Procida

Procida Capitale italiana della cultura 2022

Solo 3,7 chilometri quadrati e 16 km di coste, ma ben 3 porticcioli su altrettanti versanti: Procida è sempre quell’Isola di Arturo, paradiso nostrano e ancora vergine, un luogo di pescatori da girare a piedi; piccola sì, ma non per questo poco vivace. L’isola in provincia di Napoli si appresta ora a diventare Capitale italiana della cultura 2022. Lo ha comunicato lo scorso 18 gennaio il presidente della giuria Stefano Baia Curioni, una notizia che non ha tardato a destare scalpore: è infatti la prima volta che il riconoscimento va a una località così piccola, a un borgo e non a una città. E il motivo è presto detto: il progetto presentato è curioso e interessante, sono stati studiati bene i sostegni locali e regionali pubblici e privati, e poi “la dimensione patrimoniale e paesaggistica del luogo è straordinaria”.

Procida e la cultura dell’isola

Si sta scoprendo sempre più meta turistica, Procida, probabilmente per via del fascino di baie e promontori, delle spiagge sabbiose e delle stradine caratteristiche del borgo dei pescatori, ma anche di quelle casette colorate che hanno fatto da scenografia a tanti film, a cominciare dall’indimenticabile Il Postino. E ancora una volta, proprio come nel film di Michael Radford e Massimo Troisi, è la poesia a creare l’atmosfera giusta nella bella località marittima, che ha presentato un progetto “capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura che dalla piccola realtà dell’isola si estende come un augurio per tutti noi, al Paese nei mesi che ci attendono”. Procida, La cultura non Isola è il titolo del dossier di candidatura, che pone l’accento sul significato profondo del concetto di terre isolane, che sono prima di tutto luoghi “di esplorazione, sperimentazione e conoscenza”, modelli delle culture “e metafora dell’uomo contemporaneo”.

Il programma di Procida Capitale italiana della cultura 2022

Sono ben 44 i progetti culturali in programma per il prossimo anno, per un totale di 330 giorni di programmazione che coinvolgeranno 240 artisti, 40 opere originali e 8 spazi culturali rigenerati. Il programma è stato suddiviso in cinque sezioni principali: Procida inventa, con mostre, performance e attività culturali, Procida ispira che premia i contenuti creativi che omaggiano l’isola, Procida include per le iniziative di inclusione sociale, Procida innova per ripensare in maniera strategica il proprio patrimonio culturale, e Procida impara, che si propone di coinvolgere diverse realtà del territorio per scambiare conoscenze e rafforzare la cultura della comunità.

Cosa mangiare a Procida: prodotti e piatti tipici

Centri fortificati, panorami mozzafiato e anche un’isola nell’isola, Vivara, riserva naturale protetta, selvaggia e disabitata, unita a Procida solo da un vecchio ponte percorribile a piedi: sono tante le bellezze da ammirare durante una visita all’isola, e altrettante sono le delizie da assaggiare a tavola, in uno dei tanti ristoranti buoni del luogo (mentre a Roma, prontamente, Gabriele Muro, chef del ristorante Adelaide dell’Hotel Vilòn, originario di Procida, proporrà dal 25 gennaio un menu dedicato alla sua isola, per gli ospiti dell’albergo). Impossibile resistere a un assaggio di luveri al sale, per esempio, o un piatto di spaghetti ai ricci di mare o con le canocchie. Procida è famosa poi per i crostacei, le alici e i limoni, di grandi dimensioni e profumatissimi, spesso serviti in insalata, bolliti e conditi con olio, sale e menta fresca. Gli agrumi danno vita anche a limoncello, crema al limone e dolci freschi, mentre nell’orto spiccano i carciofi, di una varietà particolarmente pregiata e gustosa, insieme a melanzane e zucchine. Per gli amanti della carne, qui si predilige il coniglio alla procidana, fatto con pomodoro ed erbe aromatiche, da accompagnare a un vino tipico locale: falanghina per il bianco, aglianico per il rosso.

a cura di Michela Becchi

Dove mangiare a Procida: i ristoranti migliori

Joe Biden

Nella giornata dell’atteso insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, i ristoranti di Washington D.C. resteranno chiusi (ma potranno operare outdoor) per espressa delibera del sindaco della capitale statunitense, nel timore che si ripetano disordini scatenati dai sostenitori di Trump in città. Non una buona notizia per le attività interessate, abituate a fatturare molto nel periodo del passaggio di consegne presidenziale. Ma è l’intero comparto della ristorazione americana ad auspicare che Joe Biden, 46esimo presidente eletto degli Stati Uniti, possa sin dai primi giorni di mandato spendersi per arginare la crisi profonda che ha colpito nell’ultimo anno un’industria che è sempre stata motore importante dell’economia nazionale.

Il programma di Biden per aiutare la ristorazione

L’ultimo piano di stanziamenti per la ripartenza dell’economia statunitense porta la firma del presidente uscente, ma nei giorni scorsi Biden ha già condiviso il suo programma, che mette sul piatto 1,9 trilioni di dollari. Una spesa ingente che si propone, tra le altre priorità, di restituire fiducia nel futuro all’industria della ristorazione, che nel solo mese di dicembre 2020 ha denunciato la perdita di oltre 370mila posti di lavoro (“più di 110mila tra ristoranti e bar non hanno avuto altra scelta che chiudere del tutto da marzo 2020”, specifica l’ultimo rapporto del Bureau of Labor Statistics). Il pacchetto di aiuti dovrebbe garantire l’emissione di un contributo di 1400 dollari per molti americani, incrementare il fondo a sostegno della disoccupazione (per arrivare a un’indennità settimanale – oggi ferma a 100 dollari – di 400 dollari, corrisposta fino al mese di settembre 2021) e tutelare con i sussidi anche chi è impiegato nelle consegne a domicilio nel settore della ristorazione.

L’aumento del salario minimo e l’abolizione del sistema delle mance

Inoltre, tra i buoni propositi, l’idea è quella di aumentare il salario minimo a 15 dollari l’ora (battaglia ingaggiata da tempo dal neo Segretario del lavoro, Marty Walsh, già sindaco di Boston; dal 2009 il compenso orario minimo è fermo a poco più di 7 dollari), eliminando al contempo il cosiddetto “tipped minimum wage”, parametro salariale che fa affidamento sulle mance corrisposte dai clienti, dunque spesso precario e discriminante. Inoltre l’amministrazione Biden si impegnerebbe a garantire un sostegno economico per il pagamento dei canoni d’affitto dei locali commerciali. Mentre sembra passare in secondo piano il cosiddetto Restaurants Act, pacchetto da 120 miliardi di dollari solo parzialmente approvato lo scorso autunno per tutelare le imprese della ristorazione: accolto alla Camera dei Rappresentanti, il testo è stato rigettato dal Senato, e il piano anticipato da Biden non sembra riabilitarlo.

