Tra i dolci simbolo dell’Abruzzo, la ciambella di San Biagio occupa un posto speciale nella memoria collettiva aquilana. Preparata ogni anno in occasione del 3 febbraio, giorno dedicato al santo protettore della gola, questa ciambella dalla forma ad anello è molto più di una semplice ricetta tradizionale: è un gesto di devozione, un augurio di protezione e un segno di appartenenza al territorio. La sua consistenza rustica e il profumo intenso di anice la rendono immediatamente riconoscibile e perfetta da gustare da sola o accompagnata da vino, latte o liquori locali. Oggi la ciambella di San Biagio continua a raccontare l’identità gastronomica dell’Aquila, conquistando anche turisti e appassionati di cucina regionale ed essendo ormai diffusa in tutta la regione, come testimoniano le produzioni artigianali contemporanee.
Inoltre è presente in molte testimonianze storiche: il folklorista Antonio De Nino la cita come esempio di «dolce rituale in cui la fede entra nella vita quotidiana della famiglia», mentre Carlo Levi, nei suoi appunti di viaggio, sottolinea come «l’aroma dell’anice, nelle case aquilane, annuncia la festa di San Biagio ben prima delle celebrazioni in piazza». Anche documentari e prodotti cinematografici dedicati all’Abruzzo hanno più volte raccontato la tradizione delle ciambelle come simbolo di memoria, resistenza e rinascita, soprattutto dopo il sisma del 2009, quando molti forni storici ripresero la produzione come gesto simbolico di ritorno alla normalità.
Medico e vescovo armeno vissuto tra III e IV secolo, San Biagio è una figura centrale nella tradizione cristiana e nella cultura popolare europea. La sua storia è strettamente legata ai miracoli di guarigione, alla protezione dai mali fisici e alla cura di uomini e animali. Le fonti storiche raccontano della sua capacità di alleviare sofferenze e malattie, motivo che lo ha reso un santo molto venerato in Italia. La sua figura è spesso citata nei riti popolari e nelle feste tradizionali che uniscono devozione, folklore e gastronomia, ed è conosciuto in tutto il mondo come il protettore della gola.
La leggenda del bambino salvato dal soffocamento per una lisca di pesce ha dato origine al famoso rito della benedizione della gola, celebrato ogni 3 febbraio in molte chiese. E la ciambella dedicata al santo è considerata un alimento benedetto e propiziatorio contro malanni stagionali e disturbi respiratori. Portare le ciambelle in chiesa per la benedizione è ancora oggi un gesto molto diffuso e profondamente radicato nella spiritualità locale.
Tipiche dell’Aquila e dei suoi borghi storici, queste dolcezze rustiche sono comunque amate e preparate ormai un po’ in tutta la regione. Ogni zona e ogni famiglia conserva una propria variante della ricetta (se ne trovano anche integrali, o aromatizzate con la cannella, per esempio), ma l’identità resta riconoscibile: forma ad anello, superficie leggermente dorata e profumo intenso di anice o finocchio. Nei forni tradizionali compaiono già a fine gennaio e vengono vendute spesso a coppie unite da un nastro o da uno spago, pronte per essere portate alla benedizione.
La ricetta è semplice, casalinga, “da nonna”. Bastano farina, zucchero, olio o strutto, uova, anice o semi di finocchio e lievito. L’impasto viene lavorato a mano, modellato in filoni e chiuso ad anello. Una caratteristica distintiva è la doppia cottura: le ciambelle vengono prima immerse brevemente in acqua bollente e poi infornate fino a doratura. Questo procedimento garantisce una consistenza asciutta e una lunga conservabilità. E il profumo che arriva dal forno parla da solo…
Foto di copertina: le ciambelle di San Biagio della gastronomia Terra Mia (Pescara)
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