I social stanno istigando i giovani all'anoressia. Viaggio nei disturbi alimentari sempre più diffusi

15 Mar 2024, 12:32 | a cura di
Le malattie legate all'alimentazione sono aumentate del 40% in due anni, oltre il 30% dei malati ha meno di 14 anni. Allarme per l'insufficienza delle strutture e per il ruolo dei social

La Dieta Mediterranea, dal 2010, è riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Non è soltanto un modo di mangiare, ma è considerata come “stile di vita” tutto italiano. Eppure, proprio in Italia, oltre tre milioni di persone si ammalano di cibo. È questo il numero di adolescenti che soffrono di disturbi alimentari. Sul totale dei casi, tre sono le diagnosi più diffuse: il 36 per cento soffre di anoressia, il 17,9 per cento di bulimia, il 12,4 per cento del disturbo di binge eating (alimentazione incontrollata). Sono dati in costante aumento e le ultime rilevazioni segnalano un aumento del 40 per cento dei casi dalla pandemia a oggi. L’incremento era stato registrato dall’Istituto Superiore di Sanità già nei primi sei mesi del 2020, quando si contavano 230.458 nuovi casi contro i 163.547 dello stesso periodo del 2019. A febbraio 2021 si è conclusa un’indagine nazionale volta a ottenere dati a livello epidemiologico su pazienti con Disturbi dell’alimentazione e della nutrizione (Dna): nel 2019, si era registrato un numero complessivo di 327.654 nuovi pazienti.

Questo articolo è stato pubblicato sul mensile di marzo del Gambero Rosso

Malattie alimentari: il boom dei casi

Nel 2020, invece, il carico assistenziale globale dei nuovi casi e i casi in trattamento corrispondevano a 2.398.749 pazienti. «Non è un momento specifico e singolare a scatenare la malattia, ma un processo che porta l’individuo ad ammalarsi. Si inizia ad avere un’attenzione maggiore rispetto al proprio corpo, a quello che si mangia e si inizia a pensare in modo ossessivo al cibo», spiega la dottoressa Laura Dalla Ragione, direttrice del centro per la cura dei Dca (centri per i Disturbi del comportamento alimentare) di Todi. La dottoressa precisa come il cibo sia soltanto il sintomo e non il problema in sé: «è ciò che si vede, un corpo che si modifica perdendo o prendendo peso agli occhi degli altri, ma è solo la punta dell’iceberg, quello che c’è dietro è molto più profondo».

È stato così anche per Alessia (nome di fantasia, ndr), 21 anni. L’ossessione per il suo corpo ha iniziato a venir fuori poco a poco, a distanza di anni trascorsi a reprimere il dolore vissuto per la separazione dei genitori. «Non sentivo più di avere dei punti di riferimento, dalla famiglia, all’amore fino alle amicizie. Il cibo era l’oggetto attraverso il quale potevo finalmente avere il controllo su una cosa: il mio corpo». Ma questo, per Alessia, non è stato chiaro fin da subito: «È iniziato tutto un po’ per caso, volevo perdere peso e ho approfittato del lockdown per restringere la mia alimentazione e impiegare più tempo possibile ad allenarmi, non potendo uscire. In questo modo, quando sarei tornata a scuola, si sarebbe notato un cambiamento. Per me era tutto normale», racconta.

La storia di Alessia

Quando Alessia si è ammalata senza rendersene conto, come lei stessa afferma, aveva 16 anni. Fino a sette anni fa l’età media dei pazienti ricoverati si aggirava infatti intorno ai 25 anni, stando agli ultimi dati, invece, il 30 per cento della popolazione ammalata ha meno di 14 anni ed è in aumento la percentuale di pazienti di età compresa tra gli 8 e i 10 anni. Anche i dati del Registro nominativo cause di morte (Rencam) regionali sono motivo di attenzione. Nel 2020 i decessi con diagnosi correlate ai Disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono stati 3.158, con una variabilità più alta in Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, regioni dove sono scarse o assenti le strutture di cura. «I Dca sono la seconda causa di morte giovanile dopo gli incidenti stradali», afferma la dottoressa Dalla Ragione, la quale aggiunge che «nonostante ci siano 126 strutture dedicate alla cura dei Disturbi del comportamento alimentare censite dall’Istituto superiore di sanità, permane il problema della disomogeneità rispetto alla presenza dei centri in diverse regioni».