Il sostegno alle piccole imprese, oltre le discriminazioni

In realtà il neopresidente ha già dichiarato l’intenzione di non abbandonare la categoria, impegnandosi a lavorare con il Congresso per garantire a bar e ristoranti di restare a galla, abbattendo barriere di ogni sorta, perché tutti – a partire dai più piccoli, e da chi ha scontato in passato discriminazioni sociali, razziali, di genere – possano avere accesso agli aiuti. Nello specifico, le sovvenzioni per le piccole imprese – circa un milione di attività, tra cui moltissime insegne di ristorazione indipendente – dovrebbero ammontare a un totale di 15 miliardi di dollari, anche se il piano dell’amministrazione a riguardo è ancora vago. E dovrà comunque ricevere la fiducia del Congresso prima di trovare esecuzione, mentre diverse associazioni di categoria chiedono che sia riconsiderato il Restaurants Act.

Nel frattempo, si esaminano pro e contro del programma di Biden, che, da un lato, si dice pronto a istituire un fondo di sostegno per i lavoratori “essenziali” a rischio (da chi lavora nella filiera della distribuzione alimentare ai cassieri dei supermercati), dall’altro non sembra aver previsto aiuti per i lavoratori irregolari, che pure costituiscono una fetta significativa degli occupati nel settore della ristorazione. Di certo il nuovo presidente degli Stati Uniti ha intenzione di marcare la differenza con la precedente amministrazione anche sul terreno del sostegno alle piccole imprese. Seguiremo sviluppi (qui gli altri punti del programma di Biden a proposito di agricoltura e diritto al cibo, che pure sembrano in contraddizione con la nomina all’Agricoltura di Tom Vilsack, alias Mr. Monsanto per la sua esplicita vicinanza alle lobby dell’agricoltura statunitense, già in carica con Obama).

a cura di Livia Montagnoli

Le bottiglie in vendita in un'enoteca

Enoteche chiuse dopo le 18. Ecco perché

Enoteche in subbuglio dopo il nuovo Dpcm entrato in vigore il 16 gennaio 2021 e che sarà valido fino al 5 marzo, che vieta la vendita per asporto di qualsiasi bevanda alcolica dalle ore 18, lasciando invece libertà di vendita di tali bevande a tutti gli altri negozi commerciali. Non ci sta Andrea Terraneo, presidente di Vinarius, che ha subito scritto al Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, denunciando l’anomalia e chiedendo spiegazioni.

Comprendiamo” si legge nella lettera “il momento di forte difficoltà che sta attraversando il nostro Paese a causa della pandemia e il complesso contesto con cui vengono prese le relative decisioni incorrendo in possibili errori nella indicazione dei codici Ateco (47,25 è quello delle enoteche, ndr), ma chiediamo un sollecito chiarimento in merito affinché non vengano discriminati attività e operatori professionali appartenenti al settore del commercio di bevande alcoliche e analcoliche. La preoccupazione deriva dal fatto che inibire l’apertura dopo le 18 toglie all’enoteca il 30% del fatturato giornaliero in un quadro economico generale che ci vede già penalizzati”. La richiesta dell’Associazione delle Enoteche italiane va, quindi, verso un’unica direzione: “La cancellazione di questa misura affinché non vengano penalizzate tutte quelle attività comprese nel divieto che stanno operando da mesi con massimo rigore e attenzione alla tutela della clientela e nel rispetto delle normative”.

Un settore in rivolta

Ciò che emerge è un quadro incoerente e penalizzante”, sottolinea pure Sistema Impresa nell’accordare il suo appoggio alla lettera di Vinarius: “Se l’intento è evitare gli assembramenti, è poco plausibile che chi acquista una bottiglia di vino in una enoteca specializzata si fermi poi a consumarla per strada o in luoghi pubblici”.

Ma il coro di voci contrarie si leva da più fronti, e c’è chi si spinge a evocare il periodo del proibizionismo, come Adriano Rapaioli, coordinatore di Fiepet Toscana Nord: “Si tratta di un divieto quasi da proibizionismo, se non fosse che è limitato solo a pubblici esercizi e negozi specializzati: minimarket e grande distribuzione potranno infatti continuare tranquillamente a vendere bevande, anche alcoliche”. Più giusto, continua il rappresentate di Fiepet, fare regole uguali per tutti (“sarebbe stato più sensato persino un divieto di vendita di bevande alcoliche dopo le 18, esteso a tutti gli esercizi”), anche se il nocciolo della questione resta la mancanza di controlli efficaci: “Si è scelto di prendere la strada più facile, quella cioè di chiudere i locali. Mentre andrebbero puniti solo i locali che non rispettano le regole: in questo quadro, gli assembramenti continueranno anche con i bar e le enoteche chiuse per decreto”. Mentre Confesercenti ribadisce l’insensatezza di far dipendere dai codici Ateco decisioni così penalizzanti: “È necessario abbandonare questo criterio, o sarà un disastro. Il codice Ateco è del tutto inadeguato a fornire una fotografia affidabile della realtà delle imprese. In questo caso la condanna è per le imprese che vendono bottiglie di vino: enoteche e bottiglierie sono costrette a chiudere, ma minimarket e supermercati, dove è certamente possibile comprare gli stessi prodotti, rimangono aperti”.

A rischio 7mila attività

Anche Coldiretti attacca il Governo su questa misura: “La chiusura anticipata alle 18 discrimina ingiustamente le oltre 7mila enoteche presenti in Italia nei confronti di negozi alimentari e supermercati ai quali resta correttamente consentita la vendita dei vini”, sottolinea il presidente Ettore Prandini che aggiunge: “Le enoteche hanno avuto negli ultimi anni una forte espansione offrendo opportunità di lavoro a molti giovani, sotto la spinta di nuovi modelli di consumo che valorizzano la ricerca della qualità e del legame con il territorio. Una tendenza che va sostenuta e incoraggiata nel rispetto delle norme di sicurezza. Il settore del vino” conclude “è già tra i più colpiti dagli effetti delle misure restrittive anti Covid con la chiusura della ristorazione dove viene commercializzato più della metà in valore delle bottiglie stappate in Italia”.

