Francia

Bordeaux ultima chiamata: l'evoluzione necessaria della campagna che decide il futuro dell'en primeur

Château e négociant si trovano ad un bivio: abbassare troppo i prezzi potrebbe non bastare. Costantino Gabardi: "Il sistema è fragile perché si basa sul rischio, ma non credo che l'en primeur imploderà"

  • 07 Maggio, 2026
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Cinquemila operatori, il 10 per cento in più rispetto all’anno scorso, e settantasei nazionalità rappresentate. La settimana di anteprime che ha dato il via alla campagna en primeur dell’anata 2025 ha registrato numeri che restituiscono un certo ottimismo. «Anche la quota di visitatori stranieri è salita, passando dal 27 al 31 per cento», ha detto François-Xavier Maroteaux, presidente dell’Union des Grands Crus de Bordeaux. Bordeaux è ancora capace di attirare operatori, stampa e compratori da tutto il mondo.  È il sistema che scricchiola.

Il modello dell’en primeur

L’en primeur nasceva da uno scambio preciso. Le proprietà ottenevano liquidità prima dell’imbottigliamento; il compratore, in cambio, accedeva a un prezzo vantaggioso, oppure a un’allocazione difficile da ottenere in seguito. Negli ultimi anni, però, questo equilibrio si è incrinato. Chi ha comprato en primeur si è spesso ritrovato, pochi mesi o pochi anni dopo, con lo stesso vino disponibile sul mercato a un prezzo più basso.

Già nel 2024 il Financial Times segnalava il problema: dal 2017, con l’eccezione del 2019, i prezzi en primeur sono cresciuti, mentre i rendimenti per chi comprava in anticipo sono stati spesso deludenti. «L’en primeur aveva senso quando c’erano margini di guadagno» ha detto Massimo Bernardi di Sarzi Amadé al Gambero Rosso in una recente intervista. «Oggi vale il contrario: lo compri prima con il rischio che, poi, costi meno».

Per Costantino Gabardi, consulente enologico e profondo conoscitore della denominazione francese, il problema non riguarda solo Bordeaux, né soltanto l’en primeur. Riguarda il modo in cui il mercato oggi guarda al vino. «Il sistema è traballante per una congiuntura di mercato. Gli operatori non se la sentono più di allocare grandi quantità di vino, immobilizzare capitale e fare magazzino».

Un’annata buona in un momento difficile

The Drinks Business descrive l’annata 2025 come un’annata non abbondante dal punto di vista produttivo, ma di qualità diffusa, con picchi su alcune etichette, ma per il Bordeaux En Primeur Opening Report 2025 di Liv-ex, il mercato arrivato a un «punto critico».

«La situazione oggi è simile a quella del ristoratore –  spiega Gabardi – Una volta, pur di risparmiare, comprava sessanta bottiglie. Oggi ne compra tre. Non vuole più tenere gli stock. Se poi quelle bottiglie gli serviranno, le comprerà all’uscita. Se non le troverà, pazienza: i suoi clienti berranno altro». È qui che il sistema mostra la sua fragilità. L’en primeur chiede al mercato di anticipare capitale, assumersi un rischio e aspettare. Ma oggi quel rischio viene percepito come meno giustificato.

Il contesto non aiuta

A pesare è l’intero quadro del fine wine. I négociants devono fare i conti con le scorte delle annate precedenti. Le banche finanziano con maggiore cautela. Gli Stati Uniti restano condizionati dall’incertezza commerciale come la Cina. «Il vino è stato vissuto come un prodotto finanziario», osserva Christophe Bernard di SoboVi. «Il rialzo dei tassi di interesse è stata la mazzata finale».

Nel frattempo, il mercato si è allargato. Liv-ex, la quota bordolese sul mercato secondario si è stabilizzata tra il 30 e il 40 per cento: un dato ancora rilevante, ma lontano dall’egemonia dei primi anni Duemila. I collezionisti guardano sempre più spesso altrove: Borgogna, Champagne, Rodano, Piemonte, Toscana, California.

«Oggi Bordeaux non è più percepito come una grande attività speculativa nel vino», osserva Gabardi. «L’unica vera area che mantiene ancora quella funzione, per ora, è la Borgogna. Ma anche lì siamo davanti a una bolla».

Per il consulente, il nodo è soprattutto finanziario. «Il vero problema di Bordeaux è che non c’è più la stessa predisposizione a mantenere quote di investimento come accadeva in passato. L’en primeur, in fondo, chiede al mercato di fare da banca al produttore. Ma oggi il mercato è molto meno disposto a farlo».

Anche abbassare i prezzi, da solo, potrebbe non bastare. «Non credo che sia una soluzione definitiva – è il punto di vista di Gabardi – Gli château non possono permettersi prezzi troppo bassi. Possono attribuire valori diversi alle diverse annate, questo sì, ma esiste un limite minimo sotto il quale non possono scendere».

Il test dell’annata 2025

In un’intervista a Decanter Edouard Moueix, di Éts Jean-Pierre Moueix è stato netto: «Se la campagna 2025 non avrà successo, allora l’en primeur è morto».

Più che una morte improvvisa, però, lo scenario più probabile è una trasformazione. «Non credo che il sistema francese imploderà – dice Gabardi – È più probabile che evolva, che diventi una specie di en primeur 2.0. Il ruolo dei négociants potrebbe cambiare: meno speculazione, più attenzione al cash flow. Far entrare e uscire il vino più rapidamente, invece di costruire grandi posizioni di magazzino. Per capirci, se oggi cerco un Bordeaux del 1988 da un négociant, probabilmente lo trovo. Ma una 2025, nel 2035, potrei non trovarla più con la stessa facilità. Il sistema potrebbe diventare molto più rapido: entrata, uscita, rotazione».

Anche gli château più elitari potrebbero cercare rapporti più diretti con il mercato. «Il distributore continuerebbe magari a comprare dal négociant, ma dentro relazioni più strette, più selettive, forse anche esclusive». Si chiama evoluzione.

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