Degustazioni

È uno dei vini bianchi italiani più esportati al mondo, ma in Italia non si conosce abbastanza

Per decenni è stato uno dei grandi bianchi italiani. Oggi esporta gran parte della produzione, mentre nel nostro Paese fatica ancora a trovare spazio. Eppure il tempo sta riscrivendo la sua storia

  • 08 Luglio, 2026
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Se il Derthona è la locomotiva dei bianchi piemontesi, il Gavi è il caposaldo storico: un vino che affonda le radici in una storia molto antica, che parte dall’antica città romana di Libarna — dove si trova ancora un mosaico legato al mito della nascita della vite — e passa per la nobiltà genovese. In questa zona di confine tra Piemonte e Liguria, i grandi casati della Superba avevano le loro tenute di campagna: usavano il legno dei boschi per costruire le stesse navi su cui viaggiava il vino. La storia moderna della denominazione si deve,  però, ad alcune famiglie imprenditoriali che, dalla metà degli anni Settanta, hanno cominciato a puntare sulla qualità quando nel resto d’Italia era quasi impensabile farlo: primi su tutti i Soldati, cugini primi del divulgatore e regista Mario, che con l’azienda La Scolca hanno tracciato la via maestra per l’intero territorio.

Così il Gavi ha conquistato il mondo

Negli anni Ottanta il Gavi era sulla cresta dell’onda. Poi è arrivata la moda dei vitigni aromatici e semi-aromatici e le cose si sono complicate: “A un certo punto a Milano e in tutta Italia hanno cominciato a funzionare meglio altri vini più profumati” racconta Francesca Poggio, titolare de Il Poggio e discendente della famiglia Soldati. “E da lì, prima La Scolca e poi tutti gli altri al suo seguito, hanno cominciato a esportare quasi tutta la produzione, sfruttando l’appeal dei bianchi neutri in altri paesi”.

Dall’Italia al Regno Unito: il bianco piemontese che vive di export

Oggi il Gavi è il re dell’export tra i bianchi italiani, secondo forse solo al Pinot Grigio per percentuale della produzione che finisce fuori dai confini nazionali. Il mercato storico di riferimento è il Regno Unito, destinazione per almeno il 60% delle bottiglie; seguono Stati Uniti, Germania, Giappone e alcune nazioni dove altre denominazioni italiane arrancano. Per esempio la Cina. “Mentre i rossi soffrono la contrazione del mercato cinese, noi consolidiamo la nostra posizione” spiega Sara Repetto, brand ambassador del Consorzio Vino Gavi “ è una questione di trasformazione: un paese storicamente legato a grandi brand e rossi strutturati, spesso con residuo zuccherino, sta virando verso un consumo più agile. Per ora la fanno da padrone le città più occidentalizzate — Hong Kong e Shanghai su tutte — ma le prospettive sono buone”.

In Italia, invece, il Gavi è meno presente. Ha perso la posizione privilegiata che occupava anni addietro e, proprio perché il Cortese è un vitigno neutro, fatica un po’ a competere sul terreno dell’immediatezza. L’unica strada per riacquistare quote di mercato sembra la premiumizzazione: alzare l’asticella della qualità e, in secondo luogo, puntare sull’invecchiamento.

Il Cortese ha dalla sua un bagaglio interessante di profumi fermentativi — esaltati da vinificazioni a bassa temperatura — un alcol quasi sempre medio-basso, riflesso di una conformazione territoriale pre-appenninica fatta di vallate strette e boschive, e un buon equilibrio tra acidità e parte glicerica che distende il sorso. I Gavi giovani sono godibili, sfiziosi, ma relativamente semplici. Riescono a veicolare la differenza tra le terre bianche, più calcaree, che danno vini più agili e freschi, e le terre rosse, tendenzialmente più argillose e quindi viatico per versioni più strutturate.

Ma la vera stoffa del Cortese emerge con il tempo, anche grazie al TDN — precursore aromatico condiviso con alcuni dei più grandi vitigni bianchi del mondo — che permette ai vini di perdere esuberanza fermentativa senza scomporsi, anzi di sviluppare una certa complessità: idrocarburica di certo, come tipico dei vini che sviluppano TDN, ma anche mielata, balsamica, di frutta secca ed erbe officinali. Il paragone con il vicino Timorasso sembra inevitabile: se quest’ultimo è un “rosso travestito da bianco”, il Gavi è un bianco assolutamente classico che diventa qualcosa di ben diverso nel tempo.

Le etichette da conoscere secondo il Gambero Rosso

I 45 campioni dell’annata 2025 — irregolare, ma nel complesso abbastanza positiva — mostrano precisione e piacevolezza diffuse. Non c’è dubbio sul fatto che, negli ultimi anni, la qualità media sia molto migliorata. Eppure, tutto quello che si assaggia di più “vecchio” riesce più facilmente a lasciare il segno.

Per fortuna, sono sempre di più le aziende che propongono almeno un’etichetta con un affinamento prolungato, soprattutto tra i membri di Gavi Giovani, associazione che riunisce gli under 40 del territorio. Si tratta più spesso di late release che di Gavi Riserva, perchè il disciplinare per la tipologia impone vincoli a tratti controproducenti, come la riduzione delle rese massime da 95 a 65 quintali per ettaro — che in tempi di riscaldamento globale non è sempre un vantaggio — e l’obbligo di dichiarare già in vendemmia quali lotti destinare alla Riserva.

Tra le etichette più interessanti con uscita ritardata, segnaliamo il Rovereto Vigna Vecchia 2019 di Castellari Bergaglio, giá premiato nella guida vini 2026 con i Tre Bicchieri. Una sorta di archetipo per il Gavi con qualche anno sulle spalle: affumicato, complesso, ma anche cremoso, con ottima freschezza a supporto di una progressione di sostanza che consente anche di sbizzarrirsi con gli abbinamenti; poi il Pisè 2021 de La Raia: da viticoltura biodinamica, austero e allo stesso tempo garbato, da vedere in prospettiva. E poi il citrino, dinamico 2022 di Cascina Gentile tra le novitá, la Riserva 2020 di Binè per chi cerca uno stile molto idrocarburico, che occhieggia quasi alla Mosella; il 10 Anni 2013 di Villa Sparina: rassicurante al naso, ma ancora reattivo in bocca. Anche la cantina sociale della zona, produttori del Gavi, produce un ottimo Gavi rilasciato tardivamente e che in bottiglia continua ad evolvere bene: GG 2022, peraltro con un prezzo molto interessante.

Prossime sfide per il territorio? Incrementare l’enoturismo, facendo forza sulla vicinanza con la costa ligure, che peraltro già porta un buon numero di clienti di alta fascia, che soggiornano nei vari resort in ville storiche presenti in zona. E poi sviluppare anche il filone del Gavi Spumante. In realtà sono già più di trent’anni che in questa zona si fa Metodo Classico, ma le etichette sul mercato sono relativamente.poche.

Eppure, dagli assaggi si nota un’identità varietale abbastanza precisa che allontana i vini dallo stile a tratti scolastico di altri territori italiani. Anche qui le etichette più interessanti sono quelle con lunghi affinamenti, come Ardè 2013 di Castellari Bergaglio e il 2017 di La Mesma. Entrambi coerenti nel rappresentare un vitigno capace eccezionalmente capace di mettere insieme complessità e scorrevolezza.

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