L’interrogazione parlamentare

E le proteste sembrano già aver sortito qualche effetto, come Andrea Terraneo comunica ai sostenitori dell’appello lanciato da Vinarius, a proposito dell’interrogazione parlamentare che si terrà in data 20 gennaio alla Camera: “Siamo orgogliosi di informarvi che si terrà alla Camera un’interrogazione parlamentare a sostegno del chiarimento del DPCM, come da noi evidenziato nel testo della lettera. Ringraziamo quindi anche l’On. Dara, primo firmatario, e tutti gli estensori dell’interrogazione, attendendo fiduciosi la risoluzione del problema“.

Vigneto Grillo Marsala

Che cosa hanno in comune il Grillo e Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo di Luigi Pirandello Uno, nessuno e centomila? Sono tutti e due siciliani e sono nati a pochi decenni di distanza, il primo nel 1874 e il secondo nei primi anni del ‘900, anche se la data di pubblicazione del libro risale al 1926. Tuttavia, appartenere alla stessa terra ed epoca storica non basta. Ciò che li unisce è, invece, la personalità (anzi, le personalità), l’intima essenza. Nel suo ultimo romanzo, Pirandello porta a compimento la riflessione sulla crisi dell’individuo e sulla progressiva disgregazione dell’Io. Vitangelo Moscarda scopre la fragilità della sua identità, annullata da un caleidoscopio di “centomila” immagini riflesse da una realtà cangiante, fino a diventare “nessuno”. Beh, anche il Grillo di Sicilia nasce con un’identità ben definita.

La storia del Grillo di Sicilia

Il barone Antonio Mendola incrocia catarratto e moscato d’Alessandria per creare un’uva adatta a produrre un Marsala più ricco e aromatico. Il risultato? Eccellente: il Grillo dimostra ben presto di possedere un’attitudine da protagonista nel campo dei vini liquorosi. Ma la sua identità si sgretola progressivamente seguendo il triste destino del Marsala, che nel secondo dopoguerra sarà distrutto dalla presenza sul mercato di molte etichette di bassa qualità che lo renderanno irriconoscibile e lo faranno cadere nell’oblio. Se il destino di Vitangelo Moscarda è irrimediabilmente segnato, per il Grillo invece non tutto è perduto. Negli anni Novanta, sarà un grande produttore come Marco De Bartoli a dare nuova vita al vitigno, con l’etichetta Grappoli del Grillo. Fuori dallo storico mondo del Marsala, il vino Grillo si presenta, se non proprio in “centomila”, comunque in molte versioni.

Azienda agricola Barraco- Marsala
Azienda agricola Barraco- Marsala

Grillo di Sicilia: un vino dalle tante identità

Tuttavia, questa sfuggente e disorientante molteplicità fa parte di un naturale processo di mutamento ed evoluzione. In fondo si tratta di una varietà giovane, che sta ancora attraversando una fase di ricerca e sperimentazione. È con questo spirito di curiosità che ci siamo avvicinati al vitigno, per cercare di capirne meglio le diverse anime e sfaccettature. Il Grillo, che da quelle uve deriva, ama i contrasti: è un vino dinamico, versatile, alla continua ricerca di un instabile equilibrio. Il suo fascino risiede proprio nell’irrisolta tensione espressiva tra i suoi elementi, tra acidità e ricca dolcezza del frutto. È un’uva duttile, il Grillo, che si presta a essere plasmata dal clima, dai suoli, dalla gestione della vigna e dalle pratiche di cantina. Forse sono proprio queste sue caratteristiche, complesse e un po’ sfuggenti, a fare la base del suo crescente successo fino ad averlo fatto diventare il bianco più interessante dell’attuale panorama del vino siciliano.

Tenuta Gorghi Tondi- Mazara del Vallo. Credits Benedetto Tarantino
Tenuta Gorghi Tondi- Mazara del Vallo. Credits Benedetto Tarantino

Tour tra i produttori. Il Grillo della costa occidentale siciliana

Per cercare di comprendere meglio le caratteristiche del vitigno, ci siamo fatti raccontare da produttori ed enologi le loro esperienze in vigna e in cantina. Anche se il Grillo viene coltivato in quasi tutta l’isola, abbiamo scelto di circoscrivere il perimetro all’area storica della Sicilia occidentale. Per mettere meglio a fuoco le diverse interpretazioni e le sue sfaccettature, ci siamo concentrati su alcune zone particolari: la costa occidentale della Sicilia, dove il Grillo è coltivato in prossimità del mare; le saline, con vigne nell’habitat lagunare della Riserva Naturale Orientata Isole dello Stagnone; le colline dell’entroterra e infine la zona intorno ad Agrigento. Abbiamo scelto cantine legate da un profondo rapporto con il territorio e che propongono versioni molto diverse tra di loro.

Protesa nel mare ventoso delle Egadi come la bianca prua di una nave, Marsala è da sempre legata alla storia del Grillo, nato proprio per migliorare il suo celebre vino. I filari, scossi dalle raffiche salmastre dello scirocco o del maestrale, salgono dal blu del mare verso l’entroterra, affondando le radici in sabbie marine e aride terre ricche di calcare.

Azienda vinicola Tasca d'Almerita. Credits Benedetto Tarantino
Azienda vinicola Tasca d’Almerita. Credits Benedetto Tarantino

Marsala: Il Grillo della famiglia de Bartoli

Cominciamo il nostro viaggio alla scoperta del Grillo con Sebastiano de Bartoli, titolare della storica cantina di Marsala, che ha svolto un ruolo fondamentale nella valorizzazione del vitigno. Nel 1990, Marco de Bartoli, che già utilizzava il Grillo in purezza per il Vecchio Samperi e per tutti i Marsala, comincia a produrre un bianco da tavola. Nasceva così il vino Grappoli del Grillo. Ma da quali vigne? “I nostri filari sono coltivati su terreni calcareo-sabbiosi, con impianti ad alberello marsalese o a Guyot, secondo i principi dell’agricoltura biologica: basse rese e lavorazioni esclusivamente manuali”, spiega Sebastiano, figlio di Marco, scomparso nel 2011. “Le vendemmie si svolgono con una rigorosa selezione dei migliori grappoli, un presupposto indispensabile per vinificare in modo naturale e con lieviti indigeni”.

