Spirits

Perché i produttori di vino in Cina si convertono alla produzione di Brandy

Con il consumo di vino in rallentamento, diverse cantine cinesi stanno distillando l’invenduto per produrre brandy. Una scelta pragmatica in un Paese dove gli spirits - dal baijiu al vermouth - restano molto più radicati nella cultura del bere

  • 10 Marzo, 2026
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Di fronte alle vendite stagnanti del vino, una parte crescente della viticoltura cinese sta scegliendo una strada diversa: distillare. Secondo Wine Searcher diversi produttori, infatti, si stanno “convertendo” alla produzione di Brandy. Una risposta pragmatica ad un fatto: in Cina il vino è un mercato in uno stato quiescente, mentre il consumo degli “spirits” è maggiormente integrato nella cultura quotidiana.  Lo dimostrano i dati di vendita e produzione del Baijiu -distillato cinese- che nel 2024 ha generato ricavi per 113 miliardi di dollari. 

La preferenza per i distillati

«Il vino appare a molti consumatori come un prodotto formale e poco accessibile, privo del calore della quotidianità, e quindi difficile da integrare nella cucina di ogni giorno», afferma Zhang Xueyan fondatore dell’azienda Huang Kou. «Al contrario, il baijiu è il compagno essenziale per le celebrazioni e profondamente radicato nella nostra cultura culinaria». Il vino è percepito come prodotto occasionale, formale, spesso legato al regalo o alla rappresentanza. Il Baijiu, al contrario, accompagna la vita sociale: celebrazioni, pranzi di lavoro, feste familiari. In questo scenario, il brandy occupa una posizione particolare. Pur essendo una categoria minoritaria rispetto al baijiu, è da anni il distillato più importato in Cina, dominato dalla Francia. Nel 2023 le importazioni hanno toccato 1,8 miliardi di dollari, prima di scendere nel 2024 a 1,2 miliardi per effetto di scorte elevate, consumi più cauti e incertezze legate ai dazi. 

Brandy per necessità

Questo cambio di direzione verso il Brandy non nasce da un progetto di lungo periodo, ma dall’esigenza concreta di gestire l’eccesso di vino invenduto, inclusi millesimi che hanno superato la loro finestra commerciale. «Penso che per la maggior parte delle cantine, produrre liquori distillati sia più una necessità che una strategia», ha detto un enologo del Ningxia. «Distillarlo lo rende più adatto per la conservazione a lungo termine».

Tra grandi nomi e nuove sperimentazioni

Da un lato ci sono realtà storiche come Changyu, fondata nel 1892, che da oltre un secolo produce distillati e ha investito pesantemente in progetti premium come Koya, a Yantai, con l’ambizione dichiarata di posizionarsi su standard internazionali. Accanto a questi nomi consolidati, però, sta prendendo forma una nuova generazione di produttori: cantine che sono nate per fare vino ma che stanno per entrare nel mondo degli spirits, spesso legati ai vitigni locali e alla cultura gastronomica cinese.

Nel Ningxia, ad esempio, alcune aziende lavorano sul Marselan — vitigno ormai simbolo della viticoltura cinese — utilizzando vendemmie tardive e appassimenti per evocare profili aromatici familiari ai consumatori di baijiu. Nello Xinjiang, altre cantine sperimentano grappe da uve ibride come il Beichun, mentre nello Yunnan c’è chi, come l’azienda Xiaoling, che produce distillati da vinacce da Cabernet Sauvignon.

Un ponte culturale

Tuttavia questa produzione di Brandy si inserisce «in una più ampia strategia di diversificazione portata avanti da produttori vinicoli locali che, dopo anni di concentrazione su vitigni e stili di ispirazione bordolese, stanno oggi ampliando la propria offerta con spumanti, vini bianchi, orange e naturali, oltre a cocktail a base di vino e infusioni di tè e frutta» si legge su Wine Searcher. Una mossa che non vuole essere un tentativo di sostituzione  netta del vino, quanto creare «un ponte gustativo tra vino e spirits, intercettando consumatori in un settore che spesso si interroga su come attrarre le nuove generazioni».

Per il vino italiano la strada è il Vermouth

Per quanto riguarda le importazioni di vino in Cina, nel 2025 sono continuate a diminuire. Tuttavia,  il vermouth ha mostrato una dinamica opposta, emergendo come una delle poche categorie alcoliche in crescita sul fronte import. Secondo i dati delle Dogane cinesi, tra gennaio e novembre 2025 la Cina ha importato circa 653 mila litri di vermouth per un valore di 3,08 milioni di dollari, con un aumento del 6,9% in volume e del 23,8% in valore su base annua. Francia e Italia dominano l’offerta, rappresentando oltre l’80% del valore importato, con brand già riconoscibili sul mercato cinese come Martini e Dolin, affiancati da produzioni locali come quelle di Changyu.

Il consumo resta prevalentemente legato alla miscelazione nei bar, ma la crescita dell’home bartending — spinta da giovani consumatori, social media e i servizi di alcolici a domicilio — sta ampliando le occasioni di consumo. A rafforzare il trend contribuisce anche il contesto normativo: le tariffe d’importazione sul vermouth rimangono relativamente favorevoli (30% nel 2025 e confermate per il 2026), incentivando alcuni importatori ad anticipare gli acquisti e sostenendo così la vivacità della categoria.

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