L'intervento

La scoperta della "ruralitudine": un nuovo ruolo per l'agricoltura nel salto tecnologico verso il futuro

Ecco come l'agricoltura puรฒ umanizzare il salto tecnologico verso il futuro, a partire dalla "ruralitudine" del Mediterraneo: occorre ritrovare "un senso"

  • 31 Ottobre, 2025
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Il Mediterraneo diventรฒ un mare globale dallโ€™apertura del canale di Suez. Quellโ€™evento coincise con lโ€™unificazione dellโ€™Italia. Essa era stato centro passivo del mondo mediterraneo (antico, medievale e moderno), dove si erano scontrati gli imperi e poi le grandi nazioni. E divenne soggetto attivo nelle vicende europee e snodo di un sistema geopolitico tra lโ€™Atlantico e lโ€™Oceano indiano. Trovarsi in tale collocazione, comporta che tutti i paesi mediterranei devono in qualche modo rapportarsi con lโ€™Italia sia quando si ragiona sulle possibilitร  di sviluppo, sia quando bisogna fronteggiare i conflitti e le emergenze umanitarie. In questo percorso l’agricoltura ha un ruolo fondamentale.

Per un mediterraneismo italiano

Per il nostro paese, questa considerazione comporta la consapevolezza di dover svolgere la funzione dinamica di centralitร  comprimaria del Mediterraneo. Naturalmente senza alcuna pretesa di egemonia culturale, linguistica o economica ma con grande umiltร  e con una marcata disponibilitร  al dialogo.
Si tratta di collaborare con ciascuno Stato della regione con la coscienza che ogni cultura nazionale ha il suo modo precipuo di guardare al Mediterraneo. Occorre creare un “nostro mediterraneismo” che deve confrontarsi con quello degli altri paesi, partendo dalle nostre specificitร .
La nostra โ€œcultura del Mediterraneoโ€ dovrebbe poggiare su tre pilastri:

a) la consapevolezza che il nostro paese affonda le sue radici in mondi rurali molteplici di origine millenaria;

b) la coscienza che tale ereditร  รจ un bene pubblico vitale per guardare al futuro;

c) la convinzione che tale bene pubblico serva come lievito per umanizzare lโ€™attuale salto tecnologico.

I mondi contadini millenari e la โ€œruralitudineโ€ italiana

Condizioni di estrema miseria caratterizzavano i mondi rurali del passato. Ma erano accettate dalle popolazioni con โ€œdignitร โ€. E tale accettazione costituiva una filosofia di vita, come afferma Friedrich George Friedmann. Una filosofia riconducibile ai pensatori presocratici e, in particolare, a Parmenide, vissuto nella cittร  magnogreca di Elea e considerato da Karl Popper il fondatore della tradizione della riflessione critica. Si trattava di culture associate a pratiche comunitarie di diverso tipo: dai riti di ospitalitร  nei confronti soprattutto dei piรน indigenti alle veglie serali dedicate a quella che oggi chiamiamo โ€œintergenerazionalitร โ€; dallo scambio di mano dโ€™opera tra le famiglie nei momenti di punta dei lavori aziendali allโ€™idea di vicinato coi suoi riti di reciprocitร ; dagli usi civici delle popolazioni sui terreni di proprietร  collettiva alle associazioni locali, diffuse soprattutto nel Sud, come chiese ricettizie, confraternite, monti frumentari, monti di pietร , fino alle societร  di mutuo soccorso.
Erano forme concrete di relazionalitร  con cui gli individui si aiutavano vicendevolmente. Una sorta di โ€œruralitudineโ€, rimasta inconsciamente nei nostri caratteri di fondo.
Se oggi siamo quelli che siamo, lo si deve ad alcuni semi che abbiamo ereditato: senso della libertร  individuale che si concilia con lo spirito comunitario; intangibilitร  della dignitร  umana che si integra con lo spirito di fraternitร . Semi rafforzati e stabilizzati, sul piano teologico e filosofico, dalla cultura giudaico-cristiana e dal suo incontro con il mondo greco-romano. E, in piรน, ci caratterizza quellโ€™atteggiamento dubbioso ed esigente che ci proietta sempre verso nuove mete e quel vitalismo che si unisce al senso della misura, al rispetto, allโ€™attenzione a non violare lโ€™ร perion, ossia lโ€™illimitato.

