Il decreto in discussione al Mipaaf toglierebbe al vitigno il legame esclusivo con l’isola: il rischio è che altri etichettino Doc e Igt con lo stesso nome. Insorgono i consorzi sardi che, complice la crisi, finalmente si preparano a una storica unione.
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Sul fatto che il Vermentino non sia solo appannaggio della Sardegna (ma anche di Liguria e Toscana, e fuori confine di Stati Uniti, Australia e Croazia), i sardi possono sorvolare. Ma sul Cannonau no! Il vitigno simbolo dell’isola, orgoglio di un’intera regione e dei suoi viticoltori, rischia di restare sganciato dal legame unico con la propria terra. Il nuovo decreto etichettatura (che sostituisce il Dm 13 agosto 2012), su cui è attualmente aperto il confronto in sede Mipaaf, non prevede più che il nome Cannonau si usato esclusivamente dai vini Doc sardi, aprendo la possibilità a Doc di altre regioni italiane di menzionare il vitigno in etichetta.

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Il Cannonau in Sardegna

È di quasi 7.500 ettari la superficie vitata registrata a Cannonau in tutta la Sardegna, pari al 27% del vigneto regionale. Il 64% della superficie sarda a Cannonau è nel territorio della vasta provincia di Nuoro, inclusa l’Ogliastra, per un totale di circa 4.800 ettari.

Che cosa dice il testo

Presente dal 1970 nel Registro nazionale delle varietà di vite, il Cannonau ha diversi sinonimi ufficiali: Alicante, Tocai Rosso, Garnacha tinta, Granaccia, Grenache, Cannonao e Gamay (nei vini Do e Igt della provincia di Perugia). Con le leggi vigenti, un produttore di un’altra regione italiana non può utilizzare il sinonimo Cannonau/Cannonao per i propri vini Dop, grazie a uno specifico decreto Mipaaf che nel 2007 dispose l’uso esclusivo e la protezione per le Do sarde (inclusi altri 4 autoctoni: Nuragus di Cagliari, Nasco di Cagliari, Giro di Cagliari; Sardegna Semidano).

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Nel nuovo testo, che recepisce e si adegua al regolamento Ue 33/2019, eliminando e accorpando alcuni allegati, tutto questo impianto a tutela viene a decadere. Pertanto, se il Cannonau resta protetto nei confronti dei vini varietali, dall’altro lato, non lo è verso le altre Dop e Igp. “Se prima Cannonau poteva essere utilizzato solo per Cannonau di Sardegna, ora potrebbe essere usato anche per altre Dop o Igp” ha sottolineato Antonio Rossi, responsabile del Servizio giuridico dell’Unione italiana vini. E così, ad esempio, per Toscana e Sicilia che coltivano l’Alicante (sinonimo di Cannonau), sarebbe possibile produrre e commercializzare un Maremma Toscana Doc Cannonau o un Menfi Doc Cannonau. In una parola, la Sardegna perderebbe l’esclusiva.

Filiera in rivolta

Eventualità, ovviamente, che per la filiera sarda del vino suona un po’ alla stregua del Primitivo made in Sicily per i pugliesi, che a maggio scorso, come abbiamo raccontato su Tre Bicchieri, sono insorti per timore che il vitigno finisse inserito nelle etichette dei vini siciliani e di qualche imbottigliatore particolarmente interessato a sfruttare il boom di questi anni. In soccorso di un’identità violata che è prima di tutto vinicola, ma poi è anche culturale, è arrivato l’allarme lanciato dall’Assoenologi Sardegna, presieduto da Mariano Murru (cantine Argiolas), che nei giorni scorsi ha messo in piedi un’affollata tavola rotonda, chiamando a raccolta l’intera filiera, associazioni di categoria, enti di ricerca e università. L’esito dell’iniziativa ha sortito i suoi effetti smuovendo le acque tra le associazioni e negli ambienti politici. Infatti, l’assessore all’agricoltura della Regione Sardegna, Gabriella Murgia, ha accolto l’appello scrivendo alla ministra per le Politiche agricole, Teresa Bellanova, alla quale è stato chiesto un incontro chiarificatore.

