L'intervista

"Il ruolo del consorzio è avvicinare il vino alle nuove generazioni". L'esordio di Alessio Planeta alla guida della Doc Sicilia

Succede ad Antonio Rallo, rimasto in caria per un decennio. Nella sua elezione ha pesato il ruolo delle cantine sociali: "Lavoreremo al massimo per evitare le estirpazioni“

  • 13 Aprile, 2026
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Alessio Planeta è il nuovo presidente del Consorzio di tutela vini Doc Sicilia. Succede ad Antonio Rallo di Donnafugata, presidente per più di un decennio. La decisione è stata presa lo scorso 10 aprile, durante la prima seduta del nuovo consiglio di amministrazione. Classe 1966, laureato in Scienze Agrarie, Planeta è amministratore delegato dell’azienda di famiglia dal 1991. Nel 2012 è stato nominato Accademico aggregato dell’Accademia dei Georgofili. Nel 2023 è stato premiato come winemaker dell’anno da Wine Enthusiast.

«I consiglieri hanno premiato un percorso iniziato con mio zio Diego che ha sempre creduto nella cooperazione e nelle aziende verticalizzate. C’è l’intento di fare squadra. Raccolgo il testimone da Antonio Rallo con lo spirito del civil servant per continuare il lavoro fatto», dice il neopresidente al Gambero Rosso, a margine di OperaWine a Verona.

Che consorzio ha ereditato?

Un consorzio che ha solidità finanziaria e un’organizzazione importante con diversi progetti avviati e una presenza consolidata sui mercati. È una nave solida in mari che sono un po’ in tempesta. Possiamo contare su degli asset importantissimi. La Sicilia è una importante regione agricola: noi siciliani abbiamo una tradizione del fare agricoltura e questo resta un valore importante nel futuro. In più, il marchio della Sicilia è una forza assoluta nel food, nella cultura e nell’immaginario. Tuttavia, il consumatore ama la Sicilia, ma la compra ancora poco.

Il cda del consorzio è composto per lo più da grandi cantine storiche, fondamentali per il successo del brand Sicilia nel mondo, e grandi cantine cooperative. C’è il rischio che le esigenze dei piccoli produttori restino fuori? E che ci sia troppa attenzione alla produzione di volumi?

Ho avuto la fortuna di formarmi con Diego Planeta che è stato presidente della cantina cooperativa Settesoli per 30 anni. So cosa può fare la cooperazione. La gran parte del vino siciliano è nelle mani della cooperazione: non avrebbe senso un progetto elitario. Dobbiamo difendere un patrimonio globale: ogni ettaro che si perde è una sconfitta. Sarebbe semplicistico difendere solo il valore e non la superficie. Noi dobbiamo aumentare la voglia di Sicilia. Fare meno vino è una soluzione estrema. La Sicilia ha un potenziale importante di consumatori: dobbiamo valorizzare questo momento di visibilità.

Intanto il vino è sottoposto a pressioni e attacchi da diversi fronti, dal cambio dei modelli di consumo alla crescente attenzione ai temi della salute…

Il vino va raccontato in modo diverso: come esperienza cultura e antropologica. In Sicilia non si beve tanto: abbiamo un consumo moderato. Il ruolo del consorzio è avvicinare il vino alle nuove generazioni: abbiamo mille cose da raccontare.

Come si affronta l’instabilità delle dinamiche internazionali?

Sono incertezze che fanno tremare i polsi: ma noi siciliani ci siamo e vogliamo credere nella prevalenza del buonsenso. In questa fase possiamo contare su un costo più basso dei nostri vini rispetto ad altri, su una radicata tradizione agricola e sulla promozione di una bottiglia più leggera realizzata con l’impegno della Fondazione Sostain.

Le associazioni di categoria hanno chiesto la distillazione di crisi alla Regione Sicilia. È d’accordo con questo provvedimento d’urgenza? Come si muoverà il consorzio?

La distillazione di crisi in modalità tarate bene può far bene anche perché arriva dopo degli sconvolgimenti di mercato. Si tratta di un caso in cui bisogna affrontare una situazione imprevista. Ascolteremo il parere della filiera: sarebbe sbagliato non ascoltare la voce di ettari di vigna e di territorio.

L’areale vitivinicolo della provincia di Trapani è quello maggiormente coinvolto dal problema delle giacenze.

Fin da quando ero ragazzo la provincia di Trapani era la più vitata. Pertanto è l’epicentro del fenomeno.

Per la distillazione di crisi la richiesta delle associazioni e di 70 centesimi al litro. L’accordo con l’assessore si chiuderà su queste cifre? Non sarebbe meglio produrre di meno?

Sentiremo le cooperative. Ovviamente, non si può costruire una filiera basata sulle distillazioni. Ma questo è un periodo assurdo con diverse crisi che hanno chiuso i mercati che mi auguro che non si verifichino più. Produrre di meno non andrebbe chiesto a un produttore siciliano che già fa 70 quintali per ettaro ma a chi fa 400 quintali per ettaro.

Tra i punti di forza del consorzio c’è la sostenibilità: quello siciliano è il più grande vigneto biologico d’Italia.

Soddisfare la richiesta di vini sostenibili è una grande opportunità della Sicilia. Dobbiamo raccontarla al consumatore. Allo stesso modo dobbiamo lavorare al massimo per evitare le estirpazioni: da lì non torni più indietro e rovini il paesaggio e la struttura di lavoro.

La Sicilia è un luogo attrattivo: il turismo può aiutare il mondo del vino? Oppure è il vino che può diventare una nuova risorsa per il turismo locale?

La Sicilia offre talmente tanti motivi per visitarla che sarei presuntuosi se dicessi che si viene in Sicilia solo per il vino. Tuttavia, dopo aver trascorso la vacanza in Sicilia resta la nostalgia della bellezza e molti turisti che hanno consumato qui il nostro vino conservano poi il desiderio di riassaggiarlo. L’enoturismo è cruciale per molte zone dell’isola. Ma non si può certo pensare di compensare i consumi all’estero con i consumi nell’enoturismo.

Quali sono le nuove rotte dei mercati del vino siciliano?

Il più concreto è il Mercosur: lì ci sono mercati di grandi dimensioni. In India vedo più burocrazia: lavorare lì è ancora molto costoso. Resta ancora importante il focus sull’Asia: la Cina oggi ha un approccio più consapevole e poi sono Corea e Giappone. Poi ci sono sempre Europa e America: oggi c’è confusione ma non durerà per sempre.

Quale progetto ha lei sulla Doc Sicilia? Sarà una scelta di continuità o dobbiamo aspettarci qualche novità?

Assolutamente nella continuità. Che non va intesa come ripetizione ma come la prosecuzione di un progetto di denominazione che ha un nome evocativo e una forza enorme. Possiamo offrire vini bianchi, rossi e rosati, vini che vanno dal mare alla collina alla montagna. Dobbiamo raccontare con toni diversi i vini che vengono da espressioni e territori diversi.

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