Olio d'Italia

La madre gli nascose i moduli per l'Aeronautica. Oggi guida una delle migliori aziende olearie d'Italia

Premiata dal Gambero Rosso come Azienda dell'Anno nella guida I Migliori Oli d’Italia 2026/2027, Accademia Olearia racconta quasi due secoli di olivicoltura sarda tra Bosana, Dop e innovazione

  • 19 Giugno, 2026
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«Quando sono diventato maggiorenne non avevo l’intenzione di seguire le orme di mio padre nella gestione dell’azienda. Avevo i moduli di iscrizione pronti per entrare in Aeronautica, ma mia madre me li ha nascosti e da lì ho dovuto iniziare a rimboccarmi le maniche in frantoio». Ripercorrere il percorso virtuoso di Accademia Olearia insieme ad Antonello Fois, titolare insieme al fratello Alessandro e alla madre Carmela, significa fare un viaggio attraverso un importante pezzo di storia dell’olivicoltura sarda la cui nascita viene attestata nella zona di Alghero nel lontano 1827, fino ad arrivare a oggi con il Premio Speciale “Azienda dell’anno” nella guida I migliori Oli d’Italia 2026/2027 del Gambero Rosso

Alessandro e Antonello Fois

Da un frantoio di famiglia a una delle migliori aziende olearie d’Italia

Inizialmente si trattava di produzione agricola di vario genere, non ancora focalizzata sulle olive. Specializzazione, quella, che arriverà solo negli anni Sessanta grazie alla scelta del padre Giuseppe di puntare tutto sugli olivi. Già con lui si comincia a ottimizzare la produzione puntando tutto su ciò che di meglio la tecnologia poteva offrire in quel periodo storico, ma la svolta qualitativa arriva soprattutto con i primi impianti a ciclo continuo negli anni Ottanta.

«La nostra casa era proprio sopra il frantoio e durante la raccolta ci capitava di lavorare lì. O meglio, avrei voluto dare una mano perché Alessandro, più grande di me, si dava da fare, ma io che avevo 7-8 anni toccavo tutto e facevo più casini che altro. Così mio padre Giuseppe mi dava 2.000 lire per farmi andare via», sorride Antonello. Un approccio “casa e bottega” fatto di dedizione e ostinazione, che ha portato subito a una svolta qualitativa. All’epoca però l’olio veniva ancora venduto tutto all’ingrosso. Solo nella metà degli anni ’90 in famiglia è scattata l’intenzione di imbottigliare e dare un volto a quell’olio di qualità sul quale stavano investendo così tanto.

«Abbiamo coinvolto grafici e creativi. Così è nata Accademia Olearia, un brand dal nome impegnativo che vuole rappresentare gli sforzi in campo olivicolo e oleario che abbiamo fatto, partendo sempre dal territorio in cui viviamo». Fino ad allora il mercato dell’olio sardo non è stato proprio semplice, dato che a livello commerciale c’era la convinzione che dovesse costare poco per cercare di ammortizzare i costi di trasporto, più alti rispetto ad altre regioni. Un nuovo inizio, quindi, dove c’è stato bisogno del supporto di tutta la famiglia: «Quando è uscita la prima etichetta “Riserva del Produttore” facevamo tutto a mano, dal riempire le bottiglie al mettere le etichette». Oggi da quel punto di vista è tutto automatizzato, ma l’obiettivo dell’azienda è sempre quello di produrre un extravergine di alta qualità in buone quantità che lo rendano commercializzabile in tutta l’Isola, nello Stivale, ma anche capace di posizionarsi in modo concreto ed efficace all’estero.

olive della varietà bosana nel frantoio di Accademia Olearia

La Bosana, cultivar simbolo della Sardegna

Un percorso aziendale virtuoso che, a differenza di molte realtà olearie nazionali, è passato e passa tutt’ora dal legame a doppio filo con il territorio che viene elevato a vera e propria bandiera grazie anche a un lavoro magistrale di valorizzazione della Denominazione di Origine che ha pochi paragoni in Italia. «Quando verso il 2008 arriva il disciplinare della Dop Sardegna noi decidiamo di certificare tutta l’azienda, dal frantoio all’olio imbottigliato». Una scelta importante che abbraccia tutto l’aspetto produttivo, ma anche commerciale in quanto, racconta Antonello, il 90% di chi oggi cerca un prodotto di Accademia Olearia vuole un olio Dop. Ma non solo, «La Denominazione è importante perché dà la possibilità al distributore di avere sempre una rappresentanza dell’isola nel suo listino, ma anche perché più ci si allontana dal luogo di produzione più c’è il bisogno di identificare il prodotto», aggiunge.

