Degustazioni

I monaci producono ancora vino. E alcune bottiglie sono sorprendenti

Dall'Umbria all'Alto Adige, fino a Betlemme, esistono ancora monasteri dove il vino nasce tra vigne curate da religiosi, antiche abbazie e cantine secolari. Abbiamo assaggiato quattro bottiglie che raccontano una tradizione quasi dimenticata

  • 28 Luglio, 2026
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Quando si pensa ai monaci e al vino viene in mente soprattutto il passato. I benedettini, i cistercensi, i grandi monasteri medievali che hanno cambiato per sempre la viticoltura europea. Quello che quasi nessuno sa è che in alcuni monasteri il vino si produce ancora oggi. Non per ricostruire un museo del passato, ma per continuare una tradizione rimasta sorprendentemente viva.

I monaci hanno gettato le basi per il vino mondiale: sono stati loro a selezionare i vitigni più adatti territorio per territorio, a intuire che parcelle diverse producevano vini diversi (dando origine al concetto di cru), a sviluppare tecniche di cantina moderne. Senza benedettini, cistercensi e affini il vino come lo conosciamo oggi non esisterebbe. 

Perché oggi si parla così poco dei vini dei monasteri

E allora come è possibile che di vini d’abbazia – o semplicemente prodotti da vigne legate a monasteri ancora attivi – si parla pochissimo? Perlomeno in Italia, ma anche nei paesi limitrofi, la spiegazione più ovvia è storica. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, le soppressioni napoleoniche prima e quelle risorgimentali poi hanno sottratto alla Chiesa una parte enorme del suo patrimonio fondiario, spostando il baricentro culturale ed economico della viticoltura verso i laici. I monaci, ridotti in molti casi alla mera sussistenza, hanno continuato a produrre vino solo per autoconsumo, messa o vendita diretta. 

Dove i monaci producono ancora vino

Un’idea rafforzata dal fatto che le uniche due eccezioni sul panorama italiano ricadono entrambe in Alto Adige, terra che era sotto il controllo dell’Impero austro-ungarico e che quindi non ha vissuto queste dinamiche. Muri-Gries e Abbazia di Novacella sono forse gli unici player di proprietà monastica davvero importanti a livello nazionale: rispettivamente un riferimento per la zona di Gries, dove il centro abitato di Bolzano si fonde con le vigne, e per la Valle Isarco. Oramai gestite prevalentemente da laici, ma molto “monacali” nel preservare uno stile che resiste alle mode e al tempo: a dir poco classico e riconoscibile.

Nel resto d’Italia, invece, i progetti legati alle abbazie più storiche e importanti sono principalmente quelli in cui privati si limitano a gestire vigneti presi in affitto dai monaci o a utilizzare le cantine degli immobili storici, naturalmente ideali per l’affinamento. Qualche esempio? Livio Felluga all’Abbazia di Rosazzo, Antinori con Badia a Passignano, Santa Margherita nel Convento di San Francesco alla Vigna sulla laguna di Venezia. Poi ci sono le aziende ospitate in antiche strutture monastiche privatizzate e totalmente riconvertite.

Il vino monastico vero e proprio, invece, sembra prettamente legato al consumo interno o, al massimo, alla vendita locale. Difficile trovarlo se non in loco o in eventi specifici come Vini d’Abbazia, rassegna che si tiene annualmente all’Abbazia di Fossanova, nel basso Lazio, e che coinvolge anche realtà monastiche, o di origine monastica, di altri paesi. Un evento da cui emerge un filo comune, ovvero una sorta di “ingenuità” produttiva. Sono vini solitamente molto piacevoli: il più delle volte mettono insieme una gestione del vigneto certosina con un’ enologia molto scolastica. Questo con le dovute eccezioni, raccontate negli assaggi che seguono. 

Quattro bottiglie da assaggiare

Monastero di Bose – Assisi Grechetto San Masseo 2025

 

Fra Michele Badini è uno di tre religiosi che si occupano di gestire le vigne di questo piccolo monastero sui crinali sotto la città di Assisi. Produce un singolo bianco da Grechetto, appoggiandosi ad una cantina esterna alla struttura per la vinificazione. È un vino semplice, piacevole nella sua schiettezza, tipicamente varietale nei profumi vegetali e floreali. Il sorso è leggero e composto: denota una buona gestione del vigneto. 

Abbazia di Praglia – Domnus Abbas Metodo Classico Extra Brut 

L’abbazia benedettina più importante dei Colli Euganei produce vino dal 1130, ma l’attuale progetto enologico è partito nel 2011. Tra i vini della gamma, questo spumante da blend di Garganega, Chardonnay e Raboso è il più invitante. Giocato su note fresche di erba cedrina, mandorla e scorzetta di limone, scorre con leggerezza e garbo grazie ai soli 11 gradi e mezzi alcolici. 

Monastero Trappista di Vitorchiano – Benedic Rosso 2024

Giampiero Bea, viticoltore montefalchese e superstar del panorama naturale italiano, dispensa consigli alle suore che, in questo monastero della Tuscia, coltivano le uve senza ricorso alla chimica. Questo rosso, frutto dell’assemblaggio di Sangiovese, Ciliegiolo e altre uve, fermenta spontaneamente e non è chiarificato. Offre sfumature selvatiche, fiori rossi, ciliegia fresca e qualche accenno speziato. In bocca è agile, succoso, senza fronzoli, ma eccezionalmente pulito e con un finale saporito su toni di arancia amara. 

Cremisan – Dabouki 2023 

 

Ci spostiamo molto lontano, in un monastero nato nel 1885 per volontà dei monaci salesiani di Beit Jala, a pochi chilometri da Betlemme, che da anni sostiene con i proventi del vino le comunità locali e i programmi educativi per i giovani palestinesi. Dal 2007 si avvale della consulenza di Riccardo Cotarella. Il Dabouki è un vitigno autoctono palestinese, coltivato a circa 950 metri di quota nella valle di Shaffa, in regime di agricoltura biologica. Produce un bianco fresco e vivace, con note di pietra focaia e scorza d’agrume su fondo appena più caldo e maturo. In bocca mette insieme una buona struttura e un’acidità più che discreta. È un vino decisamente sorprendente, vista la complessità del contesto. 

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