Azienda vinicola de Bartoli- Marsala
Azienda vinicola de Bartoli- Marsala

Varietà espressiva nel rispetto del territorio

Tutto questo, terroir e filosofia di produzione, porta a un vitigno che dà al vino caratteristiche particolari: “In questa zona il Grillo ha un’alta acidità e tipiche note minerali: due caratteristiche sempre presenti, insieme a un buon corpo e a una gradazione alcolica abbastanza elevata. Noi produciamo da sempre vini territoriali, nel pieno rispetto del vitigno e del luogo. Come ha sempre sostenuto mio padre Marco, che ha creduto nel vitigno in tempi non sospetti, il Grillo è la varietà più adatta per la produzione del Marsala, ma è anche molto duttile e versatile. Oltre alla storica etichetta Grappoli del Grillo, nel 2006 abbiamo cominciato a produrre Integer Grillo, un bianco macerato con vinificazione e affinamento in fusti di legno (solo un 10%) e anfore in terracotta da 330 litri e nel 2008 il Metodo Classico Terza Via. Una ricerca di nuove chiavi espressive del vitigno, ma sempre fedeli al territorio”.

Il Grappoli del Grillo 2018 è l’etichetta storica della cantina: è un bianco complesso, sapido ed elegante, con aromi di frutta fragrante, sfumature tropicali, scorza d’agrumi, cenni floreali e di erbe aromatiche. L’Integer Grillo 2018 è un vino dallo spettro aromatico ricco e sfaccettato, con note mature di frutta gialla, scorza di cedro candita, erbe officinali, cenni speziati, ricordi iodati e di pietra focaia.

Marco De Bartoli – Contrada Fornara Samperi, 292, 91025 Marsala (TP)- www.marcodebartoli.com

QUESTO È NULLA…

Nel mensile di gennaio del Gambero Rosso vi raccontiamo l’approccio di molti altri produttori vinicoli. Qualche nome? Francesco Intorcia della Cantina Heritage, Annamaria e Clara Sala della tenuta Gorghi Tondi, Andrea Resco della Cantina Vallo e tanti altri. Trovate anche un approfondimento sui due biotipi di Grillo, i dati sulla diffusione e una lista delle migliori tavole per gustarlo con i piatti tipici siciliani.

Se vi dilettate in cucina, poi, non potete perdere i suggerimenti sugli abbinamenti gastronomici dello chef Emanuele Russo del Ristorante Le Lumie di Marsala. Cosa aspettate?

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store. Abbonamento qui

a cura di Alessandro Turazza

 

Pianta del caffè, raccolta dei chicchi

Spore. Alla scoperta della patologia vegetale

Spore è il titolo del podcast in cinque “puntate” ideato da Agroinnova, Centro di Competenza per l’innovazione in campo agro-ambientale dell’Università di Torino. Spore è anche il titolo del libro di Maria Lodovica Gullino, che il centro di ricerca torinese lo dirige, e in collaborazione con il Teatro Tangram ha sviluppato il progetto nato per celebrare l’Anno Internazionale della Salute delle Piante, programmato nel 2020, ma prorogato al 2021. Un’iniziativa che attraverso lo strumento del podcast si affida all’arte del racconto per destare curiosità e interesse su un ambito decisamente poco conosciuto ed esplorato com’è quello della patologia vegetale. La capacità di trattare il tema in modo affascinante, rivolgendosi a una platea ampia ed eterogeneo, era già propria del testo redatto dalla Gullino, edito nel 2014, che per illustrare l’universo delle malattie delle piante ricorre ad aneddoti e indagini storiche. I podcast di Spore esaltano la dote narrativa del libro, estrapolando dalla trattazione cinque episodi che ben si prestano a ripercorrere sulla linea del tempo le vicende più curiose e i cambiamenti epocali scaturiti dalle malattie delle piante: “Volevamo raccontare alcune storie di malattie delle piante del passato e del presente – spiega Maria Lodovica Gullino – che hanno spesso e più o meno silenziosamente riguardato la nostra vita. Abbiamo quindi scelto le cinque storie a nostro parere più significative e anche curiose, tre del passato e due contemporanee”.

La locandina di Spore

Spore. Il podcast in 5 episodi

Il ricorso ad aneddoti, canzoni e poesie che inframezzano le nozioni storico-scientifiche dovrà fare il resto, invitando a conoscere la disciplina in modo più divertente, grazie al contributo del mondo del teatro (per la regia di Ivana Ferri, con le voci di Bruno Maria Ferraro, Patrizia Pozzi e Celeste Gugliandolo. Ogni venerdì, a partire dal 22 gennaio, sarà disponibile un nuovo episodio. Il merito della serie è anche quello di toccare vicende lontane nel tempo e nello spazio: se la partenza è affidata alla cosiddetta “febbre dei tulipani” – che nell’Olanda del Seicento fu all’origine di un’impennata della richiesta e dell’aumento indiscriminato dei prezzi del fiore simbolo del Paese – nelle settimane seguenti ci si concentrerà su specie “commestibili”.

Peronospera del basilico

Il 29 gennaio, protagonista sarà il basilico genovese, colpito duramente dalla peronospera nei primi anni del Duemila con gravi risvolti per il lavoro delle aziende liguri; e sempre la peronospora sarà l’antagonista della storia ambientata nell’Irlanda di metà Ottocento: quando nel 1845 la malattia colpisce le diffusissime coltivazioni di patate, il Paese cade in una profonda carestia, che determina la crisi socio-economica arginata solo molti decenni più tardi. Nel Sud Est Asiatico, Spore raggiunge l’isola di Ceylon per risalire alle origini della passione degli inglesi per il tè: non molti sanno che fino al 1870, l’ex colonia inglese oggi conosciuta per le coltivazioni di tè era la principale produttrice al mondo di caffè. Fino all’arrivo dell’Hemileia Vastatrix, agente patogeno responsabile della ruggine del caffè. Chiude il cerchio – il prossimo 19 febbraio –  una storia dei giorni nostri, che ancora tormenta l’Italia olivicola. La vicenda è quella della Xylella fastidiosa che ha devastato gli uliveti salentini negli ultimi anni: mai segnalato in Italia fino al 2013, il batterio è tristemente noto da circa 150 anni in America dove causa, su vite e altre specie, la cosiddetta malattia di Pierce.

Il podcast Spore sarà distribuito attraverso il sito dedicato (www.spreaker.com/show/spore) e disponibile anche sul sito del Festival Plant Health 2020 (https://planthealth2020.di.unito.it/), su Spotify e Apple Podcasts.

