La storia politica ed economica dellโItalia greca cambia drasticamente dopo la II Guerra Punica con la โromanizzazioneโ della Magna Grecia, senza conseguenze importanti per la produzione del vino di quei territori. Vitigni e luoghi dei vigneti rimasero infatti tali per tutto il Medioevo e diventeranno lโossatura della viticoltura meridionale, almeno fino allโarrivo della fillossera.
Molti vitigni originari quali il Murgentino, lโEugenia, le Aminee portati dai greci vennero diffusi in Campania e Lazio, fino in Etruria, come ricorda Plinio. Anche alcune pratiche di vinificazione per la produzione dei vini dolci si sono perpetuate attraverso i secoli fino ad oggi. In alcune isole del Mediterraneo quali Santorini, Samos, Pantelleria, lโuva fatta appassire al sole per circa tre settimane viene quindi messa a macerare nel vino, prodotto circa un mese prima, in modo che possa dare al vino aroma e zucchero, favorendone la stabilizzazione, secondo i canoni descritti da Esiodo riportati da Plinio e Columella.
Magone, georgico cartaginese, propone una tecnica analoga ma adattata ai climi caldi dellโAfrica settentrionale, peraltro molto simili a quelli di Pantelleria. La sua ricetta prevedeva la raccolta dellโuva molto matura, la selezione dei migliori grappoli, lโessiccazione al sole ma sotto una copertura di canne per evitare lโeccessiva radiazione e lโumiditร della rugiada notturna. Lโuva passa veniva poi messa nel mosto fresco e quindi pigiata assieme. Lโoperazione veniva ripetuta e quindi le due parti venivano fatte fermentare per 20-30 giorni.

Nella tradizione greca giunta fino ai nostri giorni, la preparazione dei vini dolci sottostava ad alcune regole: mentre non vi era distinzione tra le uve bianche e nere usate separatamente (Athiri, Assyrtico) o mescolate con Mavro Tragano o Mandilaria per la preparazione dei vini di Santorini, diverso era lโuso in base alla aromaticitร delle uve. Di norma le uve aromatiche come il Moscato di Samos o la Malvasia dellโArcipelago, non erano mai mescolate alle uve di sapore neutro.
Esiodo cita un vino prodotto a Siracusa con uve Moscato e Calabrese, che nellโantichitร era considerato un Moscato rosso dal sapore della viola e Vernaccia nera aggiunta nella proporzione di un terzo. Questo vino prodotto ancora oggi con la sola uva di Moscato bianco, nellโ800 venne associato al mitico vino Pollio (da Polli argivo, tiranno di Siracusa). Il calabrese Greco di Bianco รจ prodotto con uve fatte appassire al sole con le tecniche di 2.500 anni fa, secondo la ricetta di Esiodo e del vino di Taso, trasmessa dalle Geoponiche.
Il Protropos era un vino ottenuto dal mosto messo a fermentare in contenitori di ceramica e lasciato al sole per 40 giorni allโinizio della canicola (il periodo piรน caldo dellโanno). Si otteneva cosรฌ una accelerazione dellโinvecchiamento e una sorta di pastorizzazione del vino che ne prolungava lโutilizzo. Questa tecnica รจ usata ancora oggi per produrre i vini โranciโ di Banyuls e Maury nel Roussillon. Anche in Francia e in Svizzera la attuale sopravvivenza della produzione di alcuni vini dolci che risalgono al periodo della conquista romana, non รจ solo il risultato della coltivazione di varietร importate dallโItalia, ma soprattutto dallโesistenza di particolari condizioni climatiche.

appassimento-uve-foto-di-Evangelina_Z-by-Pixabay
Nella zona di Gaillac, per la presenza di un particolare regime dei venti, il cosiddetto โmarinoโ, un vento dโautunno caldo che fa asciugare lโuva e nel Vallese, per il Foehn, un vento del sud, asciutto, che favorisce lโappassimento in pianta dellโuva dellโAmigne, ricordo dellโoccupazione romana, che richiama semanticamente le Aminee dellโArvine dallโassonanza con lโElvola citata da Varrone e Plinio e della Rรจze, la Raetica romana.
Ma vi รจ anche il lato negativo della medaglia. Vinsanto e Malvasia sono accumunati da strategie produttive e di comunicazione che da circa mille anni li hanno trasformati in un generico vino dolce. Il fenomeno ha radici lontane, nella politica commerciale di Venezia e rappresenta un esempio ante litteram di globalizzazione del mercato del vino dolce, dove il nome del luogo di produzione, Santorini, diventa un termine generico per indicare un vino dalle particolare caratteristiche sensoriali, facilmente riconoscibile dal consumatore, ma senza piรน un richiamo al luogo dโorigine.

Sardegna – Malvasia di Bosa-foto credits Azienda Silattari
Molti vini dolci prodotti in molte zone viticole del mondo rischiano oggi di essere banalizzati dalle loro facili identitร sensoriali e di far parte di un gusto internazionale che si accontenta di alcuni descrittori che sono legati piรน alla tecnica di appassimento e dal vitigno che non al luogo di produzione. Per proteggere la fragile identitร dei vini dolci ottenuti da uve appassite, che rappresentano lโunica vera ereditร della viticoltura primigenia, รจ quindi necessario valorizzare i vitigni antichi, ritornare alle peculiaritร della tradizione enologica e soprattutto mantenere saldi i rapporti che questi vini devono avere con i luoghi e le popolazioni che li hanno inventati.
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