"Vogliamo riaprire in sicurezza” dicono da più fronti i rappresentanti degli operatori del settore della somministrazione. Cronaca di una due giorni di manifestazioni.
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Il punto in Consiglio dei Ministri è previsto per il 20 aprile prossimo, “per valutare la possibilità di qualche segnale di apertura già da aprile; ma maggio sarà il mese della ripartenza” ha detto qualche giorno fa da Ancona la ministra degli Affari Regionali Mariastella Gelmini. Ma quello della fine del mese sembra un traguardo lontanissimo per gli operatori del settore della ristorazione e dell’hospitality in generale, che da più di un anno devono fare i conti con le restrizioni legate al contrasto della pandemia. Ormai è anche difficile contare i danni, e drammaticamente si cominciano a contare le chiusure, anche eccellenti, in Italia e all’estero, proprio di questi giorni è la notizia che il supergruppo elBarri ha dichiarato fallimento mentre Del Posto della famiglia Bastianich ha mollato la presa. Il timore che la lista – anche in Italia – si allunghi è concreto e più che giustificato, e gli operatori ormai sfibrati dal tira e molla delle chiusure e dalle prospettive ancora incerte non sembrano più disposti ad aspettare.

Il parere contrastante della comunità scientifica

Tensione palpabile, anche a fronte di voci che paiono spingere in direzioni contrastanti, persino nella comunità scientifica. È di questa mattina il tweet del virologo Roberto Burioni, che apre una speranza: “I dati indicano che il contagio all’esterno è molto raro. Perché – con l’arrivo della bella stagione – non riaprire subito bar, ristoranti e pure teatri all’esterno, non lesinando autorizzazioni? A me non dispiacerebbe cenare fuori o assistere a un concerto con il cappotto!” ma gli fanno eco i sindacati dei medici, che invitano – al contrario – a una maggiore cautela sottolineando il sovraccarico del sistema sanitario nonostante il recente rallentamento dei contagi, ancora troppo lontani dalla soglia dei 5mila casi indicata come limite per allentare le restrizioni: “Senza una soluzione duratura della crisi sanitaria non vi potrà essere una ripresa economica né un ritorno in sicurezza alle normali relazioni sociali” ribadisce lapidario l’intersindacale medico. E il pensiero va al Regno Unito dove, dopo un lungo e severo lockdown, da un paio di giorni ristoranti, bar, pub hanno riaperto i battenti, seppur limitando l’attività ai soli tavoli all’aperto e nel rispetto del distanziamento sociale.

Cosa succede in Italia: le manifestazioni di metà aprile

Passata Pasqua con l’Italia in zona rossa, con il procedere di aprile si sono dati appuntamento associazioni di categoria e gruppi più o meno organizzati, scrivendo un calendario fittissimo di iniziative di protesta. Molte di queste montano nel giro di poche ore, complice il tam tam che viaggia sui social network, esponendosi anche al rischio di strumentalizzazione da parte di provocatori pronti a cavalcare l’onda dell’esasperazione, e a fomentare una protesta che rischia di ledere più che favorire il comparto, che potrebbe vedersi cucire addosso un marchio di irresponsabilità e di frenare ulteriormente le riaperture. La legittima esasperazione, la preoccupazione per il futuro, le comprensibili difficoltà economiche e il conseguente peso psicologico, i ritardi di ristori palesemente insufficienti sono un fatto incontestabile che il polverone rischia di offuscare. A partire da quello generato da chi invita a riversarsi in migliaia nelle piazze del potere creando situazioni in cui – evidentemente – è impossibile rispettare le norme di distanziamento anti Covid.

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Le proteste di metà aprile

Nei giorni scorsi si diffondeva su diversi canali l’invito a riversarsi in massa davanti a Montecitorio per far sentire la propria voce lunedì 12, in un raduno – quello del movimento IoApro – che la Questura ha precisato essere non autorizzato (perché la piazza già occupata da una manifestazione, questa – sì – autorizzata di un gruppo di associazioni che fa capo a IHN), ma che si è svolto ugualmente non senza qualche momento di tensione e la perdita completa di credibilità e autorevolezza. Negli stessi giorni, si chiamavano a raccolta altre voci, quelle del gruppo che mette insieme Roma più Bella, TNI (Tutela Nazionale Imprese), Lupe Roma, IHN, Italian Hospitality Network (che riunisce operatori del mondo dell’intrattenimento notturno e della somministrazione) che hanno dato un doppio appuntamento: lunedì a Montecitorio e  martedì  al Circo Massimo, a poca  distanza da Piazza San Silvestro dove si è tenuta l’Assemblea Straordinaria della Federazione Italiana Pubblici Esercizi, Fipe-Confcommercio, che “torna in piazza a Roma per una protesta ordinata quanto decisa per dare coralmente volto e voce all’esasperazione di un settore in ginocchio” che chiede prospettive certe e credibili, “senza le quali” dice il Presidente Fipe Lino Enrico Stoppanisi finisce nel caos”. Ma il caos non è un mezzo né uno strumento per raggiungere i propri obiettivi: “la nostra sarà una forma di protesta ordinata e costruttiva” avevano annunciato da Fipe, un appuntamento nato con l’obiettivo di chiedere al governo un impegno preciso: “una data della ripartenza e un piano per farlo in sicurezza” rafforzando controlli e protocolli dove serve, pur di riuscire a programmare una ripresa delle attività.

