anche una «forte implicazione sul piano dell’enoturismo». Infatti, definire gli areali significa costruire destinazione, creare relazione, generare esperienza.
«E poi c’è il tempo, il grande patrimonio del Marsala: un tempo lungo, custodito nelle cantine di affinamento, un heritage piantumato che oggi – sottolinea Magnisi – torna a essere valore identitario e leva di sviluppo».

Marsala
Nei numeri, il Consorzio ha visto incrementare il numero degli associati, passati da 431 del 2020 a 534 del 2024, con un parallelo incremento delle superfici che dai 1.200 ettari del 2018 hanno toccato i 1.600 ettari, dopo i 1.800 ettari raggiunti nel 2015, il massimo negli ultimi quindici anni. Con 60mila ettolitri rivendicati (erano 78mila nel 2021 e 70mila nel lontano 2012), la Doc Marsala è la seconda più rivendicata nell’isola dopo la Doc Sicilia. Il giro d’affari del distretto produttivo si aggira sui 20 milioni di euro, per il 20% realizzati con vendite estere.
«Il Marsala è oggi un vino fortificato con la meravigliosa attitudine al tempo e all’ossigeno, e con l’introduzione delle uga – spiega il vice presidente Magnisi – arricchiremo la nostra denominazione di palcoscenici agronomici che si esprimeranno nel calice con un Vino evolutivo. Questo è solo l’inizio di un cammino valoriale».
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