Storie

Il giornalista Tv che produce vino naturale in un garage nel Matese

Dalla carriera da inviato a Quarta Repubblica a una micro cantina a Piedimonte Matese: la storia di Francesco Fossa tra vitigni dimenticati, scelte radicali e vini artigianali

  • 07 Aprile, 2026
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Poche migliaia di bottiglie, una cantina che è poco più di un garage e una carriera da inviato Mediaset alle spalle. In mezzo, un’eredità garibaldina che, invece di aiutare, finisce per complicare le cose. Francesco Fossa fa vino nel Matese così: fuori scala, fuori schema, fuori tempo. Classe 1966, giornalista, inviato per Quarta Repubblica, una vita passata tra cronaca italiana e scenari internazionali, Fossa divide il suo tempo tra Roma e Piedimonte Matese. Ed è in quest’ultimo piccolo centro della provincia di Caserta, luogo di origine della sua famiglia, che porta avanti una cantina minuscola – poco più di 1,3 ettari – da cui oggi escono circa 4000 bottiglie l’anno.

Il progetto nasce da una storia familiare precisa. Tra i Mille partiti al seguito di Garibaldi c’erano i fratelli genovesi Giovanni e Angelo Fossa. È soprattutto Angelo a restare nel racconto: capelli rossi, carattere fumino, oste nella parte più antica di Piedimonte, uomo ruvido e irregolare. Il rapporto con il vino, però, passa anche da un’altra figura: lo zio Tonino, “figura mitologica”, autoritario quanto basta. Il suo vino era buono, così dicevano tutti. Francesco comincia lì: lavando damigiane, strappando erba a mano tra i filari, guadagnandosi i primi soldi così. Quando nel 2015 decide di riprendere a vinificare, di quel vigneto restano pochi filari, uve bianche e rosse insieme: pallagrello, camaiola, trebbiano, piedirosso, malvasia.

A quella memoria si ispira uno dei vini simbolo della cantina. Il riferimento è Rosso Malpelo di Giovanni Verga, ma Fossa lo ribalta: “Non avrei mai chiamato un vino rosso Malpelo, sarebbe stato troppo banale. Bianco Malpelo mi suonava meglio”. È un gesto minimo, ma dice molto: spostare il senso, evitare la via più ovvia, tenere insieme memoria e deviazione.

All’inizio anche il progetto si chiamava così: Anima Garibaldina. Un nome identitario, quasi inevitabile. Ma anche un problema.“Gli osti non compravano il vino”. Il caso più evidente a Salerno: degustazione alla cieca, il suo rosato – Anita – arriva primo. Poi si scopre la bottiglia. E il nome. Fine della partita. Da qui la scelta, a malincuore, di togliere tutto. Dalle etichette 2024 resta solo il nome. Francesco Fossa.

La vigna di partenza è quella di famiglia, un impianto promiscuo come tanti: trebbiano, pallagrello, malvasia, uve bianche e rosse insieme. Un patrimonio diffuso, oggi sempre più raro, eroso tra abbandono e reimpianti orientati alla resa o alla moda. Fossa riparte da lì senza un progetto definito. Vinifica, cambia nomi ogni anno, segue l’andamento delle stagioni. “Facevo vino naturale senza sapere cosa fosse il vino naturale”. La macerazione sulle bucce, le fermentazioni spontanee, l’assenza di interventi non sono una scelta ideologica, ma una continuità con un modo di fare. La svolta arriva tra il 2018 e il 2020, anche grazie all’incontro con l’enologa Anna Della Porta. È qui che il progetto si struttura. E soprattutto emerge un vitigno: il trebbiano.

L’importanza del vento

Nel 2019 prova a vinificarne in purezza alcune piante vecchie. Due damigiane, ma decisive. “Mi ha emozionato davvero”. Da lì la scelta di puntarci. Perché il trebbiano, più di altri, è capace di restituire il territorio senza filtri: cambia completamente a seconda di dove cresce. Nel frattempo prende forma anche la cantina. Nel 2020 arrivano la prima commercializzazione e la prima anfora. Oggi la gamma si muove tra poche etichette: Vòria, malvasia istriana in acciaio; Bianco Malpelo, uvaggio di bianchi in anfora; Buran, trebbiano in purezza; e Calecà, rosato da uve miste.

Ed è proprio sulla malvasia istriana che emerge un’altra linea sotterranea del progetto. Una scelta che ha qualcosa di irrazionale, ma non casuale. Da una parte una matrice familiare friulana, dall’altra un’affinità con i vini del Carso. E poi un dettaglio che torna: il vento. Qui lo chiamano Vòria, o Vottavòria. Da quelle parti è la Bora. Stesso suono, stessa forza. “A un certo punto non ho avuto dubbi: volevo provare a piantarla qui”. Una scelta che, almeno in partenza, ha il sapore di una deviazione. Ma che in vigna ha risposto subito regalando un vino dalle eleganti note di agrumi e erbe officinali e con una sapidità persistente.

Tutto nasce in una struttura essenziale, dove è bandito l’uso di lieviti selezionati e ogni fermentazione parte spontaneamente grazie alle bucce. Nessuna filtrazione, nessuna forzatura. Il controllo passa dalla cura, più che dalla tecnica invasiva. La parte difficile resta la vigna. “Portare uva sana in cantina è la parte più complicata”.

E qui entra in gioco il territorio. Siamo nel Matese, tra il medio Volturno e le prime salite verso la montagna. Suoli calcarei, ventilazione costante, escursioni termiche marcate. Vigneti tra i 150 e i 300 metri che diventano montagna in pochi chilometri. Un territorio che non è mai stato davvero valorizzato dal punto di vista vitivinicolo. E proprio per questo ancora integro. Niente viticoltura intensiva, nessuna pressione industriale, un equilibrio che oggi – nel pieno del cambiamento climatico – diventa un vantaggio competitivo. “Qui il valore aggiunto è tutto nella salubrità e nella biodiversità. Non devi inventarti niente”, dice. “Devi solo accompagnarlo”.

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