Wine Paris, con i suoi 6mila espositori da più di 60 Paesi e 60mila visitatori professionali, è ormai una piattaforma fondamentale per il business e mancare l’appuntamento non è un’opzione per chi punta a una crescita globale. Sembra essere questo il messaggio chiaro e inequivocabile arrivato dalle cantine presenti alla fiera di Parigi. O, come riassume Lorenzo Ficini, direttore commerciale della cantina toscana Arillo in Terrabianca: «Wine Paris è il motore del business del vino».
In particolare, per le aziende vinicole italiane, questi tre giorni di febbraio sono diventati un’opportunità commerciale imprescindibile. In termini di spazio occupato, le imprese del Belpaese hanno certamente piantato il tricolore nel 2026, coprendo circa un quinto della superficie espositiva della fiera, con un incremento del 30% rispetto all’anno scorso.
L’Italia è stata il secondo espositore per dimensioni, subito dopo il Paese ospitante, la Francia, e questa amichevole rivalità ha una sua ragione d’essere. Secondo alcuni produttori, parte della funzione di Wine Paris è quella di benchmark. Il linguaggio del vino mondiale è ancora in larga parte scritto in francese – “cru”, “méthode champenoise”, “en primeur” – e il vino francese conserva ancora un certo fascino, anche per gli operatori italiani.
«Non dimentichiamo – dice Ficini – che i vini francesi non hanno perso prestigio internazionale. In tutto il mondo, nei buoni ristoranti, la carta dei vini è composta per il 30-40% da etichette d’Oltralpe. Avere una fiera dove si possono degustare vini francesi di ogni denominazione è una ragione importante per cui si viene qui».

Lorenzo Ficini
Ma è uno scambio che funziona in entrambe le direzioni, e parte del valore di Wine Paris per le aziende italiane sta nel fatto che la Francia è un mercato obiettivo. Per raggiungerlo, i produttori devono riuscire a far assaggiare i propri vini a buyer e importatori francesi.
«I francesi non bevono vino italiano, ma gli italiani bevono molto vino francese – siamo tra i maggiori consumatori di Champagne. Il nostro obiettivo è far assaggiare ai francesi i vini dell’Alto Adige», afferma Elia Troiani, brand ambassador di Kellerei Bozen.
Un vantaggio chiave per il successo commerciale del vino italiano nella terra di Bordeaux e Borgogna è che i francesi amano la cucina italiana. «Le cantine italiane sono fortunate perché in Francia ci sono tantissimi ristoranti italiani, e vendono per il 90% vini italiani», osserva Giuseppe Fiannaca, export manager della storica casa marsalese Pellegrino.
Così come la forte presenza italiana testimonia l’internazionalizzazione degli espositori di Wine Paris, lo stesso vale per i visitatori, rendendo la manifestazione un appuntamento davvero globale per il settore beverage.
«Mi aspettavo più importatori e distributori francesi: quelli passati dal nostro stand sono stati meno del 10% – dice Ilaria Pederiva della distilleria Conegliano Veneto – L’anno scorso c’erano più americani. Quest’anno c’è maggiore diversità, soprattutto dall’Europa dell’Est».
Pederiva sottolinea che il recente accordo commerciale tra Ue e India aveva creato aspettative per una forte presenza indiana, ma l’intesa era «probabilmente troppo recente», esprimendo la speranza che ciò avvenga il prossimo anno.

Naturalmente c’è un mercato internazionale che più di altri occupa i pensieri degli espositori: gli Stati Uniti. Troiani di Kellerei Bozen cita gli sforzi della premier Giorgia Meloni per attenuare l’impatto dei dazi: «Stiamo soffrendo, ma andiamo avanti».
Altri sostengono invece di non essere particolarmente colpiti. Tra questi Giodo, con vigneti a Montalcino e sull’Etna, produttore anche del Vino Rosso dell’Anno della guida Vini d’Italia.
«Qui a Wine Paris ci stiamo concentrando sui mercati europei, ma anche sul Nord America», commenta la brand ambassador Chiara Bellacci. «I dazi non sono un problema per noi perché i nostri vini sono di fascia molto alta e incidono maggiormente sui prodotti più economici. Per noi essere negli Stati Uniti non è una questione di prezzo, ma di trovare il partner giusto».
«Wine Paris sta crescendo e non essere presenti, anche per una produzione di nicchia come la nostra, non è corretto se si vuole essere riconosciuti a livello internazionale», aggiunge Bellacci.