Non meno rilevante è stato il legame a doppio filo con la Bosana, la cultivar più importante dell’Isola e protagonista anche della produzione olearia aziendale: «Noi siamo figli della Bosana. È la varietà che conosciamo meglio e che abbiamo saputo migliorare con gli anni». Un lavoro certosino che ha imposto una ricerca in campo e in frantoio tutta rivolta al miglioramento della cultivar senza intaccare il paesaggio. Un percorso fatto anche di rinunce, vista la scelta orgogliosa e consapevole di dire no a impianti superintensivi che snaturerebbero sia la produzione olearia facendole perdere il carattere identitario, così come il valore paesaggistico dell’olivo così importante per questo territorio. «Fino a una ventina di anni fa dovevamo “ingentilire” la Bosana che per il consumatore risultava troppo profumata e intensa al palato. Oggi siamo all’opposto, il cliente la vuole intensa e la maggior parte delle nostre vendite di olio monovarietale riguarda proprio lei», precisa Fois.

Accademia Olearia, tra mercato locale e internazionale

Accademia Olearia oggi è molto presente anche sui mercati esteri, posizionandosi in una trentina di paesi, e sta incrementando fortemente la presenza negli Stati Uniti e in America Latina. La presenza a livello internazionale, però, non ha mai fatto perdere di vista ai titolari il ruolo centrale e trainante del brand all’interno dei confini isolani e nazionali. Un argomento su cui Antonello Fois è molto diretto e netto nel giudizio: «Noi crediamo molto nel nostro territorio e nella nostra regione. Si è vero, sappiamo anche muoverci, ma non cediamo mai nulla del mercato locale e nazionale». La prova si è avuta anche, e soprattutto, negli ultimi due anni, dove le campagne olearie sono state difficili e non sempre soddisfacenti in termini quantitativi. Proprio per questo l’azienda è stata messa alla prova su dove orientare una produzione di qualità, ma più esile dal punto di vista dei numeri. In questo caso il consolidamento del brand è passato in primis dalla fidelizzazione del cliente regionale e di chi la Sardegna la vive ogni anno attraverso l’enorme afflusso turistico.

«L’oleoturismo passa anche da qui, per questo abbiamo rinnovato e potenziato l’area tasting dove chiunque voglia può approcciare all’extravergine di qualità attraverso percorsi di avvicinamento disponibili in varie lingue». Un settore in crescita che rientra a pieno titolo nella panoramica del turismo esperienziale in cui il vino, per esempio, ha già fatto scuola da decenni. La fidelizzazione del cliente non è solo sul versante b2c, ma riguarda e coinvolge anche settori di business che spaziano dalla ristorazione all’hotellerie. Proprio per questo l’azienda negli ultimi anni si è dotata di un reparto di grafica e stampa che segue tutti i progetti che riguardano la personalizzazione di etichette e bottiglie per i ristoranti, per gli hotel che vogliono un prodotto di alta qualità, così come per chiunque voglia caratterizzare la label in base alle proprie esigenze commerciali.

L’oliveto di Accademia Olearia

I nuovi progetti

Il tono di Antonello si fa più serio quando gli chiediamo di cosa avrebbe bisogno l’olivicoltura italiana in questo periodo storico: «Sicuramente di un piano olivicolo serio e concreto che guardi alla qualità, perché la partita della quantità l’abbiamo già persa». Il pensiero va, infatti, ancora una volta alla valorizzazione delle Dop, vera colonna, secondo Fois, per tenere in piedi l’olivicoltura italiana. Non una critica, ma un approccio costruttivo che vada a mettere un argine alle quotazioni in discesa per l’extravergine italiano ormai pesantemente colpito dalle importazioni a dazi zero di olio tunisino; un sistema che, secondo il titolare, sta drogando pesantemente il mercato. L’occhio al futuro, invece, è in realtà già attuale in quanto Accademia Olearia sta riportando in auge uno storico marchio oleario sardo, Argei, dopo averlo acquisito poco tempo fa. Si continuerà a imbottigliare, ovviamente, extravergine, anche se il cuore della produzione riguarderà sughi pronti artigianali e conserve alimentari. «Vogliamo usare lo stesso approccio che abbiamo con l’olio: materie prime regionali, lista di ingredienti corta e qualità delle preparazioni». L’unica cosa che hanno accettato di fare “extra Sardegna” è l’aceto balsamico per il quale hanno stretto una collaborazione con acetaia Giusti di Modena. Al resto ci pensa la continua modernizzazione degli impianti e dell’azienda in generale, oggi completamente autonoma dal punto di vista energetico.

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