 

Il calendario

22 gennaio – La febbre dei tulipani

29 gennaio – Il lungo viaggio della peronospora del basilico

5 febbraio – La ruggine del caffè a Ceylon

12 febbraio – La peronospora della patata in Irlanda: un popolo in fuga

19 febbraio – La Xylella distrugge gli olivi in Puglia

Prodotti Natura in Tavola

Natura in Tavola: il primo e-commerce di Copagri Lazio

Ci sono il salame di pecora, il caciocavallo di bufala e il fagiolo cannellino di Atina, ma anche i cantucci con noci e cioccolato e i maccheroni di grano Senatore Cappelli trafilati al bronzo; insieme a loro, un ricco assortimento di squisitezze che, oltre a stuzzicare l’appetito, rendono pienamente omaggio alla biodiversità agricola laziale: si presenta così la vetrina online Natura in Tavola, la piattaforma creata da Copagri Lazio per sostenere i piccoli produttori e restituire linfa vitale alle aziende della regione, fortemente provate dal calo delle vendite dirette indotto dalla pandemia. Un’iniziativa che conferma il trend positivo degli e-commerce dedicati alle eccellenze locali cui abbiamo assistito negli ultimi mesi (ne sono un esempio Pipolà o Tascapane), puntando però su un sistema di consegne più articolato, attivo su tutto il territorio nazionale.

Pasta Senatore Cappelli

Il progetto ambientale di Natura in Tavola

Così come il delivery di Dol (e, ancor prima, Dol Fish, il servizio di consegne a domicilio di pesce stagionale ideato dal ristoratore Vincenzo Mancino), anche Natura in Tavola nasce nell’ambito del progetto (p)Orto Sicuro dell’ARSIAL, l’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio, che in seguito all’emergenza sanitaria ha stanziato dei contribuiti a fondo perduto con l’obiettivo di supportare concretamente le aziende più virtuose del territorio -sottoposte a numerosi controlli per verificare la conformità ai rigidi criteri dettati dall’associazione. I generi alimentari selezionati da Copagri Lazio, infatti, sono prodotti da agricoltori attenti al razionamento dell’acqua e impegnati nella lotta contro lo sfruttamento intensivo del suolo, che hanno scelto la carta o il legno in via esclusiva per il confezionamento dei propri articoli. Inoltre, la consegna delle merci viene affidata a vettori con un impatto minimo sull’ambiente, in modo da ridurre le emissioni nocive per l’atmosfera. Oltre alla sostenibilità ambientale, però, le attività coinvolte hanno a cuore anche l’aspetto etico e la distribuzione intelligente del cibo.

Natura in Tavola- campo grano frosinate

Natura in tavola. L’e-commerce solidale che promuove le specialità laziali

Per ovviare al problema dei prodotti invenduti -di cui le aziende devono garantire la disponibilità immediata ai corrieri, vista la distribuzione su larga scala- Copagri ha individuato una soluzione molto efficace, che accomuna tutta la filiera agroalimentare. “Grazie a numerosi accordi con le cooperative sociali, il Banco Alimentare del Lazio, la Comunità di Sant’Egidio ed altre associazioni, tutti gli articoli non richiesti sono consegnati a persone bisognose e famiglie in difficoltà”, spiega infatti il presidente dell’associazione, Guido Colasanti. Un modo per fare rete e alimentare l’aiuto reciproco, salvando al tempo stesso le eccedenze dallo spreco. Non sorprende, quindi, che il progetto sia stato concepito sin dall’inizio come una forma di cooperazione sociale: “Il nostro obiettivo? Creare una rete tra produttori e famiglie, facendo sì che il cibo diventi comunità; tale assunto assume ancora maggior valore alla luce dell’attuale situazione di difficoltà che stanno vivendo i produttori agricoli, alle prese con le ripercussioni del Coronavirus”, conclude Colasanti.

Pecorino laziale

I prodotti di Natura in Tavola

Sull’e-commerce fa bella mostra di sé un ampio catalogo di golosità suddivise per categoria: formaggi, carni e salumi, olio, conserve, ortaggi, legumi, prodotti da forno e bevande come vini e liquori; tutti prodotti a marchio riconosciuto, che a turno vengono messi in promozione per incoraggiare l’acquisto da parte dei clienti e a breve diventeranno protagonisti di seminari di cucina creativa, in collaborazione con vari Istituti Superiori Alberghieri ed Agrari laziali. Tra i formaggi, ad esempio, spiccano eccellenze come quello fresco al tartufo realizzato nell’Oasi di Canterno, la riserva naturalistica gestita dalla famiglia Salvatori nei pressi dell’omonimo lago, o il pecorino alle pere dell’Azienda Agricola Straccamore di Ferentino. Le farine sono quelle della Società Cooperativa Terre Sane, che coltiva grani antichi con metodi naturali nel frusinate, così come pure la pasta di diversi formati, macinata a pietra e sottoposta a lenta essiccazione. Non mancano conserve di frutta, pane e focacce artigianali e biscotti tipici dei Castelli Romani. E gli ortaggi? Variano in base a ciò che offre il raccolto, senza trascurare il contributo delle specie locali “dimenticate”. Per rieducare il gusto e accrescere la consapevolezza dei consumatori.

Natura in Tavola- www.naturaintavola.org

a cura di Lucia Facchini

 

oliver glowig

In un’Italia operativa a macchia di leopardo, con zone rosse arancioni e gialle che si inseguono generando nuovi divieti e altre confusioni, qualcosa si muove. A passo lento, come è inevitabile, ma si muove. Con una spinta che dalla città porta verso la campagna: lo abbiamo visto con Ben Hirst, che ha abbracciato il ritmo più quieto di Picinisco lasciandosi alle spalle la frenesia capitolina. Lo segue da presso un pezzo da novanta, che dopo un periodo fruttuoso a un passo da Roma, si inoltra ancora più in là, varcando i confini regionali per approdare in Umbria, a una decina di chilometri da Todi. È Oliver Glowig che – conclusasi l’esperienza a Poggio Le Volpi, ultima sua sede dopo la variante pop del Mercato Centrale – si appresta proprio in queste ore a scaldare i motori per la sua nuova avventura che sarà pienamente immersa nel territorio.

