Il cielo di Berlino

Vent'anni fa mangiavamo tutti la stessa cosa davanti alla finale dei Mondiali

Pizza al taglio, birra ghiacciata, Coca-Cola, panini, Maxibon e cene improvvisate: abbiamo chiesto alla redazione del Gambero Rosso cosa c'era in tavola la notte del 9 luglio 2006, quando l'Italia conquistò il suo quarto Mondiale

  • 09 Luglio, 2026
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Se chiudi gli occhi e ripensi alla notte del 9 luglio 2006, probabilmente ricordi la testata di Zidane, il rigore di Grosso, i clacson e le fontane prese d’assalto. Ma c’è un’altra cosa che quasi tutti abbiamo dimenticato: cosa c’era sul tavolo. Vent’anni dopo la vittoria dei Mondiali abbiamo scoperto una curiosa coincidenza. Da Roma a Otranto, da Padova alla Calabria, quella sera i tifosi – in questo caso della redazione del Gambero Rosso – mangiarono quasi tutti le stesse cose.

Il menu della notte dei Mondiali

Pizza al taglio e gavettoni, una notte magica

Pina Sozio

Vent’anni fa, mentre ero all’università, lavoravo in una redazione nel centro storico di Roma: usciti dal lavoro, il rito prevedeva che io e i miei colleghi andassimo a vedere le partite all’Angelo Mai, centro sociale che allora era in un meraviglioso ex convitto del Rione Monti (che proprio in quel luglio fu sfrattato e che, accidenti ai ricorsi storici, l’altro ieri è stato richiuso dalla questura nella sua sede più recente): birra in lattina e cucina palestinese erano lo standard. La sera della finale, però, eravamo in 50 nell’ufficio di un amico, con metri e metri di pizza al taglio e scrivanie piene di cose da bere. Cosa si bevesse, non lo ricordo, di quella serata ho ricordi sfocati e foto di gavettoni nelle fontane di Roma.

Pizze improbabili e bolle sgasate

Loredana Sottile

Era l’anno dei mondiali quelli del 2006. La regina dell’Italia era la pizza (e forse lo è ancora). Io, da poco arrivata a Roma, avevo iniziato a fare pratica nella redazione di Leggo, dove imparai ad asciugare la sintassi, ingurgitare il dizionario dei sinonimi e fare il fantacalcio perfetto per vincere la sfida redazionale Fifa (spoiler: non la vinsi, ma oggi sono la queen dei “nomi equivalenti”, come potete ben vedere). In una escalation di notti magiche, caldo romano e cene improvvisate, arrivò quel 9 luglio. Ma mi chiesero di coprire il turno serale: ogni cosa era inevitabilmente rovinata. Poco prima delle 20, il caporedattore ebbe un moto di indulgenza: «Vai su, sei libera» (probabilmente aveva incontrato il mio sguardo “migliore”). Non glielo feci ripetere due volte, corsi via a perdifiato come se quella partita dovessi giocarla io. Ma dove correvo? Pochi soldi, poco preavviso, divano troppo piccolo, tante persone da coordinare, nessuna prenotazione. L’unica soluzione? Spizzico di via del Corso (avete presente la catena di fast food nata sul finire degli anni Ottanta e oggi tornata in scena ma in versione gourmet?). Oggi nella mia memoria restano il sapore riscaldato di un trancio di pizza industriale, una Coca-cola troppo annacquata per affogarci l’effervescenza collettiva di quella notte (mi sa che i vini non li bevevamo neppure noi under 25 di allora) e una – anzi “la” – testata che fece la storia, prima del bagno di folla e di acqua nella fontana di Piazza Venezia. Non cambierei nulla. Ok, bugia: magari oggi la pizza sarebbe una di quelle romane d’autore, la bollicina un brut metodo classico, ma la testata, in fondo, no: quella la ridarei… ma al calcio nazionale, che ci ha tolto la voglia di cantare “Era l’anno dei mondiali quelli di un numero qualsiasi anche senza sei”.

