Non vorrei sembrarvi cinico se – non godendo il privilegio di una fede alla quale afferrarmi – dichiaro che il Natale è la più dolce e medicale tra le invenzioni umane. D’altra parte, è un’ansa del tempo accessibile a tutti, senza obbligo di tessera, biglietto o iscrizione. Natale è, per chiunque lo voglia, un pensiero libero tra mille costretti; una carezza tra uno schiaffo e l’altro; una scialuppa di salvataggio, sia pure di breve percorso.

Tuttavia, va ricordato che le gioie del Natale non sono gratuite. Quell’abbraccio di lucette e pensieri leggeri ci presenta il conto, riesumando ogni volta l’attenzione impellente di amici e parenti che speravamo perduti per sempre tra le pieghe del passato. Gente che latita per dodici mesi all’anno riaffiora come una muffa autunnale per imbandire collose tavolate natalizie alle quali non ci si può sottrarre. «Scegli tu il ristorante, che sei il nostro critico preferito!».
Dicono così, ma non lo pensano. Passeranno giorni e giorni di email e messaggini per accordarsi sul luogo dell’incontro, in una selva di veti e controveti per intolleranze umane, più che alimentari. Sinché non si giunge all’immancabile sentenza di condanna da scontare in una bettola di cucina maremonti, suggerita dal più fesso della comitiva. “Ci vado sempre con i colleghi. Si mangia benissimo”.
Sono cene di marmo che si alleggeriscono soltanto dopo il quarto bicchiere, quando la situazione, da tragica, comincia a sembrarmi grottesca. Conservo un buon ricordo soltanto di un’occasione. Accadde in quell’anno in cui Caterina (mia moglie e badante) aveva dato forfait per un febbrone improvviso del quale dubito tutt’ora, pregandomi però di non mancare. «Dai, amore. Vacci almeno tu. Altrimenti, sembra che li snobbiamo…».

Con il lutto nel cuore e un Negroni nello stomaco, mi recai nel ristorante prescelto, addobbato a festa con tre nastri rossi, due fili luminosi pencolanti dal soffitto e un albero di Natale emaciato e triste come un mendicante. Ebbi la fortuna di sedermi gomito a gomito con lo zio Peppe, un anzianotto gaudente che si divertiva a provocare gli altri convitati con battute licenziose che accompagnava con occhiate di intesa al mio indirizzo. Finimmo per guadagnare lo sdegno dell’intera tavolata snocciolando un rosario di barzellette pecorecce alle quali ridevamo noi due soltanto.
Quando venne l’ora dei congedi, scorsi con la coda dell’occhio una tavolata di facce note nella seconda saletta. Fu in quel frangente, che mi ricordai di non aver mai avuto uno zio Peppe. Mi congedai da lui con un abbraccio, feci un cenno di saluto ai suoi ignoti commensali e mi diedi alla macchia, prima che i miei veri parenti mi individuassero…
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