Lasciare una cucina professionale per inseguire la libertà non è mai solo una scelta di carriera. Possiamo parlare di cambio di identità. Antonio La Cava, il “cuoco nomade”, racconta proprio questo passaggio, da un mondo fatto di gerarchie, tecnica e pressione costante, a uno spazio digitale dove la cucina si fa più immediata, accessibile e condivisa. Una trasformazione che non rinnega il passato, ma lo rielabora, alleggerendolo fino all’essenziale. Eppure, dietro la semplicità dei suoi video e delle sue ricette, non c’è improvvisazione né superficialità, ma un lavoro di sottrazione consapevole.
Un togliere il superfluo per restituire centralità agli ingredienti e alla fiducia di chi cucina. Tra critica ai modelli tradizionali, nuove opportunità offerte dai social e una visione etica che passa anche dall’anti-spreco, La Cava costruisce un racconto personale e contemporaneo del cibo, che va ben oltre la viralità. Un’intervista che apre a una riflessione più ampia su cosa significhi oggi cucinare, e soprattutto, per chi.

Ti definisci “cuoco nomade”: cosa significa per te questa definizione e come influisce sul tuo modo di raccontare la cucina?
Il nomignolo che mi sono dato nasce da una mia esigenza di “scappare” dalla mia città, Roma, per sperimentare cose nuove. Cercavo una porta sul mondo, e mi sono messo in cammino come un nomade. Poi col tempo mi sono reso conto che la libertà di girare il mondo e le cucine non mi bastava più. La libertà maggiore è arrivata con la realtà digitale. Lì non dovevo scappare più.
Il tuo percorso è passato dalle cucine professionali a una dimensione digitale in cui la telecamera è sempre accesa. Qual è stato il momento di svolta che ti ha portato a scegliere il web come palcoscenico principale per la tua cucina?
Il punto di svolta è stato quando ho iniziato ad avere più tempo. Già ero attivo sui social durante la prima parte della mia carriera, ma le ore di lavoro in cucina limitavano quanto potevo dedicare alla pubblicazione dei contenuti online. Ho trovato il coraggio di fare un salto nel vuoto e dare alla community di miei followers tutto me stesso. Ho barattato la sicurezza del “posto fisso” in cambio di più tempo. L’ascesa è stata veloce, per fortuna.
L’ esperienza nelle cucine professionali è stata positiva o negativa? Hai subito pressioni?
L’esperienza è stata formativa e importante. La pressione nella cucina professionale c’è sempre, è innegabile. Ma era una pressione che mi indirizzava verso l’indipendenza. Più cresceva, e più sapevo che un punto di rottura sarebbe arrivato in maniera fragorosa. Per carità, bella la disciplina “militare” delle cucine professionali. Un po’ me la ritrovo per carattere e me la porto dietro in quello che faccio ora. Poi molta di quella pressione mi è servita per dare ordine alla mia vita, e mi ha spinto al cambiamento. L’importanza degli orari, le scadenze, il rigore nella pulizia, evitare gli sprechi, sono tutte regole che influenzano la mia condotta.
La tua cucina sui social è spesso descritta con tre parole chiave: leggerezza, condivisione e semplicità. Come riesci a tradurre questi valori nei tuoi video e nelle tue ricette?
All’inizio della mia nuova carriera digitale mi portavo dietro l’eredità della cucina impostata e “complicata” delle brigate professionali, ma non la sentivo più mia. A me piace mangiare e cucinare in maniera spontanea, semplice. E la linea di comunicazione sui social non poteva che riflettere quest’assenza di impostazione e stratagemmi. Nessuna strategia studiata a tavolino. Online sono semplicemente me stesso.
Hai parlato di come la ricerca della perfezione nelle cucine professionali ti abbia portato a riscoprire un rapporto più autentico con il cibo. Come è cambiato il tuo rapporto con gli ingredienti e le tecniche da quando sei online?
L’attenzione millimetrica alla tecnica era una briglia. Adesso comunico a chi mi segue sui social come ho “disimparato” e in tal modo riscoperto una maniera più popolare di lavorare gli ingredienti. In una cucina stellata imposti un piatto con cento preparazioni. Nella semplicità io ne faccio una, che trae il meglio dall’ingrediente.

Il linguaggio dei social media ha trasformato il modo in cui molte persone cucinano e fruiscono contenuti gastronomici. Quali aspetti di questa evoluzione ti entusiasmano di più e quali invece ti mettono in guardia?
Mi piace la magia della comunicazione. Non esiste un modo giusto o sbagliato di approcciare la cucina. Il mondo social ha dato a tutti (me compreso) la possibilità di esprimersi attraverso una passione edibile. Prima del “palcoscenico” social ognuno sperimentava in privato, ma non c’era modo di confrontarsi, o di imparare se non attraverso percorsi professionali. Ora la passione per la cucina è a portata di tutti e viaggia su un mezzo di divulgazione comunitario molto potente.
Spesso cucini ricette veloci e accessibili per il tuo pubblico. Come bilanci creatività, originalità e semplicità nei tuoi piatti?
Il mio obiettivo è portare un concetto complesso e semplificarlo. Ma non per questo deve essere un appiattimento della creatività. Grazie al babaglio professionale accumulato, il mio obiettivo è fare una sintesi della cucina più ricercata, non una generalizzazione. Ti faccio un esempio: vuoi preparare una bisque, la crema di scampi saporita e vellutata? Anziché mostrarti una preparazione che richiede diecimila passaggi, io ti offro una soluzione più veloce e accessibile, che mantiene comunque un buon risultato finale, e che alla fine rafforza la tua fiducia ai fornelli.
Molti creator di cucina si confrontano con critiche legate alla spettacolarizzazione o alla superficialità dei contenuti. Come rispondi a queste critiche?
Partiamo dal presupposto che alle critiche la mia risposta e non rispondere. Quando un video diventa virale, polarizza, manifestandosi in opinioni con molti punti esclamativi. So che sto facendo il mio meglio, ma c’è sempre un margine di miglioramento, così quella critica la ascolto, la analizzo, la metabolizzo. È un termometro molto importante.

Hai raccontato che il cibo che cucini per i video quando avanza, lo porti a persone in difficoltà, senza pubblicizzarlo. Com’è nata questa esigenza?
Non volevo fare beneficienza performativa. Il pensiero anti-spreco mi è stato inculcato nelle cucine professionali per anni. Col passaggio alla cucina “digitale” provavo a mettere in opera quelle lezioni di sostenibilità imparate sul campo, ma il cibo avanzava sempre. I ritmi di produzione sono intensi. Filmiamo dalle 5 alle 7 ricette a settimana, e il cibo inevitabilmente avanza. Quello che non riuscivo a mangiare io o i miei vicini, ho iniziato a portarlo a chi viveva per strada e ne aveva più bisogno.
Guardando al futuro, quali progetti o format ti piacerebbe sviluppare per portare la tua idea di cucina pop e condivisa anche oltre Instagram e YouTube?
In questo momento preferisco consolidare quello che sto costruendo, piuttosto che sviluppare progetti nuovi. Però so che più mi sento libero e sereno, più le cose nuove e belle arrivano. Io sono fortunato perché ho accesso a un megafono che amplifica la creatività.
Qual è il piatto o la ricetta che senti più rappresentare il tuo stile attuale, e perché pensi che sia così importante per chi ti segue?
Il piatto che più mi rappresenta è lo spaghetto alle vongole. Un piatto popolare che piace che però non è facile da fare, non è affatto intuitivo. Allora io lo semplifico e te lo rendo accessibile. Cala gli spaghetti, che al resto ci penso io.
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