Borgo Petroro e il ristorante Locanda Petroja

“Siamo a un passo dalla zona di Montefalco” racconta lo chef. Borgo Petroro si trova in un’area immersa nel verde della campagna umbra, circondato da uliveti di pertinenza. La struttura, appena rinnovata, conta 12 stanze e 2 suite con mini spa interna – “ma partiremo con 3 o 4, poi nelle settimane successive dovremmo essere operativi con le altre” – e il ristorante Locanda Petroja, con 2 sale da 40 posti più una più grande, perfetta per eventi e banchetti, e poi c’è lo spazio esterno che – appena le condizioni lo consentiranno – sarà operativo. Difficile fare una precisione sui tempi, in questo inizio di 2021 soggiogato dall’andamento della pandemia. “Ci siamo dati il primo febbraio come data di apertura, almeno a pranzo, usando questo periodo per il rodaggio”, una prospettiva ipotetica, naturalmente, condizionata dalle norme anti Covid. Nel frattempo di cose da fare ce ne sono: “conoscere meglio queste zone, trovare altri fornitori e produttori di nicchia, e poi mettere a posto la brigata, capire la clientela. Noi” aggiunge “stiamo andando avanti, anche se non è facile in questa situazione”. Intanto i fornelli sono accesi e si comincia a mettere su la linea di cucina.

Agnello piselli. Un piatto di Oliver Glowig
Agnello piselli. Un piatto di Oliver Glowig

Cosa si mangia e quanto si paga nel nuovo ristorante di Oliver Glowig

“Metto tre cose insieme, e cerco di abbinare i prodotti” minimizza, e poi spiega: “non mi piace strafare, non voglio fare una cucina complicata, ma una cucina legata al territorio, voglio interpretare le tradizioni umbre a mio modo, utilizzando prodotti umbri a mio modo”. Ed è proprio per questo che da qualche settimana sta battendo il territorio in cerca delle materie prime più adatte: i legumi, per esempio, lenticchie e cicerchie, e verdure come – in questa stagione – il cavolo nero. E poi il tartufo: “conosco molto bene Urbani, era mio cliente all’Aldrovandi” e le carni: piccione e il maialino di cinta senese di Urbevetus – il Porco Cinturello Orvietano – e non solo. “Non si troverà caviale in carta, ma sarò legato al territorio, così ricco di salumi e formaggi” conferma, e aggiunge: “c’è il caseificio Montecristo vicino a Todi: fa circa 60 tipi di formaggi, dai freschi, alla ricotta, agli erborinati. Useremo anche il suo yogurt per la colazione”. Colazione sia dolce che salata, che porterà la firma di Glowig.

Oliver glowig pollo con i peperoni
Pollo con i peperoni. Un piatto di Oliver Glowig

Menu e degustazione firmato Oliver Glowig

“Non ho ancora neanche fatto un pensiero sul degustazione!” esclama. Per ora, infatti, si concentra sulla carta, da lì poi arriverà il resto. Un’offerta contenuta: 5 antipasti, 5 primi con un risotto e una minestra, e poi i secondi, soprattutto di carne: “per collegarmi alla tradizione umbra. Anche sui prezzi saremo in linea con i ristoranti della zona” continua “tra i 12 e i 14 euro per antipasti e primi, non oltre i 24 per i secondi”.

E i piatti? “Ancora non so” sorride, e intanto ribadisce la filosofia delle “tre cose nel piatto” per elaborare una proposta “più popolare e vicina alle persone”. L’esigenza ora è di consolidare, prima di ogni cosa, la squadra che ai blocchi di partenza si presenterà in formazione contenuta: 4 persone in cucina e 3 in sala, per poi crescere secondo esigenze. In brigata tutti ragazzi che hanno già lavorato con lui, mentre il team addetto al servizio è ancora in via di formazione. A questi sarà delegata – in sinergia con lo stesso Glowig – anche la cantina che, in piena coerenza con il progetto complessivo, non mancherà di attingere a quanto di meglio offre il territorio: “Montefalco, in primis, e poi Todi dove ci sono tante belle cantine” e non solo, “la zona offre molto”. Come offre molto Borgo Petroro: resort di charme, ristorante d’autore, spa en suite e non solo, e poi bar per gli aperitivi. In attesa di riprendere la produzione in proprio dell’olio.

Borgo Petroro – Todi (PG)

a cura di Antonella De Santis

La scorsa settimana, il mercoledì 13 gennaio si è spento a oltre novanta anni di età, Olivio Cavallotto, uno degli ultimi grandi patriarchi del vino di Langa. Un lutto che segue quelli di altri grandi nomi della vitivinicoltura, come Paolo Foradori, Giuseppe Zorzettig, Gianni Piccoli, Luciano Pionache ci hanno lasciato in queste settimane. Quella di Cavallotto è stata una vita attiva, quasi interamente dedicata al vino e più precisamente al Barolo che, partito da un territorio povero dove la fame la faceva da padrone, è diventato uno dei vini più famosi del pianeta. In questo lento e lungo percorso di crescita la capacità e la volontà di Olivio e di altri importanti personaggi della zona – per esempio Beppe Rinaldi –  sono state determinanti.

olivio cavallotto

Olivio Cavallotto e il Barolo

Tra i soci fondatori del Consorzio e dell’Unione produttori vini albesi Albeisa, Olivio ha anche assolto senza mai tirarsi indietro i suoi impegni istituzionali come consigliere comunale di Castiglione Falletto e come vicepresidente della Coldiretti della provincia di Cuneo. Ma l’impegno che gli è stato più a cuore e dal quale non ha mai distolto la sua attenzione è stato di portare avanti la cantina che porta il suo nome e di lasciare ai suoi figli Laura, Giuseppe e Alfio un’azienda sana e perfettamente avviata.

La storia della cantina e quella del Barolo

La storia inizia quasi un secolo fa, nel lontano 1928, ed è strettamente legata alla nascita del vino Barolo che oggi conosciamo e alla nobiltà piemontese che ne seguì il concepimento e ne favorì lo sviluppo. Giacomo, nonno di Olivio e allora fattore all’Agenzia di Pollenzo, che fu il vero e proprio centro economico-finanziario delle tenute agricole reali di casa Savoia, acquistò insieme ai suoi fratelli 15 ettari di terra su un bricco di Castiglione Falletto. Si trattava di un unico enorme appezzamento che ricopriva l’intera collina e che era stato venduto ai Cavallotto dai discendenti di Giuseppe Boschis che, ultimo fattore dei marchesi Falletti, l’aveva ereditato a sua volta direttamente dalla marchesa Juliette Colbert di Maulévrier moglie dell’ultimo marchese di Barolo. Da allora quella è la casa. la tenuta e la sede dell’azienda della famiglia Cavallotto.

