Cโรจ una data a cui la filiera del vino guarda con apprensione: il prossimo 24 luglio. Giorno in cui si deciderร del destino del destino dei โnuoviโ dazi statunitensi, visto che in quella data รจ fissata la scadenza tecnica del regime tariffario temporaneo introdotto con la Section 122 del Trade Act (quello a cui si รจ appellato Trump dopo la bocciatura della Corte Suprema).
Alfredo Conte, vice direttore generale per lโEuropa e direttore centrale per la Politica Commerciale Internazionale, dallโassemblea nazionale di Unione Italiana Vini, hadelineato il possibile scenario di ciรฒ che accadrร : ยซL’amministrazione Usa ha giร avviato due indagini – una per sfruttamento e l’altra per sovraccapacitร produttiva – che porteranno con ogni probabilitร all’entrata di nuovi dazi. Lโincertezza riguarda piรน la forma che la sostanza, con ogni probabilitร dopo il 24 luglio entreranno in vigore misure dello stesso valore: il risultato finale non cambierร e non eccederร il 15%ยป.

Alfredo Conte
Intanto sui dati, rimane negativo lโexport di vino italiano nel mondo (-8,3% a valore nel primo trimestre) e lโatteso rimbalzo della domanda statunitense tarda ad arrivare. Complici โ secondo lโOsservatorio Uiv โ i dazi, la svalutazione del dollaro e soprattutto il calo strutturale dei consumi di vino oltreoceano, in trend negativo ormai da 5 anni. Lโexport del primo quadrimestre 2026 scende a valore di un altro 15,4% dopo la chiusura, lo scorso anno, a -9,2%.
ยซLa tesi che gli americani anche con i dazi non rinunciano ai nostri prodotti รจ bella da raccontare ma nella realtร รจ sempre piรน difficile da gestire โ dice Paolo Castelletti – Per il vino le tariffe sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma notiamo che anche altri comparti bandiera del made in Italy tradizionali sono andati in difficoltร ; penso per esempio allโalimentare, alla meccanica, al mobile. Lโimperativo oggi รจ moltiplicare la nostra presenza nel primo mercato al mondo attraverso i codici del commercio e non di quelli, preoccupanti, della politicaยป.

Un presidio del mercato che, nellโanalisi del coordinatore America di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes, Federico Petroni, non puรฒ prescindere da una lucida presa di coscienza sui cambiamenti che stanno attraversando il primo mercato di sbocco per il vino italiano: ยซNegli Stati Uniti non sta cambiando soltanto una generazione di consumatori, ma la composizione stessa dell’America, dentro un cambio di paradigma ormai strutturale di cui lโamministrazione Trump รจ lโeffetto, piรน che la causa. Con il tramonto dell’era dei baby boomer emerge un Paese con riferimenti culturali diversi. Per il vino italiano significa confrontarsi con pubblici che non possono piรน essere raggiunti con gli stessi linguaggi del passato: serviranno nuovi strumenti e una capacitร sempre maggiore di dialogare con un’America piรน plurale, dove il ricambio รจ insieme generazionale, etnico e geograficoยป.

Riposizionarsi e resistere, quindi, cercando allo stesso tempo di ripristinare la prevedibilitร delle relazioni transatlantiche. ยซGoverno e diplomazia stanno lavorando a testa bassa, con una particolare attenzione al mondo del vino italiano, anche con un incremento di risorse โ ha detto il presidente di Ita-Italian Trade Agency, Matteo Zoppas โ Queste risorse devono essere messe a sistema per sostenere le imprese nella promozione, e lo stiamo giร facendo, a partire proprio dagli Stati Uniti, anche supportando la partecipazione a Vinitaly.USA. Dobbiamo poi proseguire sulla strada degli accordi commercialiยป.
Se il vino italiano deve guardare all’estero, non deve comunque dimenticare la cara vecchia Europa. Il vino italiano รจ infatti sempre piรน chiamato a ridurre lโesposizione ai rischi geopolitici, commerciali e regolatori, in unโottica di de-risking. E, in quest’ottica, il mercato interno europeo rappresenta un โporto sicuroโ per la domanda di vino (+31% il trend delle esportazioni di vino italiano nellโUe negli ultimi 6 anni, il doppio della media extra-Ue), ma ancora troppo frammentato da barriere tecniche, interpretazioni nazionali divergenti e dalla tendenza all’iper-regolamentazione, come ha ricordato Carlo Alberto Carnevale Maffรจ, professore di Strategy alla SDA Bocconi School of Management: ยซIl vero costo dell’Europa, รจ la non-Europa. Le imprese europee non pagano solo il costo delle barriere interne, ma anche quello della frammentazione del mercato unico. Per aziende che competono su scala globale รจ paradossale dover affrontare, di fatto, 27 mercati diversi all’interno dell’Unione. Completare davvero il mercato unico non significa solo semplificare: significa restituire competitivitร alle imprese europee e liberare risorse per innovazione, investimenti e crescitaยป.
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