Ogni anno, a Beaune, l’asta degli Hospices trasforma la Borgogna in un palcoscenico internazionale del vino. L’ultima edizione, la 165esima, ha visto botti di Grand Cru e Premier Cru aggiudicate per decine di migliaia di euro. Tra i lotti più prestigiosi, la Pièce de Charité — una botte di Pommard Premier Cru Les Rugiens 2025 — ha raggiunto i 400mila euro, grazie all’offerta di un imprenditore di Pechino. Sul totale, si tratta del terzo miglior risultato di sempre, preceduto solo dai record del 2022 e del 2023, sia per il ricavato complessivo sia per la Pièce de Charité. Segno che, numeri alla mano, il mercato dei collezionisti resta ancora vitale.
Ne abbiamo parlato con Daniela Paris, italiana da dieci anni tra le vigne borgognone, con vent’anni di esperienza nella selezione e nell’esportazione di vini francesi in Italia e quest’anno madrina del Trophée Jeunes Talents — premio che valorizza i giovani viticoltori emergenti della Borgogna e che si svolge in concomitanza dell’asta.

Daniela Paris, madrina del Trophée Jeunes Talents
Come sta evolvendo la nuova generazione di vignaioli in Borgogna?
La nuova generazione porta una leggerezza diversa, una serenità che deriva da una solidità raggiunta delle famiglie e dalla memoria di chi ha vissuto periodi difficili prima di loro. Molti di questi giovani hanno fatto esperienze all’estero, hanno studiato in paesi lontani, e tornano con una naturale apertura mentale.
Qualche giovane premiato da tenere d’occhio?
Tra i giovani della Cote d’Or che mi hanno colpita di più ci sono sicuramente Chloé Chevalier e Edouard Confuron. Chloé mi ha impressionato per la qualità straordinaria dell’uva: nei suoi vini si percepiva un’armonia naturale, una materia limpida, sincera, che raccontava perfettamente il suo territorio. Edouard con i suoi vini erano eleganti, verticali, costruiti con una mano di rara sensibilità: un lavoro in sottrazione, senza mai forzare. Sono due esempi molto rappresentativi della nuova generazione, fatta di rigore, ma anche di un modo più leggero e più libero di leggere il vino.

Parlando invece della Borgogna in generale, c’è un’evoluzione in corso?
Vent’anni fa la percepivo come un territorio compatto, molto omogeneo, con una visione quasi unica del proprio ruolo. Oggi invece la vedo molto più stratificata, simile alla complessità del suo sottosuolo.
Da che punto di vista si vede questa stratificazione?
Sta vivendo un cambiamento che riguarda prima di tutto la sua struttura umana e sociale. Oggi convivono famiglie storiche, giovani rientrati dopo esperienze all’estero, nuovi visionari – anche stranieri – che decidono di stabilirsi qui, e gruppi di investitori. È una regione molto più eterogenea, ma allo stesso tempo più aperta e più collaborativa di quanto non fosse vent’anni fa. Vedo scambi che fino a qualche anno fa erano impensabili: i produttori assaggiano i vini dei vicini, delle denominazioni limitrofe, e affrontano insieme temi attuali.
E a livello produttivo?
Alcuni Domaine hanno accorciato i tempi di vinificazione, vendemmiano prima e mettono in bottiglia più rapidamente, mentre altri stanno recuperando affinamenti più lunghi, come nel caso di Paul Gros. Il cambiamento climatico, poi, obbliga tutti a ripensare ciò che credevano stabile: il Pinot Noir e lo Chardonnay soffrono, mentre l’Aligoté invece risponde benissimo.

