Francia

Cresce perché non può crescere: ecco il paradosso che tiene alte le quotazioni dei vini della Borgogna

Mentre Bordeaux aumentava la produzione, qui si differenziavano i mercati. Oggi i risultati si vedono: tengono i prezzi dei grand cru, esplode la richiesta di denominazioni meno "nobili", aumentano i collezionisti

  • 30 Aprile, 2026
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Il paradosso della Borgogna è semplice: cresce proprio perché non può crescere. Con circa 200 milioni di bottiglie l’anno, rappresenta solo il 3,4% dell’intera produzione francese, su una superficie vitata di 32mila ettari (4,3% del totale), ma ha un peso economico e simbolico molto più grande.

La Borgogna del vino è un sistema piramidale, con alla base per oltre la metà della produzione le denominazioni regionali; poi ci sono 44 Aoc Village, circa 11mila ettari (il 10% della superficie vitata), e quindi i 640 climat classificati Premier Cru, estesi su circa 3.400 ettari. Al vertice i 33 Grand Cru, che coprono circa 550 ettari, meno del 2% del vigneto che produce i vini più rari e ricercati del mondo. Ad esclusione delle regionali, i confini delle altre Aoc sono gli stessi tracciati dai monaci Benedettini e Cistercensi tra XI e XIV secolo e fissati per legge dal 1936 e praticamente non possono essere modificati; in altre parole, le vigne più prestigiose della Borgogna, che rappresentano circa il 40%, non possono aumentare la loro estensione. Al contrario di quanto successo a Bordeaux, ma anche in Italia — si pensi a fenomeni come Sassicaia e Ornellaia — dove all’aumento della domanda è corrisposto un aumento della superficie vitata e quindi della produzione – in Borgogna no. Anzi, nelle annate difficili, sempre più frequenti con le instabilità climatiche, le rese calano sensibilmente e riducono ulteriormente la disponibilità di bottiglie.

I prezzi dei vini di Borgogna

Negli ultimi vent’anni, la domanda globale in costante crescita, non potendo contare su un aumento della produzione, ha inevitabilmente spinto i prezzi verso l’alto, tanto che oggi un Village si colloca tra 40 e 90 euro, un Premier Cru tra 90 e 250 euro, mentre i Grand Cru partono da 250 euro e possono salire ben oltre.

L’esatto contrario di quanto accaduto a Bordeaux nell’ultimo lustro: la regione ha perso quella che era la fiera più importante del mondo, il Vinexpo, trasferita a Parigi, mentre la crisi delle vendite, con la politica degli espianti, ha ridotto i 110.000 ettari vitati del 2020 agli attuali 90.000, con una produzione scesa a 450-500 milioni di bottiglie e una forte riduzione dei prezzi che ha colpito tutte le fasce, ma soprattutto quelle medio-basse. In Borgogna invece l’offerta limitata e l’aumento esponenziale della domanda internazionale continuano a sostenere il mercato, trascinando verso l’alto anche denominazioni un tempo considerate minori.

credits: Antoine Martel

Le Grands Jour de Bourgogne 2026

Come abbiamo potuto toccare con mano durante l’ultima edizione di Les Grands Jours de Bourgogne 2026, a spingere oggi è soprattutto il mercato asiatico e la Cina in particolare, che con un centinaio tra buyer e operatori presenti era poco dietro partner tradizionali come Italia, Usa, Germania e Belgio. I numeri confermano questo passaggio: nel 2024, mentre Bordeaux ha perso il 35% delle esportazioni verso la Cina in un solo anno (circa 300 milioni di euro in meno in cinque anni), la Borgogna cresce del 15% nei volumi nella Cina continentale, grazie alla crescita dei vini bianchi più accessibili come Chablis e Petit Chablis, che segnano un +89% in volume, mentre esplode il Mâconnais, che registra un +130% e che, grazie a vini giocati su freschezza, terroir e riconoscibilità, parla a una nuova fascia di consumatori evoluti. Ma, pur non registrando aumenti considerevoli, le bottiglie sono spesso già allocate prima ancora di uscire sul mercato; la differenza, comunque, la fanno i Grand Cru che, pur essendo solo l’1,3% della produzione, generano una quota decisiva del fatturato.

A Hong Kong i rossi di alta gamma rappresentano il 72% delle vendite in valore, circa 69 milioni di euro, e l’intera area della Grande Cina sfiora i 160 milioni di euro. Anche i collezionisti mostrano sempre più interesse per etichette come Romanée-Conti o i Grand Cru della Côte d’Or, percepite come più rare e quindi più solide nel tempo. In un periodo di profonda incertezza, quindi, la Borgogna dimostra allo stesso tempo di essere riuscita ad allargare l’export sul mercato cinese con vini territoriali e non carissimi e, allo stesso tempo, a tenere alto il mercato dei vini di fascia altissima, dove rarità e desiderabilità continuano a guidare la domanda.

Quanto vale il mercato italiano per la Borgogna

«Il mercato dei vini di Borgogna in Italia è cambiato molto negli ultimi anni, un po’ come nel resto del mondo – commenta Luca Cuzziol, presidente di Excellence srl Sidi – Fino agli anni 2000 parliamo di una denominazione quasi sconosciuta: iniziavano ad avvicinarsi i primi wine lover, ma eravamo ancora molto lontani da quello che è oggi questo mondo. Poi,  tra il 2014 e il 2019, il mercato è esploso, ma in maniera anche paradossale, più speculativa che altro. Alcuni player hanno iniziato a investire nei terreni borgognoni, facendone salire i valori, il costo dell’uva e quindi quello delle bottiglie. In parallelo si è iniziato a investire direttamente nelle casse di vino, quasi come alternativa al mercato immobiliare».

Come sono cambiati i rossi

Accanto a questo, però, Cuzziol fa notare un cambiamento positivo: «Fino agli anni 2000 molti rossi della Côte de Beaune non si vedevano e non si vendevano: erano vini diversi, spesso rustici, meno piacevoli. Oggi invece troviamo Volnay straordinari e Pommard che possono tranquillamente confrontarsi con vini di Vosne-Romanée o Gevrey-Chambertin. I rossi sono diventati più suadenti, più interessanti, mentre i bianchi hanno abbandonato l’eccesso di legno per lavorare sulla tensione: sono più diretti, più dritti, e piacciono di più».

La strategia del produttore borgognone

Se si mette insieme tutto questo – aumento del valore della terra, domanda superiore all’offerta soprattutto tra il 2021 e il 2022, in parte anche nel 2024, ricambio generazionale e ingresso di nuovi investitori – il risultato è inevitabile: i prezzi salgono. «Una bottiglia di Gevrey-Chambertin che fino al 2017-2018 costava 30 euro, oggi ne costa 50 o 60, e al ristorante passa da 70 a 120-150 euro – spiega Cuzziol – Ma sono cambiate anche le dinamiche della ristorazione. Per questo non bisogna colpevolizzare il ristoratore: per avere certe bottiglie è spesso costretto a fare il funambolo negli acquisti. La Borgogna funziona ancora con un sistema molto rigido: nemmeno noi importatori possiamo scegliere davvero cosa comprare, dobbiamo lavorare su ciò che ci viene offerto. Il produttore borgognone resta profondamente contadino: se ha 12 appezzamenti, distribuisce quei vini su più mercati per ridurre il rischio. È un sistema comprensibile, ma questo meccanismo fa sì che i vini arrivino sul mercato in quantità limitate e a prezzi sempre più alti». In un Paese come l’Italia, dove i salari sono stagnanti, diventa sempre più difficile accedere alla Borgogna a prezzi normali.

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