La pizza sul cartone meglio di Sinéad O’Connor

Annalisa Zordan

Vent’anni fa ero a Sherwood. A Padova non serve aggiungere altro: Sherwood è semplicemente Sherwood. Il festival che anima il Park Nord dello Stadio Euganeo, nato dall’esperienza dell’omonima radio fondata nel 1976, cinquant’anni fa. Radio Sherwood ha attraversato decenni di lotte e trasformazioni sociali, diventando uno spazio di comunicazione indipendente, senza mai rinunciare alla musica. Quella sera, però, il palco e i concerti passarono in secondo piano. O quasi. Il giorno dopo avrebbe dovuto esibirsi Sinéad O’Connor e, a essere sincera, aspettavo molto più lei della partita. Del calcio mi interessava poco. Eppure ho impressa perfettamente nella memoria quella scena di raccoglimento collettivo, tutti seduti sulle sedie bianche di plastica disposte davanti al maxischermo montato per l’occasione. Ricordo come fosse ieri la testata di Zidane a Marco Materazzi, il silenzio tombale durante i rigori, e soprattutto la leggerezza che c’era nell’aria. Avevo ventidue anni, studiavo filosofia e per mantenermi lavoravo come banconista da Grom. Ogni tanto davo una mano a Sherwood: qualche turno al bar, qualche ora nello spazio dedicato ai bambini, che avevo ribattezzato scherzosamente “Baby Bunker”. Non era un lavoro vero e proprio, era più un modo per stare lì, respirare quell’atmosfera e vedere gratis i concerti. Quella sera mangiai una pizza, niente di speciale, ma allora mi sembrò ottima. Forse servita direttamente sul cartone, o forse su un foglio di carta. Bevvi anche qualche birretta, ma i dettagli gastronomici, stranamente, si sono persi per strada. Vent’anni dopo, se provo a richiamare alla mente il sapore di quella pizza non ci riesco. Se invece penso a come mi sentivo, sì. Ero felice. E lo sapevo. O forse è soltanto il senno di poi che me lo fa credere.

Il Mondiale che ci ha fatto dimenticare il cibo

Marzio Taccetti

All’inizio si mangiava un po’ di tutto, senza un vero criterio. Molto spesso quello che qualcuno cucinava sul momento: spaghettata svuota-frigo o al pomodoro, carne alla griglia se qualcuno aveva il barbecue in giardino, insalata caprese. Più il Mondiale andava avanti, più il menu si restringeva. Verso le partite finali non si improvvisava quasi più: o si ordinava una pizza, o qualcuno preparava un piatto unico da scaldare o tirare fuori dal frigo molto prima del fischio d’inizio. Forse per abitudine, forse per tensione, alla fine giravano sempre le stesse cose: pasta al forno, torte rustiche, pizzette, pasta fredda con pomodorini e mozzarella. Si mangiava in fretta, spesso quasi in silenzio. Della partita, prima del suo inizio, non si parlava mai davvero: lì la superstizione era una cosa seria. Durante, invece, non si mangiava proprio. Ufficialmente per salvaguardare divani, pavimenti e tavolini di chi ci ospitava; in realtà perché nessuno staccava gli occhi dalla televisione. Da bere, birra ghiacciata. Per gli astemi, Coca-Cola o acqua frizzante. E prima o poi partiva sempre la citazione inevitabile di Fantozzi sulla partita Inghilterra-Italia della Coppa del Mondo del ’78.

L’hot dog più buono di sempre (non è vero)

Sonia Ricci

Il signor Domenico (che tutti a Foligno chiamavano inspiegabilmente “Sergio”) lo preparava sempre con grande amore. Parlava, parlava, parlava, nel frattempo buttava nell’olio bollente una bustona intera di patatine surgelate belle spesse, che finivano per diventare dorate e salatissime. Nel frattempo il rotolo di carne cuoceva sulla piastra rettangolare, il pane oblungo scavato dalla mollica veniva servito sempre ben cotto, il tutto avvolto con poca carta stagnola per evitare che si inumidisse eccessivamente. Sulla stessa piastra sfrigolavano i crauti. La sera in cui abbiamo vinto i mondiali – bei tempi! – avevo 19 anni, ero in pieno esame di maturità e non avevo idea di quello che avrei fatto da grande, ma ho fatto quello che facevo quasi tutte le settimane: ho ordinato un magnifico “Big Joe” al Green Corner, piccolo fast food con le mattonelle bianche e verdi dove generazioni di umbri si sono sfamati a qualsiasi ora del giorno e della notte. Anche se non è vero, per me rimane il miglior hot dog di sempre mangiato sul muretto a ridosso dell’ufficio postale (“ketchup e maionese, ma non troppo!”). Oggi quel posto ha riaperto grazie all’ostinazione di Maria che ha lavorato a fianco a “Sergio” per quattro decenni (il fast food è nato negli anni Ottanta prima che la parola entrasse nel linguaggio comune). Nonostante l’operazione al ginocchio, nonostante l’assenza del marito che manca un po’ a tutti noi cresciuti di fronte a quel piccolo bancone, compra il pane fresco tutti i giorni e continua a sfornare hambuger e wustel: «Non posso lasciare i clienti senza i nostri panini».