La campagna nasce dalla cittร 

I mondi rurali da cui proveniamo sono tipici del Mediterraneo. Un mare che unisce. Un luogo sincronico che esalta la distinzione contro la tragica opposizione. E la capacitร  di integrare tradizioni culturali diverse e anche contrapposte. Non erano tanto le produzioni agricole a condizionare quei mondi. Ma lโ€™agricoltura in quanto tale. Questa, intesa come produzione di cibo, รจ frutto di unโ€™evoluzione molto graduale. Per migliaia di anni raccolta di frutti spontanei e coltivazione di specie addomesticate sono coesistite. E nel tempo la prima รจ diminuita nella misura in cui รจ cresciuta lโ€™importanza dellโ€™altra.

Lโ€™agricoltura non viene inventata per produrre cibo. Nasce come attivitร  dellโ€™uomo per adattare la terra e le acque a forme piรน civili di convivenza umana. Accanto alle comunitร  nomadi, sorgono le comunitร  stanziali. E con lโ€™agricoltura nascono le religioni, la filosofia, la scienza, la scrittura, i numeri e le prime forme di statualitร .

Nel Mediterraneo non sono le cittร  a nascere dalla campagna: รจ la campagna a nascere dalle cittร . Una campagna che รจ appena sufficiente (o addirittura del tutto insufficiente) ad alimentarle. Ma un territorio reso stabile, bonificato, curato mediante lโ€™opera costante dellโ€™uomo, รจ un elemento di sicurezza delle cittร . I contadini mediterranei hanno sempre voluto vivere negli agglomerati urbani (le cittร  contadine) โ€“ i luoghi degli scambi โ€“ dove poter svolgere attivitร  molteplici e avere rapporti continuativi e fecondi con altre cittร .

Se si legge attentamente il poema di Esiodo Le Opere e i Giorni, scritto tremila anni fa, si puรฒ notare che lโ€™attivitร  agricola รจ considerata come un servizio, un rito religioso. Nellโ€™attivitร  agricola cโ€™รจ un asservimento ai tempi dettati dal clima, alla resistenza del terreno, alle norme per preservare la fertilitร  del suolo.
Anche nella Bibbia, โ€œcoltivareโ€ si dice โ€œabadโ€ che letteralmente significa โ€œservireโ€. Adamo ha ricevuto in dono il giardino con la finalitร  di servirlo. โ€œAbadโ€ indica il servizio alla terra e viene tradotto anche con il verbo โ€œlavorareโ€.

La โ€œruralitudineโ€ come bene pubblico

Lโ€™Italia, dunque, รจ sempre stata un arcipelago di culture di cui la terra รจ lโ€™elemento essenziale. โ€œHumilemque videmus Italiamโ€ esclama, sollevato, Enea quando giunge nelle acque calme del mar Tirreno. Questa frase dellโ€™Eneide non va tradotta โ€œvediamo lโ€™umile Italiaโ€. Lโ€™umiltร  dellโ€™Italia รจ semplicemente un richiamo alla โ€œterraโ€, allโ€™humus, a quello splendido avverbio humi che sta a indicare lโ€™atteggiamento di chi poggia โ€œa terraโ€ lโ€™orecchio quasi a cogliere il pulsare profondo del sottosuolo dove oscuramente germina la vita.

Lโ€™umiltร  delle nostre origini non รจ servile, ma dignitosa, indica culture che sono state alla base delle grandi svolte tecnologiche che hanno liberato i contadini dalla fatica e dalla fame e fatto progredire la societร . Le metropoli planetarie del nostro paese sono cresciute con lโ€™apporto determinante di gruppi umani provenienti, a piรน riprese, dalle regioni centro-meridionali.

Italiani, popolo di contadini

Per questo, gli italiani si possono considerare un โ€œpopolo di contadiniโ€. Quelli, infatti, che migravano dalle campagne nelle cittร  industriali non entravano in un limbo tra una cultura che si lasciavano alle spalle e unโ€™altra che non li accoglieva. Come scriveva Franco Ferrarotti, le culture contadine hanno fornito โ€œquella base dโ€™identitร  e quella sorta di ammortizzatore segreto delle crisi sociali, che in altri contesti hanno dato luogo a fenomeni di sradicamento e di alienazioneโ€.

Negli anni Settanta del secolo scorso, viene ripresa unโ€™intuizione di Rocco Scotellaro. Si cominciรฒ, infatti, a considerare la โ€œruralitudineโ€, ereditata dai mondi contadini tradizionali, una risorsa per lo sviluppo, un bene pubblico. Da una parte, emergeva il fenomeno dei giovani che occupavano le terre pubbliche e il loro incrociarsi con il movimento basagliano per la chiusura dei manicomi. Da quella fusione nacquero le esperienze pioneristiche di agricoltura sociale. Dallโ€™altra, sorgevano le agricolture di qualitร  e le prime reti degli artigiani del cibo, promosse e studiate dallโ€™INSOR di Corrado Barberis. Questi due fenomeni sono andati per conto proprio, in modo parallelo, per decenni. E hanno raggiunto una loro consistenza negli ultimi ventโ€™anni.

