Mercati

La cara vecchia Europa è il porto sicuro del vino italiano: frena lo sfuso, volano le bollicine

Dal 2019 si registra una crescita doppia dell'export rispetto all'extra Ue e un incremento del prezzo medio. A ridare vigore al prodotto italiano concorre il miracolo Prosecco in Francia

  • 23 Aprile, 2026
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Tra blocchi navali, benzina alle stelle e guerre in corso, le aziende italiane guardano con sempre maggiore speranza ai mercati di prossimità e, quindi, alla cara vecchia Europa. Una sorta di “porto sicuro” per il vino tricolore italiano che, in questo momento, si trova a navigare nel mare in tempesta.

Certo, l’inizio del 2026 per il commercio vitivinicolo è stato disastroso sia nel Vecchio sia nel Nuovo Mondo (per il Belpaese -12,4% Ue contro-22,8% extra Ue), ma se nel 2025 l’export italiano ha presentato un bilancio negativo e non drammatico, lo si deve esclusivamente ai Paesi dell’Unione europea, capaci di chiudere i 12 mesi a 3,2 miliardi di euro (+0,4%), compensando in parte la perdita complessiva dell’export globale (-3,7%, a 7,78 miliardi di euro). Se non altro parliamo di destinazioni non soggette alla variabilità delle tariffe doganali, come sta succedendo altrove (Stati Uniti su tutti).

L’Europa cresce più del resto del mondo

I Paesi dell’Unione Europea, secondo il focus dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, sono stati capaci non solo di dare riparo dai recenti venti di burrasca nei mercati terzi ma, andando a ritroso negli ultimi sei anni, anche di offrire un bacino di ricchezza in costante crescita.

Secondo l’analisi, l’incremento del valore del nostro vino nel blocco dei 26 Paesi nel periodo 2019-2025 è stato infatti quasi doppio (+31%) rispetto alla domanda extra-Ue, dimostrandosi un’area tutt’altro che satura. Attenzione: non parliamo solo del top buyer tedesco, che da solo assorbe vino italiano per 1,14 miliardi di euro.

Il miracolo delle bollicine in Francia

A scompigliare le carte di una piazza tradizionalmente compassata nelle variazioni di mercato è stato lo spumante italiano, assoluto protagonista degli ultimi sei anni (+72% a 822 milioni di euro), grazie a impennate in tripla cifra in 13 Paesi su 26.
Per la tipologia, però, i principali acquirenti sono incredibilmente i cugini d’Oltralpe: la Francia (+121%), con il soprasso sulla Germania, è oggi il principale cliente europeo di bollicine tricolore, a cominciare dal Prosecco.
Un “miracolo sparkling” proprio nella terra dello Champagne, che nel 2025 ha cubato oltre 150 milioni di euro di export e oggi vale circa la metà del vino italiano spedito nella seconda piazza più importante dell’Ue.

L’incremento dei prezzi: chi spende di più e chi meno

Ma c’è un’altra nota positiva a favore del Vecchio Continente: un progressivo incremento dei prezzi. Oggi il Paese Ue che spunta le quotazioni maggiori per i vini italiani è Cipro (sfiorati i 4,90 euro al litro), seguito da Finlandia (4,30) e Lussemburgo (4,15). Mentre si vola ancora basso in Germania (2,44 euro, per via ovviamente della quota di sfuso ad oggi predominante), Croazia (sotto i 2 euro) e Repubblica Ceca (2.66).

Come spiega il responsabile dell’Osservatorio Carlo Flamini: «La quasi totalità dei Paesi ha visto incrementi di prezzo negli ultimi sei anni, Germania compresa (+35%), con solo la Danimarca (-9%) e l’Estonia (-1%) in terreno negativo. Prezzi quasi raddoppiati in Grecia, Slovacchia e Lituania, sopra il 100% in Ungheria. Tra i big, la Francia segna +53% (attorno a una media di 3.30), mentre Paesi Bassi e Belgio sono sintonizzati sopra il +10%».

Valore delle esportazioni

In termini di progressioni a valore, il saldo quinquennale tra i big vede rallentare la Germania (+10%) con la Francia a +50%, Paesi Bassi e Belgio poco sotto +60% e l’Austria a +41%. Perdono peso Svezia (+4%) e Danimarca (+1%) mentre sono nel quadrante Centro-Est le crescite valoriali più sostenute: +74% Polonia, +113% la Repubblica Ceca.

Scendendo verso i Paesi che fatturano meno di 100 milioni di euro, progressioni importanti segnano la Lettonia (+53%, generato dal ponte verso le spedizioni in Russia dallo scoppio della guerra), l’Irlanda (+73%), la Romania (+190%) e la Slovacchia (+92%). Ottimo l’andamento anche verso i competitor diretti, come Spagna (+27%) e Portogallo (+62%).

Meno sfusi e più vini Dop

«Se i prezzi sono cresciuti- rivela Flamini – lo si deve a due componenti principali: primo, l’abbandono progressivo della quota di sfuso verso alcuni Paesi (in primis Francia, ma anche Ungheria), rimpiazzato da esportazioni di vini confezionati in Italia (spumante in particolare, caso sempre Francia). Secondo, l’aumento della qualità media dei prodotti esportati, con un tasso di vini a denominazione marcatamente più alto oggi rispetto a un quinquennio fa (61% contro 57%)».
I vini a denominazione di origine, infatti, costituiscono oggi l’ossatura delle nostre vendite con una quota del 61% valore (1,9 miliardi di euro su un totale di 3,2 miliardi) e una progressione 2025/19 del 40%, contro +28% dei vini comuni (12% di share, stabile) e +14% degli Igt (+27% di quota, in riduzione di 3 punti). L’indicazione è, dunque, chiara: ripartire da qui.

 

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