A cosa stanno portando questi cambiamenti?
Tutto questo ha reso i confronti tra vigneron molto più frequenti. Il cambiamento climatico li obbliga a parlarsi, a condividere, a cercare soluzioni insieme, insieme alla crisi che sta attraversando il vino. Anche la conversione al biologico è un segno di questa evoluzione: dieci anni fa era un tema che divideva; oggi è parte integrante di una visione comune.
Nessuna divisione e preclusione, quindi, neppure verso il vino naturale?
Il biologico e il naturale non sono più percepiti come categorie alternative, ma come parte della normalità. È cambiato completamente lo sguardo: dieci anni fa, quando proponevo vini naturali a produttori storici, erano scettici; oggi li cercano con curiosità, e molti di loro ne sono entusiasti. Si è compreso che ciò che conta è la qualità, la coerenza, non l’etichetta filosofica.
Quali zone stanno crescendo di più?
Stanno emergendo con maggiore forza quelle che per molto tempo sono rimaste ai margini del racconto borgognone. Penso a Digione e Marsannay, che oggi mostrano un potenziale incredibile, con climat come Chapitre e Longeroies che stanno diventando punti di riferimento. Penso anche al Mâconnais, che finalmente riceve l’attenzione che merita, e al Beaujolais, che ha una vitalità speciale legata al granito. Ma tutta la fascia meridionale e periferica della Côte d’Or è al centro di una curiosità crescente. L’Auxerrois e Chablis, invece, mantengono la loro coerenza.

Francia – Borgogna – Soultre Pouilly – foto Jean-Paul-Trivel-by-Unsplash
Si può dire che la Borgogna, al contrario di Bordeaux, rimane una realtà solida…
La Borgogna conosce la crisi, ma ha una capacità unica di rimanere solida grazie alla sua parcellizzazione, alla sua memoria familiare e alla qualità straordinariamente costante del lavoro. Beaune è sempre un barometro molto preciso della situazione internazionale, e quest’anno la sensazione era di serenità, nonostante l’inquietudine iniziale legata ai dazi e alla contrazione della domanda americana. Alcuni domaine hanno iniziato ad abbassare i prezzi, cosa che non accadeva da molto, ma non lo percepisco come un segnale di debolezza: piuttosto come un necessario riequilibrio dopo anni di tensione.
A tale proposito negli ultimi anni si è parlato di speculazione.
Sì, negli degli ultimi anni ha lasciato strascichi evidenti. Durante la pandemia c’è stata una corsa all’acquisto a qualsiasi prezzo che ha alterato il mercato. Poi sono arrivati i dazi. Oggi stiamo vivendo un effetto boomerang, che però sta portando anche a una maggiore consapevolezza e a un ritorno a logiche più sane. La crisi non è finita, ma la leggo come un’occasione per ripulire e riorganizzare il sistema.
Parlando dell’asta Hospices de Beaune: cosa ci dice sul mercato?
Il risultato di quest’anno, che si colloca come il terzo più alto dopo il 2022 e il 2023, è un segnale molto forte. I collezionisti ci sono, sono presenti, e continuano a investire. La Piece des Présidents, un Pommard Les Rugiens battuto a 400mila euro e acquistato da un imprenditore cinese, è la prova che il mercato resta vivo e internazionale. Ho percepito a Beaune un clima sereno: c’era timore all’inizio per l’esito, ma la partecipazione diversificata dei paesi -più di 30- e il risultato finale hanno superato le aspettative.
Come vede il futuro dei fine wines francesi nei prossimi 5-10 anni?
Credo che vivremo anni ancora complessi, perché la crisi economica e quella climatica si intrecciano e rendono tutto più fragile. In Borgogna potranno cambiare diverse cose, come anche i disciplinari, ma vedo una comunità solida di lavoratori, capace di mantenere la qualità anche nei momenti più difficili.

E per quanto riguarda i fine wines italiani?
A livello internazionale l’Italia viene identificata innanzitutto con Barolo e in generale il Nebbiolo, poi con la Toscana e sempre più con la Sicilia. I vigneron francesi sono molto curiosi dell’Italia, la osservano con grande rispetto e affetto. E credo che il modello borgognone di cooperazione possa essere ispirante anche da noi. La Francia ha una tradizione di attivismo molto più compatto della nostra, specie in Champagne, e oggi sto vedendo la stessa energia anche in Borgogna. Per questo penso che l’Italia abbia un potenziale enorme, soprattutto se saprà valorizzare il lavoro condiviso e la diversità dei suoi territori.
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