Vino a colori

I vini bianchi italiani? All'estero sono ancora sottovalutati. E il motivo è prima di tutto linguistico

Tra gli esperti persiste l'idea che la produzione bianchista italiana sia tutta uguale. Convinzione che nasce da un equivoco linguistico e che non rende giustizia a sensazioni tattili come attrito e viscosità

  • 21 Maggio, 2026
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Da oltre dieci anni i bianchi italiani superano i rossi, eppure sorprende che anche tra alcuni esperti internazionali persista un’idea radicata: che i bianchi autoctoni italiani siano in fondo tutti uguali, freschi e piacevoli, pensati soprattutto per non sovrastare il cibo.

Il bianco italiano da scoprire

Nella fascia alta, nonostante Valentini, Villa Bucci, Benanti e Miani, i vini italiani scambiati su piattaforme come Liv-ex restano dominati dallo Chardonnay. Il problema non è solo una preferenza per i vitigni internazionali, né la convinzione, dura a morire, che i grandi bianchi da invecchiamento debbano essere aromatici o affinati in legno. Molti osservatori internazionali si sono abituati all’idea che il vino italiano sia più guidato dalla “texture” che dal sapore. Ma in inglese “texture” rimanda soprattutto alla “rotondità” e appiattisce una pluralità di concetti distinti nel lessico italiano: “consistenza”, “tessitura”, “materia”. Il vino bianco italiano si distingue invece per la diversità delle sue sensazioni tattili: attrito, viscosità e qualità multisensoriali come la sapidità.

I bianchi italiani e l’ostacolo del linguaggio

Insegnando alla Vinitaly International Academy ho imparato che molti degustatori non italiani non sono abituati a cogliere le sfumature di consistenza nel vino. Il problema, al di là dell’allenamento, è linguistico: non possiamo percepire ciò che non sappiamo nominare. L’italiano ha un lessico ricco per queste sensazioni, con molti termini condivisi con il mondo tessile, storicamente centrale in Italia — “tessitura” stessa, “setoso”, “ruvido”. Questo vocabolario si applica al cibo e al vino più che nel mondo di lingua inglese e nei paesi del Nord Europa.

In molte cucine asiatiche, dalle più delicate, come la cantonese e la giapponese, alla più decisa coreana, la consistenza è importante quanto, se non più, il sapore. Mia nonna, che parla coreano e giapponese, usa parole onomatopeiche come “chok chok”, “marlang-marlang” e “fuwa fuwa”: diverse sfumature di “morbido” difficili da rendere in inglese o italiano.

La riscoperta del tatto

In un mondo di immagini abbaglianti, rumori assordanti, sapori artificialmente amplificati e profumi ridondanti, il tatto è diventato un senso trascurato, ridotto a una simulazione offerta dai nostri dispositivi. Rallentare abbastanza da cogliere le sottili differenze di tessitura in un vino bianco può diventare un’esperienza quasi meditativa; chi la scopre fatica a tornare a vini semplicemente “rotondi”. Un lessico ampio funziona bene in un contesto professionale, ma per un pubblico più ampio, senza un vocabolario condiviso, mi affido alla metafora, che può superare le barriere linguistiche: tagliente e rigido come un cristallo, avvolgente come un abbraccio della nonna.

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