Lo sapevate che

La città degli spaghetti stesi al sole: quando Torre Annunziata era la capitale della pasta

Per anni Torre Annunziata ha esportato pasta in tutto il mondo. Oggi le insegne dei vecchi pastifici hanno lasciato spazio ai palazzi, l'atmosfera non è più la stessa e c'è un solo marchio di pasta artigianale ancora attivo

  • 28 Maggio, 2026
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C’era un tempo in cui passeggiare per le strade di Torre Annunziata significava imbattersi in migliaia di spaghetti lasciati al sole a essiccare. Un tempo in cui, prima del declino e dell’abbandono dei pastifici, il comune alle porte di Napoli godeva di grande prestigio, con mulini attivi e un’industria pastificia che intratteneva rapporti con mercati nazionali e statunitensi.  

Quando Torre Annunziata era la capitale della pasta 

Torre Annunziata comincia a farsi conoscere con l’arrivo della rete ferroviaria nel 1842. Ed è proprio allora, con l’avvento dell’Unità d’Italia, che la città inizia la sua ascesa: la costruzione del porto, la vicinanza del canale e il clima favorevole furono determinanti per lo sviluppo della produzione di pasta, tanto da farle guadagnare il nome di “capitale dell’arte bianca”. 

Foto di Giorgio Sommer/Fondazione Alinari per la Fotografia

All’inizio deglio anni ’90 il 60% dei torresi era impiegato come forza lavoro nel settore e la produzione era soprattutto di formati lunghi, adatti a essere stesi sulle canne durante la fase di essiccazione. L’industria della pasta finì per plasmare anche l’architettura della città: i pastifici (oggi palazzi residenziali) erano progettati in modo da favorire la ventilazione per l’essiccamento, le mura erano in pietra lavica, materiale proveniente dal Vesuvio, e Corso Umberto era l’arteria principale che divideva in due la città.

I dazi sul grano, la mancanza di impianti e la fine dei pastifici

Oggi non c’è più l’odore di grano nell’aria a mescolarsi con quello della salsedine, e i marciapiedi non sono invasi di spaghetti come un tempo. Lo scoppio delle guerre e la nascita dell’Unione Sovietica causarono una certa difficoltà nel reperire grano estero nel periodo rivoluzionario. Con l’arrivo del fascismo fu attuata la battaglia del grano, una campagna portata avanti per rendere il paese più autarchico e autosufficiente attraverso l’aumento dei dazi doganali sulle importazioni di grano. I pastifici, poi, faticarono ad adattarsi al rinnovamento industriale del dopoguerra, senza impianti e macchinari capaci di modernizzare la produzione.

Il declino della pasta e della città

Così, l’immagine di quel paesino alle falde del Vesuvio con il mare a pochi passi e la grande industria dell’arte bianca, è a poco a poco sbiadita. Fare oggi un giro a Torre Annunziata significa confrontarsi con una realtà diversa. L’intonaco si stacca dalle pareti delle case, le porte sono chiuse, quasi a volersi nascondere agli occhi di chi passa, e l’atmosfera che si respira, nonostante la vitalità dei residenti, è lontana da quella di un tempo. C’è però chi non ha mollato, chi ha stretto i denti ed è andato avanti. Chi continua a produrre pasta in una città che da tempo ha cambiato volto: il pastificio Setaro, l’unico ancora attivo.

Pastificio Setaro

Setaro, l’ultimo pastificio rimasto a Torre Annunziata

Tutto ha avuto inizio nell’Ottocento in uno stabile con mura di pietra lavica, acquistato da Nunziato Setaro e portato avanti oggi dai suoi nipoti: Vincenzo, Nunziato e Giovanni. Ma come ha fatto una realtà familiare a resistere tutto questo tempo?: «Siamo una famiglia che ha sempre fatto sacrifici, puntando sulla qualità e mai sulla quantità» racconta Vincenzo al Gambero Rosso. E che ha saputo fronteggiare anche una forte crisi, che per i Setaro è stata causata dal grande divario tra Nord e Sud: «Torre Annunziata era fatta da piccoli laboratori: mentre al Nord avveniva l’industrializzazione con l’arrivo di nuovi macchinari, qui quella trasformazione non arrivò mai. Non si creavano consorzi ed era proprio quello di cui avevamo bisogno: l’unione fa la forza».

Difficilmente la città tornerà a essere la capitale dell’arte bianca che era in passato, Vincenzo ne è consapevole, nonostante nutra ancora qualche speranza: «Ben venga un ritorno, ma molti edifici ormai sono stati trasformati in abitazioni, penso sia difficile». Intanto, i fratelli Setaro continuano a tenere teso quel filo sottile che lega Torre Annunziata a una storia quasi perduta. Una storia che racconta quanto possano essere fragili le filiere che oggi diamo per scontate: equilibri costruiti con sapienza, nutriti da territorio, lavoro e visione, ma non sempre capaci di resistere al peso della storia.

Foto di apertura di Giorgio Sommer/Fondazione Alinari per la Fotografia

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