Addio

È morto Emidio Pepe, il vignaiolo che aveva capito il futuro del vino cinquant'anni prima degli altri

A 94 anni si è spento uno dei grandi patriarchi del vino italiano. Fu tra i primi a credere che Montepulciano e Trebbiano d'Abruzzo potessero sfidare i decenni, costruendo una filosofia produttiva che avrebbe influenzato intere generazioni di vignaioli

  • 28 Luglio, 2026
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Ci sono notizie che, pur attese per l’età di chi le riguarda, lasciano comunque un vuoto enorme. La morte di Emidio Pepe, a 94 anni, purtroppo è una di queste. Con lui se ne va una figura che ha contribuito come poche altre a cambiare il destino del vino abruzzese e il modo stesso di intendere il rapporto tra vignaiolo, territorio e tempo. Quando nel 1964 decise di imbottigliare il Montepulciano e il Trebbiano d’Abruzzo con il suo nome, l’Abruzzo del vino era tutt’altro che una terra di grandi rossi e grandi bianchi da invecchiamento. Il Montepulciano era considerato un vino robusto e rustico, spesso destinato al taglio, mentre il Trebbiano sembrava condannato a una dignitosa normalità.

Il vignaiolo che cambiò il destino del Montepulciano d’Abruzzo

La copertina del mensile del Gambero del 2015 dedicata ad Emidio Pepe

Emidio Pepe vedeva qualcosa che gli altri non riuscivano ancora a immaginare: il tempo. È stato il primo a credere, con ostinazione quasi testarda, che quelle uve potessero attraversare i decenni e uscire dal tempo più vive che vecchie. Oggi sembra quasi scontato parlare della longevità del Montepulciano d’Abruzzo o del Trebbiano, ma negli anni Sessanta era poco meno di un’eresia. Lui non cercò mai di convincere il mondo con le parole. Lo fece mettendo da parte le bottiglie, aspettando. E il vino, come spesso accade, gli diede ragione. Il Gambero Rosso gli dedicò anche una copertina destinata a rimanere nella memoria, ribattezzandolo “Mister Montepulciano“. Un titolo che sintetizzava perfettamente il suo ruolo: non solo il più grande interprete di quel vitigno, ma il produttore che più di ogni altro ha contribuito a cambiarne la percezione nel mondo, dimostrando che il Montepulciano d’Abruzzo poteva competere, per profondità e capacità di evoluzione, con i grandi vini italiani e internazionali.

Quando il vino naturale non aveva ancora un nome

Emidio Pepe

La sua era una viticoltura antica, ma mai nostalgica. Rifiutava la modernizzazione fine a sé stessa, non perché fosse contrario alla tecnica, ma perché era convinto che ogni intervento dovesse avere un solo obiettivo: non togliere vita al vino. Per questo continuò a pigiare le uve con i piedi, a diraspare manualmente il Montepulciano, a evitare filtrazioni e chiarifiche, a usare unicamente contenitori in cemento.  Alcuni di questi gesti molti li hanno in passato liquidati come folclore, salvo poi riscoprirli decenni dopo come esempi di un’artigianalità autentica. È

curioso che negli ultimi anni sia stato spesso definito un pioniere del vino naturale. In realtà Emidio Pepe non ha mai avuto bisogno di etichette. Faceva vino così molto prima che esistessero movimenti, manifesti o fiere dedicate. Semplicemente perché era il modo che riteneva più giusto. La sua forza è sempre stata questa: non inseguire mai una moda, ma ritrovarsi, quasi senza volerlo, ad anticiparla. Ma ridurre Emidio Pepe al solo vino naturale sarebbe persino ingeneroso. Il suo lascito più grande è probabilmente aver restituito dignità a un territorio. Ha dimostrato che l’Abruzzo poteva sedere al tavolo delle grandi regioni del vino italiano senza imitare nessuno, semplicemente valorizzando ciò che aveva sempre avuto: Montepulciano, Trebbiano, pergola abruzzese, tempo e una straordinaria identità contadina.

Non è stato soltanto un grande vignaiolo. È stato uno dei primi a capire che un vino importante nasce prima di tutto dalla vigna, che la biodiversità non era uno slogan ma una necessità, che il rispetto della terra avrebbe avuto un valore ben superiore a qualsiasi innovazione di cantina. Molte delle pratiche agronomiche che oggi vengono considerate moderne lui le aveva semplicemente sempre fatte, quando ancora nessuno parlava di sostenibilità o agricoltura rigenerativa.

La filosofia di Emidio Pepe: il tempo prima di tutto

Oggi la sua cantina è una delle più ricercate al mondo, guidata con intelligenza dalle figlie Sofia e Daniela e dalla nuova generazione rappresentata dalle nipoti Chiara ed Elisa. Un passaggio generazionale costruito con pazienza, senza strappi, nel segno della continuità. E proprio Chiara Pepe rappresenta la misura dell’eredità costruita da Emidio: enologa di grande talento, è stata chiamata a ricoprire il ruolo di responsabile della viticoltura e della vinificazione di Domaine de la Chapelle, storica maison della valle del Rodano con sede a Hermitage.

Un riconoscimento internazionale che racconta quanto la scuola Pepe abbia saputo formare una nuova generazione di professionisti senza perdere il legame con le proprie radici. Emidio Pepe lascia molto più di una cantina. Lascia un modo di pensare il vino che oggi appare sorprendentemente contemporaneo proprio perché non ha mai cercato di esserlo. In un settore che spesso rincorre la novità, lui ha dimostrato che l’innovazione più autentica nasce dalla coerenza, dalla pazienza e dalla fedeltà alla propria terra.

E forse è proprio questa la sua eredità più preziosa. Aver insegnato che il vino non si costruisce per seguire il mercato, ma per attraversare il tempo. Le sue bottiglie continueranno a raccontarlo molto meglio di qualsiasi commemorazione. Perché, come tutti i grandi vignaioli, Emidio Pepe continuerà a parlare attraverso i suoi vini.

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