Recensione

Siamo andati nel ristorante di pesce di Valter Lavitola: ecco come abbiamo mangiato

Negli ultimi giorni il nome dell'ex faccendiere è tornato al centro della cronaca. Siamo entrati nel suo ristorante romano - dove c'era anche lui - per capire cosa si respira oggi tra clienti abituali, piatti di pesce e strette di mano

  • 09 Luglio, 2026
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Lo spaghetto alle vongole non è memorabile. Nonostante la porzione generosa, il mollusco era stracotto; meglio il sauté di cozze, franco, sapido e anche questo abbondante. In menu leggiamo con un certo stupore “frittelle di neonata”, la cui pesca però è vietata. Ipotizziamo che siano rossetti. Non chiediamo. Nelle orecchie il ritmo incalzante di un brano di fine anni Sessanta. Ma poco importa del cibo, perché l’atmosfera della sala si accende solo quando, a metà pranzo, entra lui, il “faccendiere”. Valter Lavitola varca la soglia del suo ristorante romano Cefalù Bistrot di Pesce, un giovedì non proprio qualunque, a pochi giorni dalla notizia che la Procura di Roma lo ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di essere il mandante dell’attentato compiuto nell’ottobre del 2025 contro il giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di Rai 3 Report. Il suo “amico” Sigfrido, che più volte ha mangiato con lui in questa sala dai colori chiari e marittimi, tra foto di pescatori e ceramiche dipinte a mano.

Com’è mangiare oggi nel ristorante di Valter Lavitola

Interni del ristorante di Valter Lavitola

Ci sediamo incuriositi nella piccola roccaforte delle strette di mano e delle porzioni goduriose. Arrivano di default acqua e pane. Aspettiamo e aspettiamo e, prima che il menu arrivi, passano oltre venti minuti, ma dopo un sollecito con la mano gesticolante il personale di sala gestisce l’imbarazzo con cortesia. I clienti entrano alla spicciolata, l’atmosfera è silenziosa. Poco dopo arriva un menu dalla copertina scura, rigorosamente plastificato, con una conchiglia color avorio impressa su ogni pagina. Tra i piatti proposti niente effetti speciali: scorri col dito antipasti, caldi, freddi, freddi e caldi insieme, primi, un sacco di fritti e giù via fino alle “bibite”. Si va sul sicuro sperando di non sbagliare.

Dal sauté di cozze agli spaghetti alle vongole: cosa abbiamo mangiato

sauté di cozze ristorante Lavitola

Gli antipasti arrivano presto, tra un remix dei Maroon 5 e i Coma_Cose. Il sauté di cui sopra viaggia spedito nella mano del cameriere che, uscendo dalla cucina, va prima dritto e poi fa una curva a sinistra; il piatto ondula a destra e a manca, ma ha un bel fondo per mettere al sicuro la zuppetta. Le cozze straboccano. Odore di prezzemolo tritato, un intingolo generoso accoglie “le nere”, belle paffute. Nessuno ci dice la provenienza, ma la pezzatura è grande, come si usa per la ristorazione dai numeri importanti, e le carni sono molto piene. Oneste: non c’era nulla di sbagliato, ma nemmeno nulla di clamoroso. Se il pane fosse stato più all’altezza di un piatto semplicemente schietto, avremmo finito volentieri per inzupparlo nel sauté, ma il companatico non ci ha entusiasmato. Qualche fetta di pane integrale con semi, il migliore dei due, e poi l’altro – ipotizziamo – con farina di mais.

Le controverse “frittelle di neonata”

frittelle di neonata al ristorante di lavitola

Ed eccole lì che arrivano le frittelle di neonata. Pescarle, dicevamo, è vietato da tempo. Non abbiamo chiesto, quindi non possiamo esserne sicuri, ma tendiamo a pensare che quelle servite fossero più semplicemente rossetti, che invece possono essere pescati quattro mesi all’anno, tenendo conto delle quote di pesca che regolano i flussi di cattura. A volte capita che questi vengano chiamati, appunto, “neonata”, detta anche bianchetto o schiuma di mare. Il novellame di sardine e acciughe è stato protagonista della cucina costiera italiana per decenni, ma oggi la sua pesca è vietata per proteggere il Mediterraneo. In ogni caso, parliamo di due specie diverse e quindi andrebbe chiarito.

