Il telefono fisso squilla a vuoto, su Google è “chiuso definitivamente” evidenziato in rosso. Non ci ripensano i Penati, che qualche giorno fa hanno annunciato sulla loro pagina Instagram col garbo e la discrezione che li ha sempre contraddistinti la chiusura dello storico ristorante Pierino Penati di Viganò Brianza, uno dei punti di riferimento più longevi in zona. «Dopo oltre ottant’anni di storia, iniziata nel 1940 e divenuta nel tempo un punto di riferimento della cultura gastronomica italiana, la famiglia Penati ha scelto di avviare un processo di evoluzione e riposizionamento strategico del progetto, con l’obiettivo di valorizzarne l’identità e proiettarlo nel futuro», leggiamo nel breve comunicato.
Non si tratta in realtà di una chiusura definitiva, piuttosto della “fine di un ciclo”. Si abbassano le saracinesche della sede storica, una villa nel verde della Brianza lecchese, ma si continua a lavorare con le attività di catering, organizzazione di cerimonie e consulenze, che hanno contribuito negli anni al successo del brand insieme a quella di ristorazione.

Theo Penati
Un’altra chiusura “a ciel sereno” per la Lombardia, dopo quella chiacchieratissima di Lido 84 (“sono stato diverse volte da Riccardo e ha colto di sorpresa anche me”, dice a proposito Matteo “Theo” Penati, erede di Pierino”) e il momentaneo stand by del Circolino, unico stellato di Monza. Peraltro in due aree (Garda bresciano e Brianza) considerate ancora solide e appetibili sul piano imprenditoriale. E invece. «Il momento non offre stabilità, i segnali sono chiari ovunque» commenta brevemente Theo, che si pronuncia poco sulla decisione (che facile non deve essere stata) limitandosi a ribadire il contenuto del comunicato stampa. «La ristorazione è cura, dedizione, cultura dell’ospitalità. Ma ci sono anche i conti che devono tornare. Per pronunciarmi sulla situazione dovrei avere dati che ora non ho. Certamente senza stabilità il futuro è difficile da progettare».
«Pierino Penati non è mai stato soltanto un ristorante, ma un luogo di cultura dell’ospitalità, ricerca gastronomica e legame con il territorio» leggiamo nel comunicato. Che infine dichiara: «La famiglia Penati desidera ringraziare clienti, collaboratori e partner che hanno contribuito a rendere possibile questo straordinario percorso. Le relazioni costruite in oltre ottant’anni rappresentano la base solida da cui ripartire». Nato nel 1940 come trattoria di famiglia, il il locale degli anni cresce grazie alla cucina lombarda raffinata e alla guida scrupolosa dei Penati.

Nel 1974 conquista la stella Michelin, mantenuta fino al 2022, affermandosi per la sua solidità, per una cucina centrata sul territorio ma non noiosa, non da ultimo per la padronanza nella gestione di eventi importanti e cerimonie, grazie anche a spazi ampi e a uno stile classico e rassicurante. È stato frequentato da imprenditori, politici e personaggi della cultura lombarda, e ha saputo sempre mantenere un livello stabile in tutte le attività seguite. Tra i cult, le serate a tema (bollito, cassoeula, tartufo), diversi piatti diventati iconici, i grandi lievitati delle feste fatti in casa. Che in tavola venivano sempre accompagnati dallo zabaione maison montato nel polsino di rame e a base di tuorlo d’uovo, zucchero, Marsala e «tanta forza di volontà del pasticcere», come dichiarava e mostrava un membro dello staff in un vecchio video su YouTube.

Sulla guida Ristoranti d’Italia è stato valutato con 2 Forchette fino al 2015, per poi perderle e riacquistarne una nel 2024 e di nuovo due l’anno successivo, e infine essere segnalato senza voto proprio per la costanza e la solidità di un’offerta che non mostrava crepe da nessuna parte e per il peso sempre più importante delle suddette attività collaterali. Scriveva per l’edizione 2003 Giancarlo Perrotta, allora curatore della guida.
«Un grande locale, senza dubbio. Sia per il numero dei coperti, sia per il servizio catering “I Cucinieri”, sia ancora per la bellezza e la perfezione con cui è tenuto il ristorante, che ha tra l’altro uno dei più belli tra tutti i giardini e gli spazi all’aperto d’Italia. Anche il servizio è di alto livello, cortese e professionale. E la carta dei vini è ricca e ben assortita. Dalla cucina però, quest’anno, qualche piccola delusione: se la “fabbrica dell’appetitt” ci ha soddisfatto, non si può dire lo stesso per lo spiedino di gamberi reali e per le tagliatelle bianche e nere con astice e zafferano (un po’ troppo prevalente nonostante il prezioso crostaceo fosse in abbondante quantità), e nemmeno il fritto misto di pesce – in un piatto decorato a gocce di colori vivaci – ci ha convinto. Ottimi davvero invece i ravioli ripieni di crescenza e il manzo cotto a lungo da mangiare con il cucchiaio. Buoni lo zabaione caldo al Marsala e il tortino di cioccolato dal cuore morbido con salsa di menta. Discreti i tre tipi di pane serviti; buono il caffè».
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