Fare colazione fuori non è per tutti. Lasciamo da parte le tendenze del momento: pensiamo al bar di quartiere, quello sotto casa o vicino all’ufficio, alle insegne che aprono di buon mattino, porto sicuro per viaggiatori e turnisti, baluardi che non moriranno (e se questo sia un bene o un male poco importa). Me lo ha insegnato nonno Nino, il vero piacere della colazione al bar, abitudine che sto trasmettendo anche al mio bimbo di un anno, una tradizione che sono sicura rimarrà nella nostra famiglia per sempre.

Nonno è il re della colazione. Tassativamente al bar sotto casa, gli altri nei dintorni sono il ripiego nel giorno di chiusura. Il bar all’angolo, con vista sull’aiuola curata da lui, è diventato nel tempo il suo posto felice. «In estate qui c’è sempre aria». È così, nonno Nino ha trovato un punto preciso dove sedersi anche nei pomeriggi assolati, unico angolo ombreggiato per ripararsi dall’afa. Perché nonno al bar ci sta un po’ tutto il giorno ma è la colazione la sua tappa prediletta: cornetto e cappuccino, neanche a dirlo. Al bancone ci arriva digiuno, il suo è un pasto a tutti gli effetti, che a casa – con buona pace di nonna che non se n’è mai fatta una ragione – non ha mai voluto fare. Nonna non la capisce, la sofisticata arte della colazione fuori.
Io faccio parte del “team bar” da sempre, al punto che da bambina attendevo con ansia il momento del prelievo del sangue, pregustando il sapore del cornetto. Per mia madre e mia zia quello è solo uno snack, un secondo giro da fare a metà mattina: degna erede di nonno, la sorte per me ha voluto che finissi a scrivere proprio di bar e pasticcerie, ma in questo caso non c’entra il lavoro. Noi «colazionisti» sappiamo andare oltre la qualità.

Per nonno è sempre stato un piacere offrirmi il caffè. Ad accompagnarmi al bar ormai da un anno, invece, è il mio bambino, Nicolò, che fin da quando è nato è stato spettatore di tante colazioni in esterna. Per mesi si è limitato a osservare, da un po’ ha cominciato a farmi compagnia con un pancake o una fetta biscottata senza zucchero, più per emulazione che per reale fame, prendendo ancora il mio latte di notte: è uno dei nostri rituali più cari, soprattutto da quando sono rientrata dal periodo di maternità, due giorni dopo la sua prima candelina. Dodici mesi in cui sono cambiata, migliorata, ritrovando finalmente la spensieratezza. Potrei parlare all’infinito di quanta luce questo bimbo abbia portato nella mia vita, ma questa è un’altra storia, che con i cornetti in un certo senso ha comunque a che fare.

Il nostro bar del cuore è proprio dietro casa, fa dei lieviti di ottima fattura (non posso dire altrettanto per i cappuccini) e il suo dehors ci ha visti crescere. Da quando abbiamo iniziato l’avventura all’asilo, invece, ad accoglierci è il grande bar vecchia scuola proprio accanto al nido, dove ogni mattina si assiste a scene buffe e tenerissime. Mamme e papà con bimbi al seguito, alcuni nel passeggino, altri seduti di fronte a un saccottino al cioccolato aspettando il vassoio delle bevande. Infagottati nei loro piumini, le guance rosse, dividono cornetti e biscotti con i genitori, a volte li portano via in un sacchetto. Spesso gli adulti tracannano il caffè bollente al bancone con i figli in braccio, le mamme si piegano su loro stesse cercando di tenere in equilibrio carta di credito, bambino e piattino con la ciambella… ma anche nella fretta, quel momento di condivisione resta prezioso. Perché tutto il resto può aspettare, ma prima della scuola, prima del lavoro, della spesa, delle faccende, prima di ogni dovere, c’è questo piccolo e irrinunciabile piacere.

Ogni mattina, io e Nicolò andiamo al bar accanto alla scuola e penso a nonno Nino, con cui non so se riuscirò mai a condividere un’altra colazione fuori. Ripenso ai cornetti surgelati e a volte troppo cotti di quel bar dove tira sempre il vento, dove negli ultimi tempi nonno li ordinava già tagliati a fette, da inzuppare direttamente nel cappuccino, abitudine detestabile che a lui perdonavo. Ci siamo sempre perdonati tutto, io e lui.

Non tutti i giorni mangio il cornetto, spesso faccio colazione in casa, con Nicolò sul seggiolone intento ad afferrare, uno dopo l’altro, i chicchi di farro soffiato, tentando di pescarli dalla tazza di latte con il cucchiaino, finendo per rovesciare tutto a terra, ridendo a bocca aperta con i suoi otto denti.
La tappa al bar, però, c’è sempre, costi quel che costi. Seduti ai tavolini fuori, io che mi stringo nel cappotto, lui avvolto nel suo sacco di pile del passeggino (beati i bambini, che non sanno la fortuna che hanno a essere scarrozzati in comodi letti portatili). Immersi in un tempo solo nostro. Nostro e di tutti i clienti che si fermano a salutarlo o che si sentono osservati dal suo sguardo vigile (c’è qualcuno in grado di fissare più intensamente di un bambino?), che non possono a fare a meno di sorridere per il suo cappellino con le orecchie da orsetto, ormai famoso in tutto quartiere. Non mangia ancora il cornetto, ma ordino comunque al plurale: «Per noi un cappuccino d’avena, grazie».
Brindiamo, tazza contro borraccia. Ridiamo, naso contro naso. Gli dico che il caffè è imbevibile, come un po’ in tutti bar della zona, ma che non ha importanza. Perché la colazione fuori è molto, molto altro. È la lezione di nonno Nino, che in fondo ha già imparato. Perché tra noi, come con nonno, le parole non sono poi così necessarie.
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