Le richieste di IHN & co

Manifestazione in due tempi: Una volta, per tutti del gruppo IHN & co: lunedì a Montecitorio, in una piazza blindata dove una stretta rappresentanza ha presentato le proprie istanze e chiesto un incontro con i rappresentanti del governo, “avuto in tarda serata con il Prefetto di Roma prima e con la segreteria di Mario Draghi poi” racconta Daniele Gentili, e martedì al Circo Massimo con una seconda e più nutrita iniziativa per chiedere un confronto sul documento presentato il giorno precedente: un testo di 16 punti per far ripartire al meglio il comparto. “Sappiamo che alcuni temi richiedono tempi di attuazione e strumenti diversi, per esempio la riforma del costo del lavoro, la moratoria alle Legge Bersani, la proroga delle concessioni scadute fino a fine del periodo emergenziale” continua Gentili “ma alcuni provvedimenti sono più immediati”. Quattro i punti su cui si è chiesta una veloce risposta: una data di ripresa certa “senza la quale non si può programmare un lavoro”, l’apertura a pranzo e cena “ovviamente secondo protocolli anti Covid chiari e precisi”, il coprifuoco a mezzanotte e il blocco delle bollette. “Provvedimenti che si possono prendere velocemente, senza bisogno di uno scostamento di bilancio da 40 miliardi che ha tempi di messa in atto troppo lunghi. Non si può più aspettare, dopo 14 mesi abbiamo bisogno di risposte e di prospettive”.

Le richieste della Fipe

L’occasione dell’Assemblea Straordinaria ha visto i vertici dell’associazione darsi il cambio davanti ai rappresentanti di baristi, ristoratori, gestori di locali di vario tipo collegati ad altre piazze nella Penisola. “Abbiamo detto, con civiltà ma anche grande fermezza, che Vogliamo futuro”. In che modo? “Dobbiamo disporre di misure emergenziali adeguate ma soprattutt poter lavorare”. Quindi riaprire: “in sicurezza, con i dovuti controlli, nel rispetto della delicatezza della situazione. Ma subito e senza un’estenuante dilazione dei tempi e un ‘apri e chiudi’ che confonde ed esaspera le tensioni sociali”. La richiesta è dunque un piano di riaperture “a cominciare dagli esercizi che hanno la possibilità di effettuare il servizio al tavolo, anche favorendo l’utilizzo degli spazi esterni” ma anche di “protocolli di sicurezza rigorosi e controlli adeguati”. Frutto anche di un lavoro di concerto con Ministero dello Sviluppo Economico e il Cts “per definire le misure che andranno applicate in ogni situazione”.

Dopo l’assemblea di piazza c’è stato un incontro con il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgettiche ci auguriamo possa rappresentare un punto di svolta: ora bisogna lavorare per passare dalle intenzioni ai fatti”. Primo passaggio: un nuovo incontro con il Comitato tecnico scientifico che dovrà discutere delle prossime riaperture, “ripartendo dal lavoro già svolto dalla Federazione e dal CTS nei mesi scorsi. È essenziale” continuano “fare presto e definire in tempi rapidissimi le nuove misure di sicurezza sanitarie che gli imprenditori dovranno mettere in campo per poter riaprire”. È urgente definire un calendario dettagliato per la ripartenza delle attività. Ma in questo piano di lavoro c’ un altro tema delicato, quello dei ristori: “Presenteremo nelle prossime ore, come richiesto dal Ministro, le nostre proposte di rimodulazione degli indennizzi e contiamo si possa subito partire con la predisposizione del nuovo decreto”.

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La seconda e terza ondata in cifre

La Fipe tira le somme a un anno dall’inizio della pandemia, contando oltre 243mila impiegati in meno nel comparto, soprattutto nel centro Italia e tra locali di intrattenimento serale (57,4%), ma anche bar e ristoranti. Oltre la metà (164mila) sono al di sotto dei 40 anni, mentre c’è un’equa distribuzione tra uomini e donne. Un quadro che, però, è necessariamente sommario in un comparto che soffre storicamente di moltissimo lavoro sommerso.

Il crollo dei ricavi sfiora i 10 miliardi, solo nel primo trimestre del 2021, mentre per l’anno appena passato la quota supera i 34 miliardi, una perdita a cui non segue necessariamente un taglio delle spese: solo il 25,4% dichiara infatti di aver avuto aiuti e agevolazioni dai proprietari dei locali, con una riduzione del canone d’affitto o una dilazione dei pagamenti, mentre gli aiuti, per chi li ha ricevuti (il 76,3% delle imprese), si assestano a circa il 10% del fatturato del 2019: una quota poco o per nulla sufficiente a fare fronte alla crisi.

 

a cura di Antonella De Santis