È morto a soli 53 anni Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi. Un brutto male ha portato via il Principe in pochi mesi, il mondo del vino piange una bella persona, sognante, integra, sempre positiva in tutti i suoi comportamenti. Aveva deciso di portare avanti la visione dello zio Alberico nella Tenuta di Fiorano con una determinazione feroce e una passione straordinaria. Alle porte di Roma, a pochi metri dall’Appia Antica, aveva ridato slancio e lustro a un’incredibile storia produttiva ai limiti della realtà, proprio lì dove era stato prodotto uno dei primi tagli bordolesi in Italia.
Alessandrojacopo portava con grazia un cognome importante, tra i Ludovisi ricordiamo anche i Papa Gregorio XIII e Gregorio XV. Era un appassionato d’arte e curava una galleria contemporanea a Roma. Il vino era la sua grande sfida, una questione di vita. E i risultati ottenuti parlano per lui. Aveva sposato non solo la bellezza della Tenuta di Fiorano, ma i suoi segreti, i suoi tempi, quel credo produttivo e filosofico che negli anni hanno portato i grandi appassionati a scambiarsi bottiglie anche con 30/40/50 anni sulle spalle. E soprattutto aveva riportato una qualità nel bicchiere incredibile, riconosciuta da tutte le guide e gli esperti del settore. Sì, perché i vini della Tenuta di Fiorano conservano un’originalità gustativa e un’identità a dir poco affascinante e riconoscibile.
Seguiva tutti i lavori in prima persona. E ci metteva la faccia sempre. L’abbiamo incontrato spesso dietro a un banchetto: serviva il suo vino con l’entusiasmo di un ragazzo, mentre qualche passante chiedeva il selfie “cor principe”. Era il primo a scherzare sui luoghi comuni dei nobili, si adattava a tutte le situazioni con una genuinità sorprendente. Un anno fa mentre camminavamo tra i filari della Tenuta, abbiamo capito davvero cosa volesse dire per lui la Tenuta di Fiorano. Rappresentava non solo la sua infanzia, ma tutti i valori in cui credeva di più: l’armonia con la natura, l’esigenza di dare la priorità alla passione, l’ostinato rigore nel portare avanti un’idea al di là di tutto e tutti. I suoi silenzi sull’annosa questione eriditiera con gli Antinori raccontavano il suo stile. Teneva un profilo basso che ritrovavamo negli arredi della Tenuta, nelle vecchie botti, nelle maestranze mai cambiate, nelle etichette ancora incollate a mano. Ritroviamo quell’essenzialità in qualche modo anche nei vini. Il segreto di Fiorano? Il vento costante, i suoli vulcanici e tanta pazienza, ci rispondeva in un’intervista di un anno fa. Spesso, andando contro le logiche del mercato, conservava i vini anche 5, 6 o 7 anni prima dell’uscita. Proprio come lo zio Alberico.
E, come da tradizione, non aveva mai aperto a pubblico e giornalisti le porte della cantina storica nella leggendaria grotta di tufo dove sono custodite circa 35mila bottiglie, con milesimi anche degli anni ’50. Come a voler prolungare quel velo di sogno e mistero che avvolge quei terreni che guardano da una parte il Cupolone e dall’altra i Colli Albani. Ancora oggi tra quei filari perdura una “follia produttiva” come quella di raccogliere cabernet e merlot nello stesso giorno per le uve che danno vita al Fiorano rosso. Negli ultimi anni aveva fortemente voluto un altro ritorno alle origini, il Semillòn, tirato in una manciata di bottiglie che v’invitiamo a scoprire.
Tutta la Redazione del Gambero Rosso si stringe intorno ai familiari, la moglie Maria Carolina e i due figli. Che la terra ti sia lieve, Principe.
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