Il presidente nazionale di Assoenologi, Riccardo Cotarella, ha parlato di legge assurda. Il presidente del Comitato vini del Mipaaf, Michele Zanardo, ha sollevato seri dubbi sul testo del Dm, dicendosi pronto a discuterne in sede di Comitato nazionale e ritenendo necessario disporre di forme di tutela dei vitigni e dei vini identitari quantomeno a livello nazionale. I consorzi (ben nove) che rappresentano i vini regionali, hanno alzato la voce e sono detti pronti a dare battaglia contro quello che è stato definito un “furto di identità”. Sia il deputato Ugo Cappellacci (ex presidente regionale di Forza Italia) sia Andrea Frailis (Pd), componente della Commissione agricoltura alla Camera, hanno annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare. E anche il Comune di Cagliari si è detto pronto a scendere in campo per difendere le Doc territoriali come Nasco e Girò.

Tra i diretti interessati, in particolare, il Consorzio del Cannonau ha paventato l’ipotesi concreta di un ricorso alla giustizia amministrativa contro un eventuale decreto che non preveda tutele per il vitigno simbolo, se non si riuscirà a mettere un freno a una pericolosa deriva. Come ha dichiarato il presidente Emanuele Garau:Si andrebbero a vanificare tutti gli sforzi fatti finora a livello produttivo e d’immagine per comunicare al consumatore un legame intrinseco tra questo vitigno e la Sardegna. Il ricorso è un’ipotesi lontana, speriamo si trovino altre soluzioni”.

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Gli altri vitigni a rischio

Se il Cannonau è il vitigno principe messo a rischio dalla nuova norma, altri autoctoni potrebbero essere slegati dal loro legame con la Sardegna. Si tratta di Nuragus di Cagliari (1.492 ettari in provincia di Cagliari, su un totale di 1.880 in tutta la Sardegna), Nasco di Cagliari (147 ettari di cui 131 nella vecchia provincia di Cagliari), Semidano (38 ettari dei quali 17 a Cagliari e 20 a Oristano), Girò di Cagliari (88 ettari) e Carignano del Sulcis (nuovo inserimento). Sono complessivamente 11 i vitigni coinvolti nella partita, tra cui anche Erbaluce di Caluso (Piemonte), Sagrantino di Montefalco (Umbria), Ruchè di Castagnole Monferrato.

Vitigni a rischio nel DM etichettatura

Il parere accademico

Forti dubbi sulle disposizioni contenute nella bozza del Decreto del Mipaaf sono state espresse anche da ambienti universitari. Come sottolinea Giovanni Nieddu, docente di Agraria all’Università di Sassari, il legame Cannonau-Sardegna esiste dagli anni Settanta, ovvero dal momento in cui furono istituite le Doc: “Da quel momento, abbiamo arricchito e dimostrato con numerose altre informazioni questo legame storico. La genetica, ad esempio, ci consente ora di stabilire l’esatta provenienza dei vitigni del Mediterraneo permettendoci di sapere se si tratti, ad esempio, di un Cannonau della Francia, della Toscana o di Jerzu. Ritengo” prosegue Nieddu “che l’ipotesi contenuta nel decreto del Ministero sia preoccupante e, tra l’altro, andrebbe in contrasto con diverse iniziative della stessa Unione europea, tendenti a valorizzare i paesaggi storici e quelli rurali mediante il loro rapporto coi vitigni autoctoni”.

Le possibili soluzioni

Le modalità e i tempi per intervenire e porre rimedio ci sono. Il testo del Dm, di cui circolano diverse bozze, dovrà essere sottoposto alle osservazioni delle associazioni di categoria. Inoltre, nel doveroso passaggio in Conferenza Stato-Regioni, previsto per i prossimi mesi, ci sarà la possibilità di emendare il testo.