I dati del censimento diffusi in occasione della Giornata del Fiocchetto Lilla 2023 indicano, infatti, 126 strutture, di cui 112 pubbliche appartenenti al Servizio sanitario nazionale (Ssn) e 14 appartenenti al settore del privato accreditato. Di queste, 63 centri si trovano al nord, di cui 20 concentrati in Emilia Romagna; 23 al centro, di cui 8 nel Lazio e 6 in Umbria; e 40 tra sud e isole. Ma alcune regioni sono completamente scoperte e questa distribuzione territoriale alquanto disomogenea comporta una maggiore difficoltà nell’accesso alle cure per chi si ammala.

Un’epidemia nascosta

«Il doversi allontanare da casa per affrontare il percorso di cura disincentiva le richieste di aiuto, perché aumentano i costi a carico delle famiglie, ma anche un costo emotivo per i pazienti stessi. Curare questo tipo di malattie richiede tempo: si va da un minimo di sei mesi a un massimo di due anni. E non sempre si ha la possibilità di accedere a centri residenziali, per cui immaginiamo di avviare un percorso ambulatoriale per un paziente costretto a viaggiare dalla Sicilia, per esempio», prosegue Dalla Ragione. 

Uno dei fattori principali che a oggi porta le persone a essere ossessionate da corpi e cibo sono i social network, come conferma la dottoressa Dalla Ragione: «Siamo costantemente bombardati da immagini di cibi elaborati e, contemporaneamente, da corpi perfetti: una contraddizione che genera un conflitto interiore in chi le guarda». E anche i disturbi cambiano: «Fino a qualche anno fa la diagnosi più frequente era quella dell’anoressia nervosa, oggi prevalgono i casi di bulimia nervosa. Un mutamento dovuto al contesto culturale e sociale in cui viviamo. C’è una sofferenza profonda, il desiderio di isolarsi e morire dentro», afferma la dottoressa.
«Per me il cibo è sempre stato una coperta, non riesco ancora a togliermela». Ad Alessia i pasti sono sempre stati proposti come premi o punizioni da più membri della famiglia. E questo, col tempo l’ha portata prima a evitarli, poi a desiderarli più del dovuto, fino a vomitare o allenandosi per ore più volte al giorno: «Quando vomitavo mi liberavo delle mie emozioni. Spostarle sul cibo, mi aiutava a non sentirle», dice.

Anoressia

Istigazione all’anoressia

I social network, anche nel suo caso, hanno avuto un certo peso: «Invidiavo la vita degli altri, perché non ero soddisfatta della mia, di conseguenza invidiavo i loro corpi. Mi ripetevo che a costo di soffrire tutti i giorni, avrei avuto anch’io un corpo perfetto. Ora posso dire che quel desiderio andava ben oltre», spiega Alessia.

Parte da qui la proposta del Ddl per introdurre nel Codice Penale il reato di istigazione all’anoressia, attualmente in esame in commissione Sanità al Senato. Restano però molti dubbi rispetto a chi verrebbe accusato di istigare una terza persona a non mangiare. Se è anch’egli una persona malata, è da punire o da aiutare?  E mentre il governo cerca di intervenire nel mondo virtuale, in quello reale prima taglia dalla Legge di Bilancio il fondo nazionale di 25 milioni destinato alla cura dei Dca per il biennio 2023-2025 (stanziando 10 milioni). Poi, fa marcia indietro e decide di stanziare un fondo extra, di 10 milioni, per il 2024, con la promessa che dal primo aprile entreranno in vigore i nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea). Nel frattempo, chi è malato attende di iniziare un percorso di cure, in lista d’attesa, o raggiunge un centro a centinaia di chilometri da casa.

Alessia è riuscita a entrare nel centro residenziale per la cura dei Dca di Todi, lo scorso novembre. Sa che ci vorrà ancora tempo prima di guarire del tutto: «Il mio desiderio è di riuscire a togliermi quella coperta, piegarla e tenerla accanto a me senza più sentire il bisogno di mettermela di nuovo addosso».

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