L’agricoltura sociale

Nel frattempo, il quadro si รจ arricchito di ulteriori esperienze di agricolture civiche o civili, soprattutto nelle aree urbane. รˆ del 2005 il Parere del CESE sullโ€™agricoltura periurbana e del 2006 il primo studio della FAO sulla silvicultura e il verde nelle aree urbane e periurbane dellโ€™Asia occidentale e centrale. Nel 2005 nasce la Rete Fattorie Sociali. รˆ del 2012 il Parere del CESE sullโ€™agricoltura sociale. E nel 2015 viene approvata la legge italiana sullโ€™agricoltura sociale.

Alla radice di queste tendenze cโ€™erano una sensibilitร  ecologica e una ricerca di senso espresse da laureati e diplomati di provenienza urbana o di estrazione contadina. Essi guardavano allโ€™agricoltura non piรน con gli occhi dei padri e dei nonni, scappati via dalla miseria o rimasti in campagna per condurre lโ€™azienda di famiglia. Erano, invece, incuriositi e affascinati dalle nuove opportunitร  che, in un contesto di relativo benessere, il settore presentava in termini di diversificazione della qualitร  dei prodotti e di offerta di nuovi servizi per la societร .

Come abbiamo visto, fin dalle origini lโ€™agricoltura ha prodotto beni pubblici che oggi definiamo โ€œservizi sociali e ambientali per le comunitร โ€. Con le due guerre mondiali, ha preso spessore un ulteriore bene pubblico: la sicurezza alimentare (food security). Pertanto, le politiche agricole del Novecento sono state modellate per soddisfare questa crescente esigenza delle nostre societร .

Agricoltura, industria e grande distribuzione

Per produrre cibo sufficiente e di qualitร , lโ€™agricoltura si รจ dovuta collocare in un insieme di relazioni molto intense con lโ€™industria e con la grande distribuzione. E in tale insieme, raffigurato nellโ€™immagine โ€œfarm to forkโ€, lโ€™anello debole รจ rimasto il settore primario.
Nellโ€™immaginario collettivo, il cibo sโ€™identifica con โ€œMasterChefโ€, il format televisivo di pietanze culinarie che evocano lโ€™abbondanza. E, dove cโ€™รจ cibo in abbondanza, il mangiare รจ diventato, paradossalmente, qualcosa di molto simile a unโ€™ossessione. Sicchรฉ, nuovi miti e riti sostituiscono quelli di un tempo senza che tali metamorfosi siano vissute consapevolmente.

Non vi รจ dubbio che tali trasformazioni hanno indotto nellโ€™agricoltura una sua peculiare crisi di senso. Una crisi destinata ad accentuarsi: lo sviluppo tecnologico impetuoso prefigura, infatti, un futuro in cui la produzione di cibo dipenderร  sempre meno dalla terra. Fare le barricate non solo รจ inutile ma sarebbe anche paradossale se si guarda alla storia millenaria delle campagne e alle origini dellโ€™agricoltura.

Ascoltare le paure degli agricoltori

Le paure degli agricoltori vanno prese sul serio perchรฉ siamo appena agli inizi di una profonda trasformazione. Ma occorre trasparenza e onestร  intellettuale nellโ€™interpretare bene il processo che si รจ aperto. Se lo si osserva attentamente, esso non comporterร  un ridimensionamento dellโ€™agricoltura. Si prospetta, invece, un rimescolamento delle sue funzioni e della rilevanza che ognuna di queste avrร  in futuro. Rimescolamento di agricolture diverse da governare con intelligenza. Contestualmente alla produzione di cibo, che rimane una sua funzione ineliminabile, lโ€™agricoltura, nelle sue diverse declinazioni, dovrร , infatti, continuare a svolgere, in forme da inventare, ruoli che da millenni interpreta senza alcun concreto riconoscimento sociale. Lo dovrร  fare in misura sempre piรน rilevante perchรฉ crescerร  nella societร  una domanda di senso indotta dal salto tecnologico che stiamo vivendo. E, a fronte di tale domanda, le imprese agricole e le diverse agricolture dovranno sempre piรน attrezzarsi per generare โ€œruralitudineโ€, un bene pubblico con cui la societร  potrร  adattarsi meglio al clima, alla demografia, ai processi migratori e alla rivoluzione tecnologica.

