Salute alimentare

Perché si continua a parlare del prosciutto cotto cancerogeno (e perché non è una novità)

Da giorni si parla del potenziale cancerogeno del prosciutto cotto. Ecco cosa dice l'organizzazione mondiale della Sanità

  • 21 Gennaio, 2026
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Da qualche giorno si parla molto di prosciutto cotto e rischio cancerogeno, spesso con toni che suggeriscono una scoperta recente o un cambio improvviso di posizione da parte della comunità scientifica. In realtà, la questione non è nuova e non riguarda solo il prosciutto cotto, né un singolo alimento in sé. È una discussione che esiste da tempo e che periodicamente riemerge, complici titoli semplificati, rilanci sui social e una comprensibile confusione su cosa significhi, concretamente, definire un cibo “cancerogeno”.

Il prosciutto cotto è cancerogeno?

Il punto centrale non è il singolo consumo occasionale, ma il consumo abituale di carni lavorate, una categoria in cui rientrano diversi salumi comuni. Il prosciutto cotto, che per anni è stato percepito come un’opzione più “leggera” rispetto ad altri insaccati – anche perché meno grasso – è spesso citato proprio per questo: l’idea che fosse relativamente innocuo ha contribuito a renderlo molto presente nelle diete quotidiane, anche di bambini e anziani.

Quando oggi si legge che il prosciutto cotto “fa male”, quindi, non si sta parlando di una nuova scoperta scientifica, ma del ritorno di valutazioni già note, che hanno a che fare con la trasformazione industriale degli alimenti e con la frequenza del loro consumo. Capire perché se ne discute ora richiede soprattutto di rimettere in fila i fatti e distinguere tra rischio, abitudini alimentari e allarmismi.

Arroganza - Prosciutto cotto Alta Qualità

La posizione dell’OMS sul prosciutto cotto

Già nel 2015, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’Oms aveva riscontrato una correlazione tra alcune tipologie di cancro e le carni rosse e lavorate. Sul sito dell’organizzazione si legge infatti che dai risultati della ricerca di 22 esperti dello Iarc è stato rilevato che «ogni porzione da 50 grammi (di carne lavorata) consumata al giorno aumenta il rischio di cancro colorettale del 18%». Una criticità che riguarda i salumi nella misura in cui essi rientrano fra le carni lavorate o trasformate, cioè quelle che vengono sottoposte a un processo di salatura, affumicatura o stagionatura, pensato per allungarne la shelf life e valorizzarne le caratteristiche organolettiche. La presenza di conservanti – nitrati e nitriti (modificandosi possono trasformarsi in nitrosammine, molecole dal potenziale nocivo) – le rende classificabili come prodotti cancerogeni del gruppo 1, al pari del fumo e dell’amianto, pur con un coefficiente di rischio diverso. E il prosciutto cotto, come la mortadella e altri affettati, purtroppo fa parte di questa categoria. Dunque, per quanto ci piaccia, non resta che limitarne il consumo, dato il comprovato nesso di causalità fra “esposizione” e insorgenza della malattia.

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