Champagne per brindare alla vittoria (la mia, per aver ritrovato la luce)

Eleonora Baldwin

Non ricordo cosa ho mangiato ieri, ma la cena di quella notte magica del 9 luglio è cristallizzata perfettamente nella mia memoria. Mio figlio aveva 5 mesi e gli strombazzamenti della vittoria lo spaventavano. Quando il quartiere si è placato e il pupo ha finalmente preso sonno, ho brindato in solitaria con quello che avevo in casa. In frigo c’era una bottiglia di Champagne rimasta intonsa dalla festa del battesimo, e in dispensa lo stock di default estivo insieme all’olio buono e al sale di Mothia. Mi sono perciò versata una coppa (non amo i flûte, non giudicate) di quel Taittinger e ho sgranocchiato friselle tricolore bagnate nell’acqua di pomodoro vestite di mozzarella di bufala e basilico fresco. Quei sapori li sento ancora. Il ricordo è vivido ovviamente per l’emozione sportiva, ma festeggiavo anche l’uscita (finalmente!) dal post-partum che mi aveva fatto perdere un po’ della mia luce. Quella notte ho ricominciato a vedere il mondo a colori.

I villaggi vacanze e i gelati

Michela Becchi

Ero appena adolescente, ero annoiata e totalmente ignorante sul mondo calcistico (quest’ultima parte non è cambiata). Però quella sera era diverso. Era l’euforia collettiva, le canottiere incollate dall’umidità, la pancia di fuori e le collane nere in plastica che sembravano tatuate sul collo. Erano gli anni Duemila, tempi in cui il calcio era un affare di stato, argomento nazional popolare. Ero – e sono – ignorante sul tema, ma i nomi di quella Nazionale potrei citarli a memoria. Personaggi pubblici, prima ancora che giocatori. Quella settimana ero in un Villaggio Vacanze, forse in Calabria o forse in Sardegna, uno di quei posti con animazione, miniclub e buffet a tutte le ore che oggi definiremmo più sofisticatamente «family hotel». C’era il maxi schermo, c’erano mio padre, mio zio Gibbo, mio nonno Nino. E Nonna Adriana, mamma, zia Floriana… era la vacanza di famiglia, l’ultima fatta insieme. La sera bevevo acqua tonica per fare compagnia agli uomini seduti al bar. Della cena ho ricordi sfocati, qualcosa con i pomodori, in estate mangio solo quelli. Magari una panzanella. I gelati erano quelli di repertorio, il Maxibon (sono figlia degli anni ’90, du gust is megl che uan) e il Cornetto Algida. C’erano le sedie ma eravamo tutti in piedi, io in mezzo a papà e zio Gibbo. Le grida, i sussulti, la testata, poi il silenzio tombale. Fabio Grosso. Oggi non saprei nominare neanche un calciatore, penso ancora che il Maxibon sia il gelato industriale più buono mai creato. E che darei per vedere una partita con nonno e zio Gibbo.

Vent’anni dopo scopriamo che quella notte mangiavamo pizze un po’ gommose, panini improvvisati, Maxibon, birre ghiacciate e Coca-Cola. Non perché fossero il menu perfetto, ma perché erano il cibo delle grandi occasioni. Quella sera nessuno cucinava. Tutti aspettavano soltanto un rigore. E forse è anche per questo che quei sapori ci sembrano ancora così buoni.

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