Crediti fotografici: Philippe Labeguerie
Anche tra chi non è ancora pronto a una dimensione globale, prevale l’idea che, quando si tratta di partecipare a Wine Paris, sia meglio essere dentro che fuori.
È il punto di vista di Riccardo Binda, direttore del Consorzio Vini Oltrepò Pavese, che osserva come, pur essendo prioritaria la crescita sul mercato nazionale per questa importante realtà del Pinot Nero lombardo, resti fondamentale incontrare operatori internazionali.
«Negli ultimi 30-40 anni l’Oltrepò Pavese ha reso meno del previsto – molte cantine hanno faticato a vendere – quindi oggi il focus è il mercato nazionale, ma se vendi vino devi venderlo anche all’estero! Tutti sono qui a Wine Paris e, anche se molti vengono per i vini francesi, resta un buon palcoscenico per l’Italia. Siamo in fase di sviluppo e anche il più piccolo passo avanti è un miglioramento».
Binda evidenzia anche un altro aspetto nella scelta delle fiere a cui partecipare: il costo. «Parigi è una città molto grande, quindi non risente della fiera», dice. «I prezzi degli hotel non salgono alle stelle, i taxi restano invariati. Il motivo per cui Vinexpo oggi ha successo è perché si è spostato da Bordeaux».
Ficini di Arillo in Terrabianca concorda: «Essere a Parigi fa la differenza. Dal punto di vista logistico è molto più semplice. Le fiere sono cambiate: un tempo si fissavano appuntamenti mesi prima, oggi c’è molta più flessibilità nell’organizzazione delle agende e il fatto che l’evento sia a Parigi aiuta».
Molti produttori italiani interpellati hanno infatti sottolineato i vantaggi logistici ed economici rispetto ad altre fiere del settore. In un momento in cui le aziende vinicole devono mantenere equilibrio economico in un contesto complesso, pesano le spese di spedizione dei vini, viaggio, alloggio e affitto degli spazi espositivi.
Wine Paris si dimostra ormai matura per diventare il nuovo polo della fiera internazionale del vino. A dirlo non sono soltanto le sensazioni raccolte tra i corridoi, ma i numeri: crescita delle cantine presenti e un flusso di visitatori internazionale. Roberto Tondo, export manager di Barone Pizzini, osserva come ProWein «stia tornando lentamente ad essere una fiera per il mercato tedesco del vino». Un’evoluzione che ne ridefinisce il perimetro, lasciando spazio a Parigi come piattaforma più trasversale. Nel complesso, però, la percezione condivisa è che il modello parigino – flessibile, internazionale e logisticamente accessibile – stia intercettando meglio le esigenze attuali del trade.
crediti fotografici: Philippe Labeguerie
Se il vino resta il cuore della manifestazione, l’area spirits è sicuramente quella che ha mostrato una frequenza e un’attività particolarmente vivace. Il padiglione è stato molto vissuto, animato non soltanto da una buona varietà di distillati provenienti da tutto il mondo, ma da un’atmosfera più dinamica, quasi festosa. A contribuire è stata la forte componente di mixology: dall’Infinity Bar – un bancone di 40 metri dedicato alla mixology – ai singoli stand che proponevano signature cocktail realizzati con i propri distillati.
Rispetto al vino, aldilà dei termini numerici, la sensazione generale è diversa: una maggiore energia, qualche interazione in più e – forse – una curiosità più sentita. Un clima che riflette l’evoluzione del consumo contemporaneo di alcolici, dove si intrecciano l’esperienza e l’intrattenimento.
Per quanto riguarda l’Italia, le distillerie arrivate a Parigi hanno un obiettivo su tutte: farsi conoscere a livello internazionale, considerato quanto il settore sia dominato da pochi grandi gruppi italiani, come Campari. «La cosa importante per noi è farci conoscere – afferma Alessandro Strinni di Distillerie Moccia di Ferrara – In Italia siamo conosciuti, ma fuori no, ed è per questo che veniamo qui».
Se la fiera è lo specchio del settore beverage, l’affollamento dell’area Be No – novità dell’edizione 2026 dedicata alle bevande analcoliche – è un chiaro segnale del potenziale commerciale del comparto.
Tra i brand presenti c’era Bella, azienda di Treviso specializzata in prodotti analcolici, tra cui un aperitivo all’arancia, il “Ginetto” e una gamma di “vini”.

Crediti fotografici: Frederic Speziale
Paolo Coletto, export manager, sottolinea che è la seconda partecipazione a Wine Paris: «C’è stato molto interesse. Abbiamo registrato il brevetto del nostro metodo di produzione di bevande analcoliche nel 2008, siamo stati tra i primi in Italia in questo segmento, ma negli ultimi cinque anni il fatturato è cresciuto significativamente grazie alla domanda del consumatore finale».
I puristi potrebbero storcere il naso di fronte a “sostituti” analcolici accanto a cantine storiche, ma i dati di mercato sulla crescita del low e no alocl sono chiari su ciò che le fiere devono fare: offrire ciò che il pubblico chiede.
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