I detriti dei missili bussano sulla terra sopra di noi come nocche di una mano ossuta. Le persone guardano allโinsรน come se cercassero le stelle sul soffitto della metropolitana. Ogni tanto dalle vecchie mura cade della polvere che finisce in faccia a qualcuno e se quello starnutisce tutti gli altri mormorano โbud? zdorovyโ e lui ringrazia con la mano. Siamo in Ucraina, il paese รจ ancora tormentato dalla guerra e chi puรฒ cerca riparo sotto la metropolitana.

C’รจ chi ci vive qui sotto, cโรจ anche chi ci vive da poco.. Quando un palazzo esplode la puzza di bruciato rimane per giorni e ti sembra ti si attacchi addosso, ti segue anche quaggiรน, quella puzza qua dentro e il rumore lร sopra sono le uniche cose che ci seguono quando scendiamo nei rifugi: ci ricordano che questi immensi tunnel neri non sono sicuri davvero. Cโรจ chi si รจ portato buste piene di ciotole: ci sono zuppe, ravioli vareniki, involtini di foglie di cavolo. Il profumo caldo dei sughi riempe le volte dei sotterranei trasformando le gallerie della metro nei corridoi di casa, le banchine come le sedie a tavola. Passiamo la notte nel buio e usciamo allโalba.

Parcheggiata sul marciapiede, la Toyota Hilux รจ immensa e maestosa. Non so se mi faccia questโeffetto perchรฉ mi sono fatto suggestionare dalla leggenda di chi la guida, ma rimane sicuramente unโauto imponente, capace di scortarti allโinferno e restarsene lรฌ con le quattro frecce.
Appena la portiera si apre e Svetlana scende dalla Toyota, un gruppo di ragazzi si precipita verso di lei: la salutano, le sfilano le buste di mano, scaricano il bagagliaio, le porgono una bottiglietta dโacqua fresca. Lei accenna un sorriso rapido, un cenno del capo, e in un attimo la piccola processione si muove verso lโingresso della Comunitร di SantโEgidio.
I ragazzi ridono tra loro, ognuno con un sacchetto diverso in mano: pane, verdura, barattoli che tintinnano. Sembrano conoscere alla perfezione la coreografia, ognuno con il suo ruolo, come se dal caos che ha conquistato questa cittร fosse emersa una partitura segreta che tutti sono stati costretti ad imparare a memoria. Il disordine ha scandito ritmi esatti, ha imposto un rigore contorto.
Dopo che Svetlana entra nel centro comunitario con i ragazzi al seguito, la porta dellโedificio rimane spalancata: dallโombra del corridoio esce un odore di brodo caldo che si mescola alla polvere della strada.

Oggi si prepara il plov. ร un piatto uzbeco, qui al centro lo chiamano โla ricetta del treโ: tre chili di carne, tre di carote, tre di cipolle. I grossi pentoloni di riso speziato con cumino, uvetta e teste dโaglio intere sobbollono piano, e il vapore denso riempie il corridoio, impregnando i muri e le tende leggere delle finestre.
Alcuni dei ragazzi preparano le vaschette monouso, altri affettano verdure in silenzio, mentre i bambini del centro si affacciano curiosi in cucina, tendendo il naso verso quello che fanno i grandi. Un uomo magro, con la barba incolta e le mani callose, fa scivolare sul tavolo sacchi di riso troppo pesanti per lui. Due ragazzini si avvicinano a dargli una mano senza bisogno di parlare. Ognuno qui sa dove andare, cosa prendere, a chi passare il coltello. ร una macchina fragile e insieme potentissima, alimentata dalla necessitร e maturata in fiducia reciproca.
Il pentolone di riso sobbolle lento e molle quando due donne si avvicinano al fuoco: con lunghi mestoli d’acciaio cominciano a pescare il plov dividendolo in vaschette di plastica trasparente. ย Il vapore gli si attacca ai volti e inzuppa i capelli, facendo colare grosse gocce di sudore sui grembiuli sporchi. Accanto a loro, unโanziana con un fazzoletto colorato annodato in testa chiude e impila i contenitori dentro grosse scatole termiche. Il bancone della cucina si trasforma in una catena silenziosa: chi riempie, chi sigilla, chi carica le porzioni sulla Toyota.

Svetlana controlla che il baule sia ordinato e stabile, poi fa segno di chiudere. Ora la pioggia cade piรน fitta, batte sul cofano e rimbalza sul selciato sconnesso, i tergicristalli spazzano via il grigio dellโacqua e durante il viaggio le ragazze ridono e ย raccontano storie. Lโodore caldo del plov nel baule si mescola all’umiditร della macchina, Svetlana apre i finestrini e alza la musica perchรฉ la radio sta passando una canzone che le piace. Tutti cantano e quando arriviamo al punto di distribuzione, la folla รจ giร li che aspetta, sotto ombrelli sgangherati o semplicemente a capo scoperto, la fila di corpi si muove lenta e ordinata. Uomini e donne stringono al petto i bambini, stringono in tasca documenti sgualciti, stringono se stessi per non disfarsi.

Quando Svetlana apre il portellone la folla non si accalca, non spinge. Qualcuno apre un ombrello e qualcun altro ci sistema sotto un tavolino da campeggio: i volontari ci appoggiano sopra le scatole termiche e la distribuzione puรฒ cominciare. Ogni porzione passa di mano in mano: dal baule ai ragazzi, dai ragazzi a chi aspetta sotto lโacqua e tutti parlano, di ogni cosa, sovrastando il rumore dell’acqua, quasi urlando. Si parla della guerra, dei nipoti che non tornano e di come sia esplosa casa di Andrii, poveraccio. Un ragazzo trascina lungo la fila una sedia da gaming che ha salvato da casa sua e quando finalmente riceve la sua vaschetta sistema la sedia sul bordo del marciapiede e ci si siede a mangiare, sotto la pioggia.
La distribuzione รจ quasi finita: Svetlana รจ in macchina che fuma con la portiera aperta. Sul feltro grigio del padiglione interno della Hilux ci sono attaccati stemmi da tutti i reparti militari ucraini: ogni brigata per cui Svetlana รจ riuscita a trasportare informazioni segrete, consegnare valigette cruciali, portare in salvo uomini, le ha donato il proprio. Sono decine. Svetlana spegne la sigaretta e rimane un attimo a guardare la strada, i ragazzi, la fila che si scioglie nel nulla della pioggia.
Il suo sguardo scivola sugli stemmi: ognuno รจ un ricordo che non riesce mai a raccontarmi. E di solito quando non ce la fa, chiude la portiera. La pioggia continua a cadere, lenta e insistente, mentre la Hilux si allontana.ย
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