Cosa abbiamo mangiato la sera del 9 luglio 2006? Forse una pizza ordinata all’ultimo minuto, una birra ghiacciata, una pasta al forno preparata in fretta o un gelato. Vent’anni dopo quell’Italia-Francia che ci ha fatto sognare, abbiamo provato a tornare, per un momento, ai Mondiali del 2006: ne è uscito un album di ricordi fatto di pizza al taglio, friselle, fontane prese d’assalto e notti che sembravano non finire mai.

Loredana Sottile
Era l’anno dei mondiali quelli del 2006. La regina dell’Italia era la pizza (e forse lo è ancora). Io, da poco arrivata a Roma, avevo iniziato a fare pratica nella redazione di Leggo, dove imparai ad asciugare la sintassi, ingurgitare il dizionario dei sinonimi e fare il fantacalcio perfetto per vincere la sfida redazionale Fifa (spoiler: non la vinsi, ma oggi sono la queen dei “nomi equivalenti”, come potete ben vedere). In una escalation di notti magiche, caldo romano e cene improvvisate, arrivò quel 9 luglio. Ma mi chiesero di coprire il turno serale: ogni cosa era inevitabilmente rovinata. Poco prima delle 20, il caporedattore ebbe un moto di indulgenza: «Vai su, sei libera» (probabilmente aveva incontrato il mio sguardo “migliore”). Non glielo feci ripetere due volte, corsi via a perdifiato come se quella partita dovessi giocarla io. Ma dove correvo? Pochi soldi, poco preavviso, divano troppo piccolo, tante persone da coordinare, nessuna prenotazione. L’unica soluzione? Spizzico di via del Corso (avete presente la catena di fast food nata sul finire degli anni Ottanta e oggi tornata in scena ma in versione gourmet?). Oggi nella mia memoria restano il sapore riscaldato di un trancio di pizza industriale, una Coca-cola troppo annacquata per affogarci l’effervescenza collettiva di quella notte (mi sa che i vini non li bevevamo neppure noi under 25 di allora) e una – anzi “la” – testata che fece la storia, prima del bagno di folla e di acqua nella fontana di Piazza Venezia. Non cambierei nulla. Ok, bugia: magari oggi la pizza sarebbe una di quelle romane d’autore, la bollicina un brut metodo classico, ma la testata, in fondo, no: quella la ridarei… ma al calcio nazionale, che ci ha tolto la voglia di cantare “Era l’anno dei mondiali quelli di un numero qualsiasi anche senza sei”.
Annalisa Zordan
Vent’anni fa ero a Sherwood. A Padova non serve aggiungere altro: Sherwood è semplicemente Sherwood. Il festival che anima il Park Nord dello Stadio Euganeo, nato dall’esperienza dell’omonima radio fondata nel 1976, cinquant’anni fa. Radio Sherwood ha attraversato decenni di lotte e trasformazioni sociali, diventando uno spazio di comunicazione indipendente, senza mai rinunciare alla musica. Quella sera, però, il palco e i concerti passarono in secondo piano. O quasi. Il giorno dopo avrebbe dovuto esibirsi Sinéad O’Connor e, a essere sincera, aspettavo molto più lei della partita. Del calcio mi interessava poco. Eppure ho impressa perfettamente nella memoria quella scena di raccoglimento collettivo, tutti seduti sulle sedie bianche di plastica disposte davanti al maxischermo montato per l’occasione. Ricordo come fosse ieri la testata di Zidane a Marco Materazzi, il silenzio tombale durante i rigori, e soprattutto la leggerezza che c’era nell’aria. Avevo ventidue anni, studiavo filosofia e per mantenermi lavoravo come banconista da Grom. Ogni tanto davo una mano a Sherwood: qualche turno al bar, qualche ora nello spazio dedicato ai bambini, che avevo ribattezzato scherzosamente “Baby Bunker”. Non era un lavoro vero e proprio, era più un modo per stare lì, respirare quell’atmosfera e vedere gratis i concerti. Quella sera mangiai una pizza, niente di speciale, ma allora mi sembrò ottima. Forse servita direttamente sul cartone, o forse su un foglio di carta. Bevvi anche qualche birretta, ma i dettagli gastronomici, stranamente, si sono persi per strada. Vent’anni dopo, se provo a richiamare alla mente il sapore di quella pizza non ci riesco. Se invece penso a come mi sentivo, sì. Ero felice. E lo sapevo. O forse è soltanto il senno di poi che me lo fa credere.