caVALLOTTO TENUTA BRICCO BOSCHIS

La nascita della Tenuta Bricco Boschi di Cavallotto

Questa magnifica collinetta non molto alta si erge all’ingresso delle valli che dividono Castiglione Falletto da La Morra a Ovest e da Serralunga d’Alba a Est e rappresenta proprio per la sua posizione strategica una sorta di sentinella per coloro che da Alba viaggiano verso Barolo o verso Monforte d’Alba. Per queste sue caratteristiche di stampo militare il Bricco Boschis si è chiamato in passato Bricco Bastiglia o semplicemente il Bricco. Altre voci più datate riportano anche il nome di Monte della Guardia.

cavallotto bottiglie e bicchiere

L’ingresso in azienda di Olivio e Gildo e il primo Barolo imbottigliato

Subito dopo la seconda guerra mondiale inizia la storia di Olivio e di Gildo. Appena adolescenti i due figli di Giuseppe, aiutati dal padre e dallo zio Marcello che morirà senza eredi, decidono tra i primi in zona di vinificare interamente i frutti delle proprie vigne e di imbottigliare l’intera produzione. Nel 1948 Olivio (18 anni) e Gildo (17 anni) escono per la prima volta con un Barolo a marchio Cavallotto, ben 15 anni prima della nascita delle DOC. Da allora Olivio e Gildo operano in ogni momento per valorizzare il Barolo e per ampliare l’azienda.

cantina cavallotto

Il biologico e l’innovazione, per il Barolo di Gildo e Olivio Cavallotto

Gildo cura le vigne come dei giardini e fa le prime prove di inerbimento, con l’ausilio dell’Istituto di San Michele all’Adige, e inizia a pensare al biologico, mentre in cantina Olivio si mostra un vinificatore attento e meticoloso aperto alla sperimentazione e all’innovazione ma sempre con attenzione alla tradizione. Ad esempio i fratelli Cavallotto sono stati tra i primi ad acquistare un rotomaceratore per dare al Barolo maggior corpo e colore. Anche dal punto di vista dell’immagine, l’azienda è da considerare molto moderna in quanto dalla vendemmia 1965 il Barolo Cavallotto porta in etichetta il nome del cru, ben 45 anni prima delle menzioni geografiche aggiuntive.

Dal 1970 al 1993, oltre alle sottozone i vini riportano anche i nomi delle singole vigne all’interno del Bricco Boschis (Punta Marcello, Colle Sud-Ovest e San Giuseppe). Eppure, fino ai primi anni ’60, l’azienda è anche rimasta molto legata ai metodi di coltivazione degli anziani e fino ad allora la stalla del Bricco Boschis serviva ad ospitare cavalli e buoi con i quali si lavoravano le vigne.

Cavallotto e la terza generazione

Da qualche anno, dopo il passaggio di testimone di Olivio ai suoi figli – Gildo era mancato nel 2013 senza mai essersi sposato e senza figli – l’azienda che conta oggi 25 ettari vitati: 16,3 ettari nel Bricco Boschis di cui possiedono tutta la parte storica e comunque quasi il 95 per cento della superficie totale (17,7 ettari) e il resto nel Vignolo acquistato nel 1989.

Oggi la cantina Cavallotto rimane in eccellenti mani quelle di Laura, Giuseppe e Alfio, che siamo certi sapranno valorizzare al meglio il lavoro iniziato da Olivio e Gildo, che tutti gli appassionati di Barolo non potranno mai ringraziare abbastanza per l’eredità culturale che ci hanno lasciato.

Cavallotto -Tenuta Bricco Boschis – Castiglione Falletto (CN) – Località Bricco Boschis – Via Alba-Monforte – 017362814 – www.cavallotto.com

a cura di Gianni Fabrizio

Sedie sul banco di un ristorante chiuso

Il Dpcm entrato in vigore lo scorso 16 gennaio farà sentire i suoi effetti fino al prossimo 5 marzo, delegando alla cabina di controllo del Ministero della Salute la gestione delle diverse fasce di rischio regionali (giallo, arancione, rosso, più la novità della zona bianca, per ora solo un miraggio). E per Fipe è il momento di tornare all’attacco per ottenere misure più incisive a tutela dei pubblici esercizi, che continuano a essere fortemente penalizzati. Dopo aver stilato un documento che compara la situazione di bar e ristoranti nei diversi Paesi d’Europa, la Federazione (insieme a una delegazione di Fiepet), nella giornata del 18 gennaio, ha avuto un incontro con il Ministro della Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli. Per illustrare, innanzitutto “la situazione drammatica e il profondo stato di crisi in cui versa un settore emblematico dell’economia e dello stile di vita italiano”. E dunque anche il pericolo in cui versano le filiere correlate, come quella dell’agroalimentare e del turismo.

Il dramma del settore della ristorazione

Parliamo, come ha più volte ribadito Fipe, di un settore che comprende 300mila attività, e dà lavoro a oltre 1 milione e 200mila persone (compresi gli stagionali). La perdita di fatturato cumulata nel 2020 ammonta a circa 38 miliardi di euro, con particolari disagi per i grandi centri turistici; e 16900 imprese del settore hanno già cessato l’attività (ma si stima che il conteggio finale potrebbe raggiungere le 60mila unità). In questo quadro, sancisce il documento presentato al ministro, “si rilevano in aumento le manifestazioni di insofferenza e protesta, fino agli episodi di disobbedienza civile con iniziative, perlopiù scomposte, ma nondimeno da considerare avvisaglie di una situazione sempre più esasperata”. Per non parlare del fatto che “la criminalità organizzata sta rapidamente acquisendo spazi e possibilità di operatività a basso costo, indebolendo ulteriormente il settore, ma soprattutto il futuro del Paese”. Di fronte a quello che è considerato alla stregua di “un secondo, lungo lockdown”, dunque, Fipe e Fiepet chiedono al governo di intervenire con decisione e chiarezza, indicando le linee guida per una graduale ripartenza dell’operatività delle imprese, conciliando salute e lavoro. Perché – specificano le associazioni di categoria – gli interventi messi in campo sin qui si sono rivelati insufficienti. Si chiede, innanzitutto, di istituire un tavolo di confronto con le categorie e le istituzioni competenti, “per definire gli eventuali adeguamenti dei Protocolli sanitari già in essere e permettere, anche alla luce della campagna vaccinale in corso, la riapertura delle attività”. Queste le proposte già sul tavolo:

Il ritorno al servizio serale in zona gialla

È del tutto ingiustificato assimilare attività diverse a medesime restrizioni non distinguendo le imprese in base alle caratteristiche strutturali dei locali e alla tipologia di servizio reso. Ed è altresì necessario consentire nelle “aree gialle” il servizio serale nelle sale di somministrazione che permettano un adeguato distanziamento e attraverso l’adozione di modalità gestionali più accorte”.

