La notizia è passata quasi sottotraccia, come succede spesso nel vino italiano quando le cose davvero importanti non fanno abbastanza rumore. Chiara Pepe è stata chiamata come consulente al Domaine de La Chapelle, nel cuore della valle del Rodano, uno dei luoghi più simbolici e identitari del vino francese. Eppure questa non è soltanto la storia di una professionista italiana che approda in una maison prestigiosa. È una notizia che racconta molto del peso che il vino italiano ha ormai raggiunto nel mondo e, allo stesso tempo, della difficoltà tutta italiana nel riconoscere fino in fondo il proprio valore culturale, strategico e quindi geopolitico.

Per capire il significato di questa scelta bisogna partire proprio dall’Abruzzo. Una terra che nel vino vive da sempre una condizione quasi paradossale. Da una parte è il territorio delle grandi quantità, delle alte rese, di milioni di bottiglie finite per anni sugli scaffali della grande distribuzione. Dall’altra custodisce alcune delle esperienze più radicali e influenti del vino italiano contemporaneo. Nello stesso spazio convivono produzioni industriali e nomi che hanno cambiato la percezione internazionale del vino italiano, come Emidio Pepe o Valentini o nuove realtà impattanti come ad esempio Tenuta i Fauri. Ed è forse proprio questa tensione interna, questa convivenza tra vino popolare e vino di culto, ad aver reso l’Abruzzo uno dei territori più interessanti, anche agli occhi del mondo.

Per anni il sistema del vino internazionale ha funzionato secondo una gerarchia abbastanza semplice: la Francia produceva i modelli e gli altri cercavano di inseguirli. Oggi però qualcosa è cambiato. Molti dei temi che dominano il vino contemporaneo — territorialità, autenticità, artigianalità, centralità del paesaggio agricolo — parlano sempre più italiano. E non soltanto attraverso le grandi denominazioni storiche, ma grazie anche a territori periferici, complessi, a volte contraddittori, che proprio per questo risultano vivi e credibili.
La scelta di una realtà francese così iconica non è quindi una curiosità folkloristica. La Francia non assume mai per folklore. Quando guarda all’Italia, e in particolare a una produttrice abruzzese, sta riconoscendo competenze, sensibilità, capacità di interpretare il vino e il territorio in un modo che oggi viene considerato strategico anche dentro le aree storicamente più egemoniche del vino mondiale.

Eppure in Italia questa consapevolezza sembra ancora mancare. Il dibattito sul vino continua troppo spesso a perdersi nel rumore di fondo delle polemiche da social, delle guerre tra fazioni, del gossip da fiera, mentre segnali enormi passano quasi inosservati. Perché la nomina di Chiara Pepe racconta una cosa molto precisa: il vino italiano oggi non esporta soltanto bottiglie. Esporta linguaggi, immaginari, modi di costruire autenticità. Esporta una certa idea contemporanea di vino.
Il paradosso è che all’estero questa centralità viene percepita con maggiore lucidità che da noi. In Italia permane una sorta di “complesso di Calimero” del vino: una continua ricerca di legittimazione esterna anche quando il riconoscimento internazionale è già evidente. Così capita che una produttrice italiana venga chiamata nel cuore del Rodano mentre qui si continua a discutere soprattutto del personaggio del momento o della polemica dell’ultima fiera.
E forse è proprio questo il punto più interessante della vicenda. La Francia, scegliendo Chiara Pepe, sta implicitamente dicendo che il vino italiano contemporaneo non è più soltanto un concorrente commerciale o una grande potenza produttiva. È diventato un modello culturale osservato, studiato e, in qualche misura, preso come riferimento. Una cosa che nel mondo hanno capito benissimo. Adesso toccherebbe accorgersene anche all’Italia.
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