C’è un’Italia del vino che continua a inseguire il passato e un Lazio che, timidamente ma con crescente consapevolezza, prova finalmente a immaginare il futuro. È quanto si è percepito chiaramente a Velletri, nella sede dell’azienda sperimentale Arsial-Crea, durante il convegno “Il Lazio del vino che verrà – Ricerca, territorio, innovazione”, tenutosi lo scorso 10 ottobre.
Un appuntamento che, più che celebrare l’ennesimo slogan sulla “sostenibilità”, ha acceso un dibattito acceso e, per certi versi, necessario: quale deve essere l’identità vitivinicola del Lazio del prossimo futuro?

Anche nel Lazio, naturalmente, vi è ancora chi continua a sostenere un modello produttivo ormai obsoleto, fondato sulla diffusione di vitigni internazionali introdotti con l’obiettivo di “inseguire il mercato”. Un mercato che, tuttavia, nel frattempo ha profondamente mutato orientamenti e sensibilità.
Il merlot del Lazio o la syrah dei Castelli sono simboli di un tempo in cui bastava un nome francese in etichetta per conquistare i buyer del Nord. Oggi, invece, il consumatore cerca autenticità, origine, racconto territoriale. Eppure, una parte della comunità enologica laziale sembra ancora prigioniera di un’idea di modernità sfumatamente retrò: quella dell’omologazione.
Dall’altra parte, però, si fa strada una visione nuova — più articolata e decisamente più coraggiosa — che mette la ricerca scientifica al servizio dell’identità territoriale. È quella promossa da Arsial, che negli ultimi anni ha ricostruito, con pazienza e metodo, un vero laboratorio a cielo aperto: il vigneto sperimentale di Velletri.
In questo contesto, diciannove progetti di ricerca e più di cinquanta varietà di vite oggetto di studio testimoniano un diverso paradigma di sviluppo: una viticoltura orientata all’innovazione senza rinunciare alla propria identità territoriale e genetica.

Durante la masterclass di degustazione, tra dati e discussioni, è arrivato anche il momento più rivelatore: il bicchiere. Nel calice, vitigni considerati per decenni “residuali” hanno mostrato carattere, energia, potenziale. Uva giulia, reale bianca, pampanaro: nomi che suonano arcaici, ma che al naso e al palato rivelano una contemporaneità sorprendente. Sono vini che non cercano di piacere a tutti, ma di raccontare con onestà il suolo vulcanico, le altitudini appenniniche, la storia agricola di comunità che resistono alla semplificazione del gusto globale.
«Abbiamo passato trent’anni a inseguire Bordeaux – commentava un produttore durante il dibattito – forse è ora di tornare a casa».
Ecco il punto: il Lazio non ha bisogno di un altro Merlot. Ha bisogno di credere nelle proprie differenze.

Il lavoro scientifico condotto da Arsial, con la collaborazione del Crea, e in parte anche di Università degli Studi di Roma Tor Vergata e Università della Tuscia, è una delle esperienze più avanzate oggi in Italia. Questo laboratorio nasce in realtà già nel 1891 per volontà di Menotti Garibaldi, figlio di Giuseppe, ma con il nome di Regia Cantina Sperimentale di Velletri, il quale promosse la nascita della struttura come parte della più ampia politica statale per l’avanzamento della viticoltura e l’affronto delle emergenze fitosanitarie, in particolare la fillossera in Italia. Non è un caso infatti se due delle prime quattro Doc italiane — Frascati e Est! Est!! Est!!! di Montefiascone — nacquero proprio nel Lazio.
Oggi, la regione sembra tornare al ruolo che già le appartenne, quello di centro di eccellenza e sperimentazione enologica, come conferma la sua precoce capacità di valorizzare il territorio. E non si tratta affatto di archeologia viticola, ma di ricerca applicata: incroci tra vitigni autoctoni e resistenti, prove di portinnesti tolleranti agli stress idrici, uso di biostimolanti naturali come farina di basalto e caolino, studio della dealcolazione dei vini a basso tenore alcolico.
Non nostalgia di un passato che fu, dunque, ma innovazione territoriale: quella che difende la biodiversità genetica non per estetica, ma come strumento di adattamento climatico e di sostenibilità economica.
Che il dibattito all’interno del convegno sia stato acceso è segno di grande vitalità del sistema vitivinicolo regionale. Da un lato, gli enologi di orientamento più “internazionalista” hanno invitato alla prudenza, temendo che un ritorno ai vitigni autoctoni possa tradursi in un isolamento del Lazio rispetto ai mercati globali.
Dall’altro, molti sostengono che senza identità territoriale non possa esistere alcun mercato solido, e che la sfida climatica imponga ormai un profondo ripensamento delle scelte varietali e dei modelli colturali.
Nel mezzo, una nuova generazione di produttori osserva, ascolta e sperimenta: orientata verso vini più leggeri, riconoscibili, radicati in un terroir che non sente più il bisogno di giustificarsi.

Forse la domanda non è più “che vino vuole il mercato?”, ma “che vino può raccontare il Lazio?”. In un’epoca in cui la parola autenticità è diventata marketing, la vera rivoluzione — quella scientifica e culturale — si gioca, crediamo, proprio nei vigneti sperimentali di Velletri, tra droni, microvinificazioni e barbatelle sane di Malvasia del Lazio. Qui, ricerca significa futuro. Non un futuro ipotetico, ma un presente che cresce filare dopo filare, grazie a un lavoro paziente, pubblico, collettivo.
A Velletri, Arsial, quindi, non ha solo organizzato un convegno: ha messo in scena un piccolo atto politico. Ha ricordato a tutti che il vino non è solo agricoltura, ma linguaggio, identità, geografia culturale. E se il dibattito è stato acceso, tanto meglio: vuol dire che il Lazio del vino è finalmente vivo.
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