L’apertura di bar e ristoranti in zona arancione

“È incomprensibile l’impossibilità di operare, almeno nelle ore diurne, ai pubblici esercizi che risiedono nelle “aree arancioni”, gli unici a rimanere chiusi in un contesto economico in cui tutte le attività commerciali restano aperte”. Almeno per i locali di ampia metratura Fipe invoca dunque la ripartenza, prendendo le distanza anche dal provvedimento che limita alle 18 il servizio di asporto per i bar, che non risolve il problema degli assembramenti serali (per chi vuole infrangere le regole è sufficienti acquistare alcol in minimarket e negozi aperti).

I vaccini

Si richiede l’inserimento degli operatori del settore tra le figure professionali a cui dare priorità nella somministrazione dei vaccini

I ristori quinquies

Qui, la richiesta prioritaria punta sul superamento di un criterio di calcolo e assegnazione degli aiuti economici ritenuto ingiusto e penalizzante, che continua a riferirsi alla perdita di fatturato di aprile 2020 rispetto all’aprile 2019. “Si chiede un contributo a fondo perduto adeguato, parametrato su base annua e destinato a chi abbia registrato una perdita di fatturato dell’anno 2020 di almeno il 20% rispetto al 2019, a prescindere dai limiti di fatturato. In questo modo si può porre rimedio anche all’esclusione di almeno 3/4 mila imprese impossibilitate fino a ora a beneficiare dei fondi perduti principalmente per la mancanza del fatturato benchmark del mese di aprile 2019”.

Canoni di locazione

Si chiede di estendere fino al mese di aprile 2021 il credito di imposta per locazioni di immobili ad uso commerciale e affitti di ramo di azienda (rispettivamente al 60% e 30%). E di intercedere per la rinegoziazione dei canoni di locazione e concessione, con incentivi fiscali come una cedolare secca al 10%, per sostenere accordi tra locatori e locatari di riduzione dei canoni per almeno il 30% del valore originariamente pattuito. Si chiede, inoltre, l’esenzione dal pagamento dell’IMU sugli immobili strumentali per il 2021.

Ammortizzatori sociali

Attualmente il blocco dei licenziamenti si protrae fino al prossimo 31 marzo, quando molti lavoratori saranno a rischio. Dunque, è necessario “il prolungamento degli ammortizzatori sociali (FIS/Cassa integrazione in deroga) fino al termine del periodo di crisi ed almeno per ulteriori 18 settimane nel corso del 2021 senza alcun costo aggiuntivo e senza alcuna distinzione dimensionale”. E sono da prevedere forme di decontribuzione per il mantenimento dell’occupazione al termine del periodo di blocco dei licenziamenti.

Fiscalità

A questo capitolo, tra gli interventi più significativi, si richiede di azzerare l’Iva sulla somministrazione durante il periodo di crisi e di prorogare il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione fino al 31 dicembre 2021. Auspicata anche l’esenzione dal pagamento del Canone Unico e della Tari per il 2021.

Julia Child insegna ad arrostire un pollo

Julia Child. Dal cinema alla tv

Era il 2009. Il film Julie & Julia raccontava al mondo la storia di Julia Child, utilizzando l’espediente del confronto generazionale tra la giovane Julie Powell, scrittrice mancata col pallino per la cucina (autrice del libro omonimo Julie & Julia, che ha ispirato la pellicola), e la brillante cuoca e divulgatrice statunitense, che all’inizio degli anni Sessanta insegnò all’America a cucinare francese. Interpretata sul grande schermo da Meryl Streep, l’epopea di Julia Child – scomparsa nel 2004 dopo una lunga e fortunata carriera televisiva, costellata dalla pubblicazione di diversi libri di cucina – conquistava così il grande pubblico, grazie a un film diventato rapidamente blockbuster, che valse alla Streep una nomination all’Oscar e un Golden Globe come miglior attrice in una commedia, nel 2010. A distanza di più di dieci anni, le vicende della Child, buffa ed empatica, si apprestano a tornare sullo schermo, stavolta in formato miniserie tv.

Meryl Streep come Julia Child

La vita di Julia Child

Prodotta da Lionsgate e 3 Arts per la piattaforma streaming statunitense HBO Max, la serie si intitolerà semplicemente Julia, e punterà a raccontare la vera storia della Child, incentrando la narrazione sul periodo di registrazione del programma The French Chef (basato sul ricettario Mastering the Art of French cooking), che nel 1963 le diede la notorietà e si protrasse per dieci anni, fino al ’73, diventando uno dei primi e più apprezzati cooking show nella storia della televisione americana. Negli Stati Uniti, gli episodi originali del fortunato show sono oggi disponibili in streaming grazie a un progetto avviato nel 2020. Ma l’interesse intorno alla figura di Julia Child, carismatica com’era, sembra non essere destinato a esaurirsi. Creata da Daniel Goldfarb e diretta da Charles McDougall, la serie tv si articolerà in otto episodi; a interpretare la protagonista sarà Sarah Lancashire, affiancata da David Hyde Pierce nel ruolo che sul grande schermo fu di Stanley Tucci (nei panni del caro marito di Julia, Paul Child). Nel cast si segnala anche la presenza di Isabella Rossellini, ma sono ancora pochi i dettagli sulle rispettive interpretazioni.

Julia e Paul Child in cucina

Julia Child: gli obiettivi della serie

La serie, anticipa HBO, si concentrerà sulle vicende familiari della Child, e sulla storia del suo matrimonio felice, che la portò a vivere a Parigi subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e fu premessa dei successi gastronomici dell’autrice; ma tutto contribuirà a rendere evidente come Julia Child fu in grado di trasformare il modo di comunicare il cibo, nell’America del boom economico. Dunque la serie sarà anche occasione per ricostruire le vicende della tv americana ai suoi albori e la gestione della celebrità da parte di una donna diventata da un giorno all’altro simbolo delle battaglie per l’emancipazione femminile che si agitavano sullo sfondo. La veridicità dello sceneggiato è garantita dalla presenza nel team di produzione di Todd Schulkin, in qualità di referente per la Julia Child Foundation for Gastronomy and the Culinary Arts, che preserva la memoria della scrittrice e ne conserva l’archivio. Rallentate dalla pandemia, le riprese della serie riprenderanno e si concluderanno a Boston la prossima primavera (ma la puntata pilota è già stata approvata da HBO).

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