“La vie en rose” non è solo una canzone: è uno sguardo, un modo di vedere (e vivere) il mondo. In Francia, patria dei vini rosé, la parola “rose” indica sia il fiore che il colore. Ma fino a un paio di secoli fa rosa si diceva incarnat: il tono della salute, delle guance che si accendono di emozione. Il rosa, allora, più che un colore è un sentimento. Eppure, per anni abbiamo sentito: “Io bevo solo bianco”, “io bevo solo rosso”. E il rosato? Una via di mezzo, né carne né pesce. Anzi, peggio: un rosso che non ce l’ha fatta. Invece no. Un produttore lo sa: fare un rosato è una questione di equilibrio e macerazioni sul filo del tempo, altro che vino a metà. Infatti oggi i numeri si moltiplicano invece di dividersi (secondo il “Rapporto dell’Osservatorio Mondiale del Rosé 2025” su dati 2023, il consumo mondiale di rosati ha raggiunto 18,5 milioni di ettolitri nel 2023, pari al 10% del consumo globale di vino).

Anche in Calabria il fermento pink è difficile da ignorare. La regione ha storicamente un’anima a bacca nera: circa tre quarti delle superfici vitate sono a frutto scuro. Di recente si registra un aumento degli impianti a bacca bianca, ma il cuore continua a battere al ritmo delle uve rosse. In campo, una squadra di fuoriclasse, ognuno con un carattere definito: l’eleganza del gaglioppo e del nerello, la vigoria del magliocco canino e del nocera, l’impenetrabilità del magliocco dolce, l’avvolgenza del greco nero. Personalità diverse, ma tutte capaci di raccontare il temperamento autentico di una terra.
La crescita “en rose” è evidente ma, come sempre accade nei momenti di fermento, serve attenzione perché lo sviluppo in quantità vada di pari passo con una ricerca coerente di stile e identità che rischia di perdersi quando si pianifica come piacere a tutti. Lo sappiamo: le mode vanno e il vino resta e con lui un po’ di amaro in bocca quando ti accorgi che tanta ristorazione continua a mettere in carta roba da piccolo chimico. Magari ne sono consapevoli e la risposta è: “Me lo chiedono tutti”. E così, ogni volta, un produttore che lavora nel segno dell’artigianalità muore. Perché decidere a tavolino un rosa Barbie o un cerasuolo fluo? Perché non lasciare all’uva l’ardua sentenza?
Mademoiselle Coco lo diceva: la moda passa, lo stile resta. Perciò ciascun vitigno merita una forma che lo rispetti e lo esprima. Il colore è già un termometro capace di raccontare prima ancora di assaggiare. Perché se ordini un rosato di Cirò e nel calice arriva un “fragolone” fucsia fluorescente, qualcosa non quadra. Scoprire un vino è un po’ come conoscere una persona: si parte dallo sguardo. Un esempio: un rosato da gaglioppo – uva nera simbolo del territorio cirotano – non potrà mai avere una carica cromatica esuberante, non è nel suo Dna. Il gaglioppo è “il nebbiolo del Sud” proprio perché dà vini scarichi: nei rossi, la mano dietro il calice continuerà a vedersi; nei rosati, i toni magari non saranno provenzali, ma comunque tenui.
Sergio Arcuri, unico produttore Triple A in Calabria, lo dice sempre: “I nostri rosati hanno i colori del cielo di Cirò all’alba e al tramonto” (nb: siamo sullo Ionio, non pensare ai tramonti infuocati da sigla di Pollon!). È chiaro: a fare la differenza sono anche le ore di macerazione. C’è chi sceglie di spingere un po’, ma il risultato non sarà mai prepotente, uno di quei “rossati” che confondono le idee. Manterrà la sua essenza, con un tono delicato che somiglia alle guance di chi sta bene… e magari ha già bevuto un bicchiere.
Doc che vai, rosato che trovi. Perché risalendo verso le Terre di Cosenza si cambia musica. Qui è il magliocco dolce l’uva protagonista: una bacca nera ricca di malvidina, sostanza altamente colorante. I rossi sono di un rubino pieno, profondo (dimentica di riuscire a vedere la mano dietro il calice) e i rosati non possono che seguirne il passo, con una carica cromatica decisa. Altro che sorso sottile e beverino: il magliocco dolce tende a dare rosati di struttura che iniziano a far sentire un filo di tannino in bocca e, inconfondibilmente, regalano una ventata di spezie e piccoli frutti rossi.
Il rosato da magliocco dolce è più strong, al pari dell’uva da cui nasce: testarda e coriacea, resiste alle intemperie. Una vera calabrese, insomma. Come il magliocco canino, d’altronde, che si dà la mano col dolce, ma solo nel nome (sono due varietà diverse). Il suo territorio è la provincia di Vibo Valentia e ha una storia affascinante. Uva da taglio per natura decisa e selvatica, ma preziosa: nell’Ottocento, alla nascita di una femmina si regalava una botte da consumare al matrimonio, a dimostrazione della sua longevità. Rischiava di sparire, poi giovani viticoltori ci hanno creduto davvero, lo hanno vinificato in purezza, senza legno, lasciandolo parlare da solo. E hanno fatto bene. Oggi esiste anche in versione rosé: la buccia è spessa, ricca di colore e basta poco per tingere il calice. Il risultato? Un rosato che ricorda il chicco della melagrana, una sfumatura corallo intensa e luminosa.
C’è luce, insomma, e sa di speranza nel credere che, alla fine, vincano i buoni, i produttori sinceri che investono nel territorio, danno voce agli autoctoni, rispettano l’essenza di una pianta. Perché il vino, proprio come una storia d’amore, funziona se l’altro ti piace così com’è, non se speri di cambiarlo. I ritocchini, alla fine, non migliorano. La vera bellezza è l’autenticità.
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