Agricoltura: lievito per umanizzare il salto tecnologico

Lโ€™avvento dellโ€™intelligenza artificiale segna un salto epocale nel rapporto tra lโ€™umanitร  con la tecnologia. Si tratta di un traguardo denso di opportunitร  a cui mirare con gratitudine e speranza. Lโ€™utilizzo di questa tecnologia puรฒ introdurre importanti innovazioni nellโ€™agricoltura, nellโ€™istruzione, nella cultura, nel campo medico. Puรฒ generare un miglioramento del livello di vita delle popolazioni. Con le applicazioni dellโ€™intelligenza artificiale le organizzazioni potranno essere aiutate a identificare le persone che si trovano in stato di necessitร  e a contrastare i casi di discriminazione e di emarginazione.

Occorre riflettere sul salto tecnologico da piรน prospettive. Una maggiore autonomia comporta una responsabilitร  piรน grande per ogni persona nei vari aspetti della vita comune. Inoltre, la qualitร  delle relazioni umane ne uscirร  modificata in modo rilevante. E cresceranno i conflitti tra culture diverse. Soprattutto, ci sarร  lโ€™esigenza di valorizzare tutto ciรฒ che รจ umano al di lร  delle macchine.

Per questo la societร , man mano che prenderร  coscienza dei suddetti problemi, dovrร  guardare alle agricolture come ad un giacimento prezioso di saggezza a cui attingere. Eredi di un millenario umanesimo rurale, gli agricoltori sono chiamati a compiere una grande opera di valorizzazione della โ€œruralitudineโ€. E cosรฌ contribuire a quel necessario processo di umanizzazione del salto tecnologico che molti invocano.

Per concorrere ad alimentare un pensiero capace di accompagnare il cambiamento, la โ€œruralitudineโ€ dovrebbe diventare materia di ricerca non solo agronomica ed economico-agraria, ma anche storica, filosofica, sociologica, etno-antropologica e psicologica. Occorrerebbe, dunque, farla entrare a pieno titolo, con il suo carattere interdisciplinare, nei programmi degli ecosistemi di innovazione.

La โ€œruralitudineโ€ dovrebbe, inoltre, trasformarsi in unโ€™offerta di servizi per tutti, dallโ€™infanzia agli anziani, dalle comunitร  rurali alle comunitร  urbane. Unโ€™offerta da promuovere con azioni che dovrebbero entrare a pieno titolo nelle strategie delle reti di imprese e componenti della societร  civile.

Mercati locali e mercati globali

Occorre, pertanto, eliminare una sorta di contrapposizione tra agricolture diverse: una tecnologica che guarda ai mercati globali e unโ€™altra tesa a specializzarsi nellโ€™offerta di servizi e proiettata esclusivamente ai mercati locali. Per facilitare un avvicinamento tra modelli agricoli distinti, bisognerebbe che lโ€™insieme delle agricolture adottino un diverso sguardo etico sullโ€™economia.

Si tratta di acquisire il paradigma dellโ€™economia civile e di adattarlo alle specificitร  agricole. รˆ una tradizione fondata nel Settecento illuminista da un filosofo ed economista napoletano, Antonio Genovesi, che non distingueva, nรฉ tantomeno separava lโ€™economia dalla societร . E questa concezione รจ legata a filo doppio con le millenarie culture agricole del Mediterraneo.

Lโ€™economia civile ha molti elementi in comune con lโ€™economia mainstream e, come questโ€™ultima, ha una molteplicitร  di declinazioni. Lโ€™idea di fondo che lega le diverse espressioni dellโ€™economia civile รจ che la coesione sociale รจ la premessa dello sviluppo e non il suo esito.
Insomma, ci vuole una visione unificante che investa sia la sfera della conoscenza, sia lโ€™azione collettiva. Una visione e una proposta che portino ad una modifica profonda del modello di intervento pubblico in agricoltura, nellโ€™Ue e negli stati membri. E ad un dialogo fattivo, su basi culturali e politiche solide, con gli altri paesi del Mediterraneo.

Il testo รจ tratto dall’intervento di Alfonso Pascale – formatore, studioso e storico dell’agricoltura – al Convegno โ€œConnessioni cittร  โ€“ campagne e pianificazione del territorio nella regione mediterraneaโ€ organizzato da Cerealia, Insor, FIDAF e Confagricoltura tenutosi a Roma il 28 ottobre 2025

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