L'intervista

"Non si può pensare di salvare i consumi di vino con l'enoturismo". Il monito di Tommaso Marrocchesi Marzi

L'Ad di Tenuta di Bibbiano e consigliere del consorzio Chianti Classico fa il punto sulla crisi dei rossi toscani: "Le Docg più care fanno fatica: i consumatori si spostano su quelle di prezzo medio, come la nostra Gran Selezione"

  • 04 Marzo, 2026
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«Non conosco la situazione di altre denominazioni: sento voci di rallentamenti per certe denominazioni di pregio. Nel Chianti Classico posso parlare su dati certi che ottengo come consigliere di amministrazione del consorzio. Da noi il venduto 2025 come massa è superiore al 2024 con un incremento del 5%».

A parlare è Tommaso Marrocchesi Marzi, amministratore delegato della Tenuta di Bibbianomembro del cda del Consorzio di tutela Vino Chianti Classico e vicepresidente del cda della Fondazione di Tutela del territorio del Chianti Classico che ha promosso la candidatura a Patrimonio Unesco del territorio della denominazione. Lo abbiamo sentito a margine della Chianti Classico Collection 2026, l’anteprima che ha riunito alla Stazione Leopolda di Firenze 223 soci del consorzio, 400 giornalisti da 23 paesi del mondo e 1500 operatori di settore italiani per la consueta presentazione delle nuove annate. «Certo – continua – ci sarà chi ha fatto meno e chi più, ma il dato oggettivo vuol dire che la denominazione, con la sua biodiversità, riesce a compensare ed è in buona forma. Un risultato che va letto in relazione a due eventi importanti dell’anno scorso.

Quali?

Il primo è la perdita di potere d’acquisto del dollaro rispetto all’euro. Pensavamo fosse momentaneo e che avrebbe recuperato: tutti gli indicatori, dalla bilancia commerciale all’occupazione, facevano pensare così. Ma poi non è avvenuto: c’è stata una compressione.

E il secondo evento?

I dazi che hanno portato non tanto la diminuzione dei listini ma un aumento degli sconti con una diminuzione del valore complessivo del venduto in America.

Ciò nonostante dichiarate che la denominazione tiene…

Sì, il valore complessivo della denominazione è aumentato. Il valore medio della bottiglia sia a livello macro che a livello delle singole aziende è coerente. A gennaio e febbraio abbiamo avuto mesi calmi e cauti, ma anche qui ci sono numeri positivi. Il trend migliora. Anche come Tenuta di Bibbiano registriamo un comportamento in linea con il livello macro della denominazione. E si tenga presente che gli Stati Uniti rappresentano per noi il 50% del venduto.

Però il mercato dei vini rossi “strutturati”, da sempre trainante per la regione, non tira più come in passato. Il cambiamento nei gusti dei consumatori si fa sentire?

Il cambio dei gusti ciclico è qualcosa con cui tutti i produttori hanno a che fare. Anche noi non siamo esenti dal confronto con il mercato del palato. Il gusto, poi, cambia più velocemente rispetto all’adattamento nel campo e in cantina che noi possiamo realizzare. Prima di vedere certi effetti in un nuovo vigneto servono cinque anni: nel frattempo il gusto cambia. La produzione è per forza di cose meno reattiva rispetto alla domanda. Detto questo, il Chianti classico grazie alla sua biodiversità, alla  morfologia, allo stile e alle interpretazioni dei consulenti enologi ha la capacità di rispondere a queste esigenze.

I giovani scappano? O è un falso problema?

Si sta confondendo un problema anagrafico con uno sociologico e consumistico. Anch’io ho cominciato ad apprezzare il vino solo alla fine dell’università. Non si può chiedere ai giovani di essere adulti: nessuno ha mai bevuto il vino a 18-20 anni.

Il cambiamento climatico che ruolo ha avuto?

Nelle ultime annata il cambio climatico ha dato più concentrazione, struttura e grado alcolico alto, anche a scapito della bevibilità. Però abbiamo avuto anche annate fluide e scorrevoli. E poi c’è un altro elemento da valutare…

Quale?

I nostri sono vini gastronomici, non sono mai stati concepiti al di fuori della convivialità. Sono strettamente connessi con la gastronomia italiana e internazionale. Il fatto che il vino è accompagnamento del cibo fa sì che i vini più complessi e strutturati trovano sempre l’accompagnamento. Anche quelli esili e freschi trovano equilibrio sulla tavola. Certo, come dicevamo, c’è un cambio dei gusti da affrontare, ma lo abbiamo previsto per tempo piantando anche sui versanti nord per aumentare la fluidità rispetto alla struttura.

