«Fino alla pandemia, il settore delle bevande alcoliche e quello delle bevande analcoliche erano distinti, ma da allora abbiamo assistito a una convergenza di queste categorie», ha osservato Ananda Roy, vicepresidente senior della società di ricerche di mercato Circana, intervenendo la scorsa settimana in un convengo a Wine Paris. «Lo spazio delle bevande alcoliche rappresenta il 9% dell’intero universo beverage, mentre no/low-alcol è solo l’1%, quindi per il momento è una nicchia, ma sta crescendo in valore del 10% e del 6% in termini di volume. In una categoria come quella alcolica, che nel complesso è in declino, l’analcolico rappresenta una grande fetta di crescita».
In effetti, una prova di questa crescita è il lancio, nell’edizione di quest’anno, di un’area della fiera dedicata alle bevande analcoliche: Be No.
«C’è una quota di consumatori che sta abbandonando la categoria alcolica, ma la maggioranza cerca moderazione e benefici per il benessere. Sono bevitori ibridi», ha commentato Roy, citando un sondaggio recente in cui il 43% dei consumatori dichiarava di aver cambiato il proprio modo di bere alcolici. «In passato, se volevi uscire dalla categoria alcolica, sceglievi acqua o succhi, ora ci sono molte opzioni che offrono gusto e freschezza. Emergono soluzioni innovative senza compromessi».
Secondo Roy, la categoria analcolica sta sottraendo principalmente quote al mercato di acqua e succhi, piuttosto che al mercato alcolico. «La concorrenza per le bevande no e low alcol proviene da bevande a base d’acqua, energy drink, bevande sportive e funzionali».

Ananda Roy
Per quanto riguarda i motivi per cui le persone potrebbero scegliere bevande analcoliche, un sondaggio sui consumatori statunitensi presentato da Roy ha mostrato che per il 32% si tratta di ragioni di salute, per il 23% motivi economici, per il 18% il fatto di socializzare meno, e per il 4% queste bevande sostituivano l’uso di cannabis legalizzata.
Il fattore costo è particolarmente interessante perché le bevande analcoliche non sono necessariamente più economiche delle controparti alcoliche. Roy ha citato l’esempio di Bolle, un brand di vini analcolici venduto nei ristoranti stellati Michelin e a un prezzo elevato: 49,99 sterline per il Grand Reserve Blanc de Blancs.
«Stiamo assistendo a una categoria in cui terroir, gusto e sapore sono utilizzati come motivi per valorizzarla. Non sono necessariamente le più economiche esposte».
All’altro estremo dello spettro dei prezzi ci sono le bevande analcoliche private o a marchio dei retailer. «I retailer sono molto interessati a sviluppare e modellare questa categoria – ha detto Roy – Le private label attualmente hanno una quota di valore del 16%, un risultato notevole in mercati in crescita come il Regno Unito».
Tuttavia, pur tendendo a essere più economici, Roy ha osservato che in media il divario di prezzo tra bevande analcoliche private e quelle di marca è solo del 15%. «Per i produttori, la concorrenza più grande non verrà necessariamente da un altro produttore, ma dal retailer che offre proposte premium».
Roy ha anche precisato che essere i primi sul mercato non garantisce automaticamente il successo commerciale: «Non c’è vantaggio da first mover. Quella dei no e low alcol è una categoria che vale l’1%, ma cresce del 10% annuo in valore e i retailer sono molto attivi. Nei prossimi 4-5 anni vedremo più private label».
Ciò che rende intrigante la categoria analcolica, secondo Roy, è che è ancora in evoluzione e lontana dall’essere una categoria consolidata: «È una costellazione nascente di diversi momenti di consumo e varie sottocategorie – anche nel vino ci sono vini 0%, succhi frizzanti analcolici, succhi fermentati ecc. A questo stadio la definizione della categoria non è chiara. Il codice di categoria si sta scrivendo mentre parliamo».
Con lo sviluppo tecnologico e maggiori investimenti, anche la qualità dei prodotti sta migliorando. «Molte bevande analcoliche sono molto dolci, ma è uno stadio iniziale della categoria. Negli Stati Uniti si sta andando verso un gusto più aspro e sofisticato – ha detto – È uno stadio molto precoce e le regole sono ancora in fase di definizione».
Prodotti come i vini senza alcol sono relativamente nuovi sul mercato, e celebrità come Kylie Minogue e, molto recentemente, Elton John, si sono unite al trend.

Crediti immagine: Frederic Speziale
Le birre analcoliche, invece, esistono da più tempo, e grandi marchi come Peroni e Guinness hanno ottenuto importanti sponsorship per i loro prodotti 0.0: la prima con il team Ferrari di Formula 1, la seconda al Six Nations Championship di rugby.
Dato che questi brand sono ora molto sotto i riflettori, sia tramite endorsement di celebrità sia in grandi eventi sportivi, ci si chiede se la loro crescita avvenga a scapito dei business tradizionali di vino, birra e spirits. Tracciando un parallelo con il settore alimentare, Roy ha concluso suggerendo che c’è spazio sul mercato sia per prodotti alcolici che analcolici: «Quando l’industria sugar-free è partita 30 anni fa, si è posizionata contro lo zucchero, ma il consumo di zucchero continua a crescere del 6%. Allo stesso modo, la birra 0% esiste da tempo. Se il settore cresce è perché soddisfa la domanda sia dalle categorie alcoliche sia da quelle analcoliche».
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