La Danimarca è diventata l’unico Paese dell’Unione europea a non avere più un ministro dell’Agricoltura. La nuova coalizione di centrosinistra guidata dalla premier Mette Frederiksen ha infatti deciso di sopprimere, dopo 130 anni, il tradizionale dicastero agricolo e di sostituirlo con un Ministero della Natura e del Benessere Animale, affidato al socialdemocratico Christian Rabjerg Madsen. La scelta segna un cambio di paradigma nelle politiche del Paese nordico, orientato verso una maggiore tutela ambientale e una revisione del modello di allevamento intensivo.
Il nuovo governo, formato dopo mesi di negoziati seguiti alle elezioni di marzo, considera le questioni ambientali e il benessere degli animali priorità strategiche. Le competenze prima concentrate nel Ministero dell’Alimentazione, Agricoltura e Pesca saranno ora distribuite tra cinque diversi dicasteri. Il nuovo ministero assorbirà la maggior parte delle responsabilità, mentre temi come sicurezza alimentare e pesca passeranno rispettivamente ai ministeri dell’Economia e dell’Ambiente. La riforma arriva in un momento particolarmente delicato per il settore agricolo danese. La Danimarca è infatti il sesto esportatore mondiale di carne suina e ospita circa cinque volte più maiali che abitanti. Negli ultimi anni l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi e le condizioni di benessere animale sono diventati temi centrali nel dibattito politico nazionale. Frederiksen ha annunciato l’istituzione di una commissione incaricata di elaborare una profonda ristrutturazione dell’industria suinicola, con l’obiettivo di ridurne gli effetti sull’ambiente e migliorare la protezione degli animali.

Christian Rabjerg Madsen
Le organizzazioni animaliste hanno accolto la decisione come un passaggio storico. Secondo Animal Protection Denmark, per la prima volta oltre 200 milioni di animali allevati nel Paese avranno un rappresentante politico dedicato, svincolato dagli interessi diretti dell’industria agricola. Anche esponenti ecologisti hanno salutato positivamente la riforma, interpretandola come un passo verso una trasformazione più sostenibile dell’agricoltura danese. Non sono mancate tuttavia le critiche, come quelle di alcuni rappresentanti del settore agricolo e della politica europea che temono che la frammentazione delle competenze possa indebolire la capacità decisionale del governo in un ambito considerato cruciale per la sicurezza alimentare. L’eurodeputato liberale e agricoltore Asger Christensen ha definito la scelta una “catastrofe”, sostenendo che quando la responsabilità viene distribuita tra troppi ministeri il rischio è che nessuno ne risponda realmente.

Il neo ministro Christian Rabjerg Madsen
Christian Rabjerg Madsen, neo ministro per la Natura e il Benessere Animale soprannominato il “ministro dei lupi”, è l’unico esponente del Jutland meridionale e del Sønderjylland a ottenere un incarico di governo nel nuovo esecutivo danese a quattro partiti. Per lui si prevende un’agenda praticamente impossibile da realizzare in quanto è chiamato a mettere la mano in un vespaio da cui non può uscire vincitore. Da un lato ci sono i fautori della protezione del lupo, che quasi certamente finiranno per odiarlo perché verrà costretto a regolamentare — ovvero abbattere — la crescente popolazione lupina in misura ancora più severa rispetto ad oggi. Dall’altro lato ci sono i nemici del lupo, numerosi, che vorrebbero semplicemente eliminare l’animale. Difficile che possa accadere poiché in quanto ministro responsabile Rabjerg è anche il garante della protezione del lupo, specie tutelata dalla legge. Un altro grande tema che il neo ministro dovrà affrontare è legato agli allevamenti suini. Rabjerg Madsen è chiamato a fare da “grande cattivo” e a rimettere in riga quegli allevatori che si sono resi responsabili di maltrattamenti ai danni dei maiali in Danimarca. Un ruolo, quindi, estremamente delicato che però dovrebbe vedere Rabjerg abbastanza preparato dato che nella legislatura appena conclusa ha ricoperto il ruolo di portavoce politico del partito, difendendo e spiegando molte delle decisioni impopolari prese da Mette Frederiksen e dal governo.
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