 

Secondo le stime Ismea, l’export di vini toscani fermi Dop in bottiglia è sceso dell’8% in valore. I dati delle fascette di Stato richieste per l’imbottigliamento (fonte Avito, l’associazione Vini Toscana Dop e Igp) indicano -3% nel 2025 rispetto all’anno precedente. Queste difficoltà non vi toccano?

Il Chianti Classico è in controtendenza con un +5%. La spiegazione è la complessità e vastità della nostra denominazione che non ha univocità stilistica. Nelle Uga abbiamo visto un valore aggiunto. Le riserve e le annate ci porteranno a capire le differenze tra produttore e produttore e tra territori. Abbiamo anche capito per tempo che si andava verso gradazioni più leggere, adottando una serie di contromisure: cloni e portainnesto meno estrattivi, accorgimenti agronomici tali da provocare il minore impatto possibile sulla qualità dell’annata quando l’estate porta temperature alte e siccità, potature posticipate, vendemmie anticipate, l’uso dei versanti nord, protocolli di fermentazione più leggeri. Il Chianti classico può puntare così su diversi mercati: alcuni mercati mancanti sono compensati da altri.

Ottimisti nonostante i dazi Usa? L’Irpet (l’istituto di programmazione della Toscana) calcola un danno da 300 milioni sull’agricoltura regionale per effetto delle tariffe…

Sì. Ci saranno obblighi dell’amministrazione di venire a patti con l’Unione europea che, nel frattempo, ha fatto bene a non reagire duramente. Credo inoltre che nella nuova situazione imposta dai dazi, il Chianti Classico sia stato avvantaggiato rispetto ad altre denominazioni che hanno perso quote di mercato. Ci può stare, per esempio, che la nostra Gran Selezione abbia riempito il buco di altre denominazioni come il Brunello di Montalcino.

Quindi avete sottratto mercato al Brunello?

A parità di classe di reputazione e classe qualitativa l’effetto dazi ha provocato lo spostamento degli acquirenti dai vini più cari ai vini di medio prezzo. Può esserci stata una compensazione.

Insomma, chi sta meglio e chi sta peggio, oggi, tra le denominazioni toscane?

Penso che la varietà stilistica, produttiva e territoriale del Chianti Classico abbia permesso di reagire alle incertezze del mercato attuale. Altre denominazioni non hanno questa diversità enologica. Ripeto: a parità di percepito qualitativo, c’è stato un fenomeno di spostamento da alcune denominazioni rispetto alla nostra.

Andrea Rossi, presidente di Avito, l’associazione che riunisce 24 consorzi toscani, e del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, ha chiesto “un intervento strutturale” di Governo e istituzioni per «trovare nuovi mercati e alleggerire le regole dell’Ocm promozione».

In parte stimolata dai nostri commerciali, la lista dei paesi dove il Chianti classico sbarca aumenta ogni anno, anche se non in doppia cifra. C’è una tendenza pionieristica già dal 2024. Nel biennio scorso, come Tenuta di Bibbiano eravamo già nelle Filippine, quindi in Thailandia, Malesia, Indonesia, Bolivia, Ecuador. Non sono paesi che compensano contrazioni di altri mercati, ma ti danno il polso della vitalità del Chianti Classico. È un trend ancora lento, ma questi paesi pionieristici sono destinati a crescere e consolidarsi grazie anche alla diffusione dei vini nei grandi alberghi, resort e ristoranti frequentati da una clientela internazionale che, grazia a una maggiore facilità dei trasporti, si sposta più spesso per turismo di piacere o congressuale.

Siete già pronti per l’India e il Mercosur?

È ancora troppo presto per valutare questi mercato. Abbiamo avuto contatti, c’è curiosità.

L’enoturismo può aiutare a compensare il calo delle vendite in questo momento di difficoltà?

L’enoturismo è importantissimo: è bene che cresca e che porti più gente in cantina e nei punti di vendita diretta. Per svilupparlo serve una valorizzazione generale del territorio ai fini di una esperienza culturale ed educativa: soggetti istituzionali e culturali, insieme, devono creare distretti culturali e fare programmazione. In ogni caso, non si può pensare di salvare il mondo del vino toscano o italiano con i turisti. Sarebbe un pensiero fallimentare.

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