Marzio Taccetti
All’inizio si mangiava un po’ di tutto, senza un vero criterio. Molto spesso quello che qualcuno cucinava sul momento: spaghettata svuota-frigo o al pomodoro, carne alla griglia se qualcuno aveva il barbecue in giardino, insalata caprese. Più il Mondiale andava avanti, più il menu si restringeva. Verso le partite finali non si improvvisava quasi più: o si ordinava una pizza, o qualcuno preparava un piatto unico da scaldare o tirare fuori dal frigo molto prima del fischio d’inizio. Forse per abitudine, forse per tensione, alla fine giravano sempre le stesse cose: pasta al forno, torte rustiche, pizzette, pasta fredda con pomodorini e mozzarella. Si mangiava in fretta, spesso quasi in silenzio. Della partita, prima del suo inizio, non si parlava mai davvero: lì la superstizione era una cosa seria. Durante, invece, non si mangiava proprio. Ufficialmente per salvaguardare divani, pavimenti e tavolini di chi ci ospitava; in realtà perché nessuno staccava gli occhi dalla televisione. Da bere, birra ghiacciata. Per gli astemi, Coca-Cola o acqua frizzante. E prima o poi partiva sempre la citazione inevitabile di Fantozzi sulla partita Inghilterra-Italia della Coppa del Mondo del ’78.
Sonia Ricci
Il signor Domenico (che tutti a Foligno chiamavano inspiegabilmente “Sergio”) lo preparava sempre con grande amore. Parlava, parlava, parlava, nel frattempo buttava nell’olio bollente una bustona intera di patatine surgelate belle spesse, che finivano per diventare dorate e salatissime. Nel frattempo il rotolo di carne cuoceva sulla piastra rettangolare, il pane oblungo scavato dalla mollica veniva servito sempre ben cotto, il tutto avvolto con poca carta stagnola per evitare che si inumidisse eccessivamente. Sulla stessa piastra sfrigolavano i crauti. La sera in cui abbiamo vinto i mondiali – bei tempi! – avevo 19 anni, ero in pieno esame di maturità e non avevo idea di quello che avrei fatto da grande, ma ho fatto quello che facevo quasi tutte le settimane: ho ordinato un magnifico “Big Joe” al Green Corner, piccolo fast food con le mattonelle bianche e verdi dove generazioni di umbri si sono sfamati a qualsiasi ora del giorno e della notte. Anche se non è vero, per me rimane il miglior hot dog di sempre mangiato sul muretto a ridosso dell’ufficio postale (“ketchup e maionese, ma non troppo!”). Oggi quel posto ha riaperto grazie all’ostinazione di Maria che ha lavorato a fianco a “Sergio” per quattro decenni (il fast food è nato negli anni Ottanta prima che la parola entrasse nel linguaggio comune). Nonostante l’operazione al ginocchio, nonostante l’assenza del marito che manca un po’ a tutti noi cresciuti di fronte a quel piccolo bancone, compra il pane fresco tutti i giorni e continua a sfornare hambuger e wustel: «Non posso lasciare i clienti senza i nostri panini».

Eleonora Baldwin
Non ricordo cosa ho mangiato ieri, ma la cena di quella notte magica del 9 luglio è cristallizzata perfettamente nella mia memoria. Mio figlio aveva 5 mesi e gli strombazzamenti della vittoria lo spaventavano. Quando il quartiere si è placato e il pupo ha finalmente preso sonno, ho brindato in solitaria con quello che avevo in casa. In frigo c’era una bottiglia di Champagne rimasta intonsa dalla festa del battesimo, e in dispensa lo stock di default estivo insieme all’olio buono e al sale di Mothia. Mi sono perciò versata una coppa (non amo i flûte, non giudicate) di quel Taittinger e ho sgranocchiato friselle tricolore bagnate nell’acqua di pomodoro vestite di mozzarella di bufala e basilico fresco. Quei sapori li sento ancora. Il ricordo è vivido ovviamente per l’emozione sportiva, ma festeggiavo anche l’uscita (finalmente!) dal post-partum che mi aveva fatto perdere un po’ della mia luce. Quella notte ho ricominciato a vedere il mondo a colori.

Pina Sozio
Vent’anni fa lavoravo in una redazione nel centro storico di Roma e, usciti dal lavoro, il rito prevedeva che io e i miei colleghi andassimo a vedere le partite all’Angelo Mai, centro sociale che allora era in un meraviglioso ex convitto del Rione Monti (e che proprio in quel luglio fu sfrattato): birra in lattina e cucina palestinese erano lo standard. La sera della finale, però, eravamo in 50 nell’ufficio di un amico, con metri e metri di pizza al taglio e scrivanie piene di cose da bere. Cosa si bevesse, non lo ricordo, di quella serata ho ricordi sfocati e foto di gavettoni nelle fontane di Roma.

