Nuovo colpo al sistema dei dazi imposti da Trump negli Stati Uniti. Dopo la sentenza della Corte suprema che ha dichiarato illegittime le tariffe annunciate urbi et orbi ad aprile 2025, nel noto Liberation day, da parte del presidente, il Tribunale americano per il Commercio internazionale (Cit – Court of international trade) ha dichiarato illegittimi anche i dazi al 10 per cento, imposti per poter proseguire il programma economico governativo, ai sensi della sezione 122 del Trade act del 1974.
Anche in questo caso, secondo i giudici della corte che ha sede a New York, si tratta di un atto illegittimo, non giustificabile da quella specifica legge a cui Trump ha fatto riferimento, motivando la scelta in relazione a una presunta grave crisi di deficit commerciale. La sospensione decisa dal Cit, come sottolineato dai media americani, non vale per tutti ma solo per le imprese che hanno depositato la causa legale (due in particolare, un rivenditore di giocattoli e uno di spezie alimentari). Tuttavia, la sentenza rappresenta un altro duro colpo al piano della Casa Bianca per far quadrare il bilancio federale attraverso varie tipologie di dazi, in un momento in cui sono già scattate migliaia di procedure di rimborso per quelli precedenti. Allo stesso tempo è anche una decisione che crea ulteriore instabilità sui mercati.

Rispetto all’Ue, gli Stati Uniti chiedono con forza l’applicazione dell’intesa politica Ue-Usa siglata in Scozia a luglio 2025 (patto di Turnberry), quando la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si erano accordati su un dazio del 15% su gran parte delle merci europee in ingresso negli Usa. Dopo l’ok del Parlamento Ue, la discussione tra Commissione e Consiglio Ue ha subito dei rallentamenti. Circostanza che ha infastidito Trump, il quale ha dato tempo fino al prossimo 4 luglio minacciando – attraverso i suoi social media – l’imposizione di nuove tariffe oppure di tariffe più alte. Anche se, in questo caso, la Commissione potrebbe proporre la sospensione totale o parziale dell’accordo.
Insomma, il clima è incerto, considerando che il rappresentante americano del Commercio, Jameson Greer, è stato incaricato proprio da Trump di studiare altre misure punitive a discapito della gran parte dei partner commerciali degli Stati Uniti.
Incertezza che non piace al settore vitivinicolo italiano, come ha evidenziato, in particolare, l’Unione italiana vini. Il presidente Lamberto Frescobaldi ha auspicato per gli imprenditori che si possa «ridurre l’indeterminatezza attraverso la ratifica dell’accordo di Turnberry». I dazi hanno indebolito non solo l’export ma anche la rete commerciale americana, secondo i quali (attraverso associazioni di rappresentanza come l’Uswta) i dazi hanno creato un danno reale, diffuso e sostenuto da aziende americane lungo tutta la filiera del vino, con cali di vendita tra 5% e 15%, e talvolta superiori. Uno degli effetti della congiuntura si è visto nella riduzione del portafoglio della ristorazione americana, dove i vini europei generano margini lordi del 60%. «Secondo Dataessential – scrive Uiv – i menu propongono il 37% in meno di etichette di vino bianco e il 26% in meno di vino rosso».

Lamberto Frescobaldi, presidente Unione italiana vini
Non va meglio alle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti. L’Uiv ricorda il calo dell’export nel 2025 del 9,2% (-178 milioni di euro) con un -23% solo nell’ultimo semestre dello scorso anno. «Il primo trimestre di quest’anno – fa sapere il presidente Frescobaldi – ha chiuso con un gap tendenziale attorno al -20% (-105 milioni di euro)». Si tratta del peggiore inizio di anno dal 2022, anche se, per l’Osservatorio, dopo 9 mesi di rosso già ad aprile 2026 i valori delle vendite sono attesi in leggera risalita.
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