Quando Lavitola entra in sala cambia l’atmosfera

Mangiamo. Anzi, prima guardiamo. Le quattro palline bitorzolute e infuocate sembrano avere una buona consistenza, esternamente leggermente traslucide. Infatti, in bocca l’olio non risulta eccessivo né esausto. Peccato però che la pastella avesse un sentore leggermente amaro, forse dato dall’eventuale uso del lievito di birra. Puliamo tutto con il grande tovagliolo di stoffa e torniamo ad attendere. È in quel momento che arriva Lavitola.

Dopo essere stato editore, imprenditore, giornalista – gli anni vorticosi all’Avanti! – ha intessuto decine di legami con la politica. Sono note le vicende giudiziarie che lo hanno riguardato, dalla casa di Monte Carlo di Gianfranco Fini al tentativo di estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, passando per la cosiddetta “compravendita dei senatori” per far cadere il governo di Romano Prodi. L’uomo che gravitava nell’orbita della diplomazia non ufficiale. Oggi però è più semplicemente il proprietario di un ristorante di pesce – con annessa pescheria – nel placido e borghese quartiere di Monteverde Vecchio. Ha voluto ricominciare così, dopo tre anni e mezzo in carcere. Frequentato da qualche aficionado, turisti, passanti, amici, molti, e conoscenti. E ho scoperto che Ranucci non è l’unico giornalista che frequenta il ristorante: a pochi tavoli più in là, infatti, un noto conduttore televisivo ordina mezzemaniche agli scampi.

I giornalisti ai tavoli

ristorante lavitola spaghetto alle vongole

Valter si sfila gli occhiali da sole, sorride, l’abbronzatura risalta sulla camicia bianca perfettamente stirata, indossa un jeans casual e attillato. Sorride ancora. Alcuni alzano la testa – «È lui, no?», bisbiglia uno al tavolo – altri continuano a rotolare la pasta al nero di seppia e a mangiare la frittura mista come se niente fosse. Lavitola nota subito il giornalista tv, lo saluta con una punta di accento, elegantemente dice ai camerieri: «Questo signore è uno dei giornalisti più rinomati della politica». Altri convenevoli. Poi gli indica un altro uomo dai capelli imbiancati da diverse stagioni che siede dall’altra parte della stanza. Inevitabilmente, Lavitola catalizza l’attenzione, quasi scontato in giorni come questi. Sorride e si siede al tavolo col giornalista. Si parlano a lungo, a volte letteralmente nell’orecchio, con la mano a coprire la bocca. Curiosità canaglia, la nostra.

Intanto scorrono canzoni pop-beat anni Settanta dai testi malinconici che però mettono allegria grazie al ritmo vivace; i piedi si muovono, le chiacchiere corrono. Arriva il resto: tartare di spigola e il più classico dei piatti di mare, lo spaghetto con le vongole. La tartare, battuta grossolanamente al coltello, era piacevole: pesce fresco e non troppo lavorato, peccato per una punta eccessiva di limone. L’insalata, ordinata come contorno, una semplice lattuga con pomodorini e olive nere, queste ultime eccessivamente morbide, e l’aceto aggiunto al tavolo non l’ha affatto valorizzata. Ma torniamo allo spaghetto, che purtroppo ci ha parzialmente deluso. La pasta era ben cotta, aveva un bell’aspetto, ma una volta risucchiato il primo mollusco ci siamo resiå conto della cottura eccessiva: leggermente gommoso. Il vino utilizzato per sfumare ha lasciato un sottile sentore di aceto, non particolarmente piacevole. Succede, nulla di grave.

Il conto, il servizio e perché ci torneremmo (o no)

Chiediamo caffè e conto. Il primo non si lascia attendere, il secondo sì. Conto onesto: due coperti, 69 euro. Con una bottiglia di vino non si superano i cento euro. Ecco, la carta dei vini è corta e un po’ troppo stringata: mancavano i nomi delle cantine. Ci torneremmo? Forse per il cibo no, ma per rivivere quel piccolo spaccato di fine anni Novanta e inizio Duemila, che oggi, all’improvviso, è tornato a far parlare di sé.

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