Altra soluzione, dal momento che non è praticabile la strada della modifica della legge comunitaria, potrebbe essere quella di un intervento di modifica del Testo unico del vino (legge 238 del 2016). Ma questa appare una strada più lunga rispetto a una modifica del nuovo testo in discussione al Mipaaf.

L’importante, come ha evidenziato Michele Zanardo, è che la legislazione italiana agisca disponendo tutele per i suoi vini storici, come il Cannonau. Il vitigno sardo si salverebbe reintroducendo nel testo un meccanismo di protezione analogo a quello precedente che prevede l’esclusività d’uso per i produttori isolani. “Rischiamo di rimanere disarmati e la nostra identità rischia di essere intaccata dall’ingresso di altri nomi nel mondo del Cannonau, non avendo noi neppure una massa critica importante per aggredire il mercato”, ha dichiarato il presidente del Consorzio vini di Cagliari, Sandro Murgia. “C’è bisogno di camminare uniti” ha aggiunto Francesca Argiolas, che guida il Consorzio vini di Sardegna “anche con le altre regioni italiane che hanno ad oggi il nostro stesso problema, come l’Umbria o l’Emilia-Romagna. Se al Mipaaf arriverà una presa di posizione unica, allora avremo in mano un’arma più forte per impedire che ci venga tolto ciò che riteniamo solamente nostro. Non si dimentichi che in un mercato del vino globale la differenza la fa la biodiversità”.

Uno spiraglio dal Ministero

Il momento è delicato ma la posizione del Mipaaf non è di chiusura, secondo quanto apprende il settimanale Tre Bicchieri. Se, da un lato, il nuovo decreto va adeguato alla norma Ue, dall’altro lato resta aperta la strada per la presentazione di un emendamento correttivo al testo. Ci sarà tempo fino a metà settembre per elaborare una proposta ad hoc, in grado di tutelare i vari interessi in gioco, compresi quelli di altre Regioni italiane che, nel complesso, sono sei: Piemonte, Liguria, Marche, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna. Per arrivare a un emendamento sono in corso contatti a vari livelli tra i consorzi e le associazioni di categoria per sbrogliare la matassa delle tecnicalità giuridiche. In qualsiasi modo, occorre evitare di andare contro la normativa europea.

Verso un unico Consorzio dei vini sardi

Se c’è un lato positivo in questa vicenda, che arriva nel pieno dell’emergenza da Covid-19, è l’effetto collante creato tra i nove consorzi isolani del settore vitivinicolo. Vecchie ruggini, campanilismi, incomprensioni e rivalità sono state messe da parte da Sassari a Cagliari, da Oristano a Nuoro per fare spazio a contatti quotidiani, confronto, condivisione di idee ed elaborazione di progetti. Se la crisi economica ha portato tutti a vivere un’identica realtà emergenziale e ad appellarsi alle istituzioni, come è avvenuto nei mesi scorsi per chiedere sostegno, ora la battaglia del Cannonau ha cementato il gruppo. Al punto che la Sardegna vitivinicola potrebbe a breve fare lo storico passo: la nascita di un soggetto che unifichi i consorzi dei vini, un ente che sarà interlocutore unico e qualificato per la politica regionale. Dovrebbe trattarsi di una realtà consortile di secondo grado, con un Consiglio di amministrazione in cui siederà un rappresentante per ognuno degli attuali enti del vino.

Come spiega Alessandro Dettori, portavoce di questa nascente realtà, gli obiettivi sono chiari: “La promozione organica e strutturata della Sardegna del vino con tutti i nove consorzi autorizzati dal Mipaaf, e la scrittura di un piano programmatico di rinascita della vitivinicoltura della Sardegna. Abbiamo perso 40 mila ettari vitati negli ultimi 30 anni e vogliamo che si torni a parlare di redditività e di interesse dei più giovani, e non solo, verso questo settore fondamentale per la nostra economia”. Che sia la volta buona?

a cura di Gianluca Atzeni

Articolo uscito sul numero di Tre Bicchieri del 30 luglio

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