Michela Becchi
Ero appena adolescente, ero annoiata e totalmente ignorante sul mondo calcistico (quest’ultima parte non è cambiata). Però quella sera era diverso. Era l’euforia collettiva, le canottiere incollate dall’umidità, la pancia di fuori e le collane nere in plastica che sembravano tatuate sul collo. Erano gli anni Duemila, tempi in cui il calcio era un affare di stato, argomento nazional popolare. Ero – e sono – ignorante sul tema, ma i nomi di quella Nazionale potrei citarli a memoria. Personaggi pubblici, prima ancora che giocatori. Quella settimana ero in un Villaggio Vacanze, forse in Calabria o forse in Sardegna, uno di quei posti con animazione, miniclub e buffet a tutte le ore che oggi definiremmo più sofisticatamente «family hotel». C’era il maxi schermo, c’erano mio padre, mio zio Gibbo, mio nonno Nino. E Nonna Adriana, mamma, zia Floriana… era la vacanza di famiglia, l’ultima fatta insieme. La sera bevevo acqua tonica per fare compagnia agli uomini seduti al bar. Della cena ho ricordi sfocati, qualcosa con i pomodori, in estate mangio solo quelli. Magari una panzanella. I gelati erano quelli di repertorio, il Maxibon (sono figlia degli anni ’90, du gust is megl che uan) e il Cornetto Algida. C’erano le sedie ma eravamo tutti in piedi, io in mezzo a papà e zio Gibbo. Le grida, i sussulti, la testata, poi il silenzio tombale. Fabio Grosso. Oggi non saprei nominare neanche un calciatore, penso ancora che il Maxibon sia il gelato industriale più buono mai creato. E che darei per vedere una partita con nonno e zio Gibbo.
Antonella De Santis
A un certo punto mi sono sentita libera di esprimere liberamente il mio più sano disinteresse per il calcio. Per carità: adoro sentirmi parte di qualcosa e partecipare della felicità condivisa, vivere della passione e l’entusiasmo di amici parenti, vicini, sconosciuti. Vedere le partite, però no: mi annoia a morte. E chi si annoia spesso e volentieri disturba chi, invece, non stacca gli occhi dallo schermo. Così mi sono sentita in diritto di ignorare serenamente le partite. Risultato? Quei 90 minuti – più annessi e connessi – di fede calcistica degli altri, si sono automaticamente trasformati in un tempo regalato, ovviamente per me: niente traffico, ristoranti vuoti, grande tranquillità. Così è da un bel po’, forse proprio dai mondiali del 2006 in cui solo per la semifinale mi trovai incastrata in una visione collettiva (con grande disappunto dei poveri astanti). La finale da cui l’Italia uscì vincitrice, invece no. E me la ricordo bene: dopo una giornata al mare, in cui un’inopportuna pennichella mi regalò una certa rosolatura, rientrai a casa con quello stordimento post spiaggia che mi mise fuori uso per un’oretta. Mi svegliai per un silenzio irreale: era appena iniziato il primo tempo, e in fretta uscii per vagare in una città metafisica e fuori dal tempo. Nel mio quartiere c’erano scene degne di Dino Risi: fuori dai negozi aperti per l’occasione, dai portoni, sui marciapiedi, tanti gruppetti riuniti davanti alla tv, posata su uno sgabello con la prolunga che arrivava da chissà dove. Le sedute portate da casa, e grandi secchi appesi alle fontanelle con dentro cocomeri interi a rinfrescare. Era bellissimo. All’intervallo una birretta gelida e dopo ancora a camminare e godermi lo spettacolo di una città che forse era ancora povera ma bella.

Eugenio Marini
Ricordare cosa si è mangiato il 9 luglio del 2006 sembra oggi un’impresa titanica. Sono passati vent’anni da quel giorno, periodo in cui vedersi una partita della nazionale regalava tutt’altra soddisfazione: di talento nella formazione ce n’era a iosa e non mancava mai quella sensazione che da un momento all’altro una giocata potesse diventare “pericolosa”, un lampo di genio decisivo ai fini del risultato. Mentre adesso i nostri giocatori, impauriti e con poche idee in campo, faticano persino a qualificarsi ai mondiali (figuriamoci a competere davvero per il trofeo). Comunque, non dimentico la tensione per la finale. Era tanta, tale da levare l’appetito ed eclissare l’appeal di qualsiasi pietanza, fosse stata anche la più invitante. Ospite a casa del mio amico Paolo però avevo dovuto obtorto collo fare qualche forchettata della pasta al pomodoro — buona come sempre — della madre Lucia. Decisione che aveva pure mandato in frantumi il rituale calcistico di famiglia: vietato mangiare durante i match più sentiti. Fatto sta che in quel frangente nessun piatto né alcuna tradizione familiare sarebbero contati più di qualunque dettaglio attinente al rettangolo verde dell’Olympiastadion; nulla di più importante della testata di Zidane, dei colpi di reni di Gigi Buffon o del fatidico momento dei calci di rigore, arrivati alla conclusione dei tempi supplementari. Ed è soltanto dopo l’ultimo tiro dal dischetto, che ha decretato la vittoria dell’Italia e i festeggiamenti prolungati, capaci di trasformare il centro di Otranto nella bolgia de La Bombonera di Buenos Aires, che mi è tornata la fame. Un certo languorino, placato da un calzone fritto e poi da una crêpe presa a uno dei food truck della cittadina salentina, ancora aperti alle prime ore del mattino. Sì, forse una scorpacciata eccessiva, ma la felicità per il successo era alle stelle, troppa perché un adolescente appassionato di calcio come me potesse lasciarsi prendere dai sensi di colpa. D’altronde, non capita tutti i giorni di vincere la Coppa del Mondo.
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