I fondi previsti dal Decreto Natale sono arrivati nei conti correnti dei ristoratori. Ma i malumori non cessano. Si tratta di cifre così basse che non riescono a mettere in sicurezza le attività di somministrazione. E il settore rischia il collasso.
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La salute (pubblica e privata) prima di tutto, si dirà, a buona ragione. Ma a fronte di questo è indispensabile non distruggere il tessuto economico, un intero settore che – da solo – occupa oltre un milione e trecentomila persone. Sembrerebbe saperlo bene il Governo che – nel corso di questi lunghi mesi di stop e limitazioni – ha predisposto ripetuti interventi economici a favore di bar, ristoranti e di quelle attività che sono state obbligate alla chiusura per la pandemia. Arrivando a mettere in campo, nel Decreto Natale, dei fondi extra specificatamente per il settore della somministrazione, oltre a un bonus cuochi inserito nella Legge di Bilancio.

Il Decreto Natale e i contributi a fondo perduto per la ristorazione

Li annunciava il premier Conte, il 18 dicembre scorso, parlando di: “immediate misure di ristoro”, contributi a fondo perduto da stanziare in tempi record per compensare le perdite di ristoranti e bar causate dalle chiusure nel periodo cruciale per le attività ristorative, quello delle feste di fine anno, (tra l’altro imposte sul filo di lana quando già in molti avevano predisposto acquisti e affrontato nuove spese per le previste aperture festive). Una misura quantificata in 645 milioni (e il 100% di quando già ricevuto sulla base del Decreto Rilancio, dunque un raddoppio di quegli aiuti) quasi completamente emessi a favore a chi ne ha diritto, stando alle dichiarazioni rilasciate dall’Agenzia delle Entrate e rilanciate via social dal Ministro Di Maio che un paio di giorni fa su Facebook comunicava con soddisfazione bonifici per 628 milioni di euro (quindi in definitiva 17 milioni in meno rispetto a quanto annunciato), “che nei prossimi giorni arriveranno ai titolari di bar, ristoranti e pasticcerie che hanno subito le restrizioni a causa del Covid nel mese di dicembre” e dal ministro Gualtieri, che ringraziava l’Agenzia delle Entrate “per l’eccellente lavoro”: l’invio di tutti i bonifici automatici previsti dal decreto Natale, che fanno salire a oltre 10 miliardi di euro il totale dei contributi erogati e a 3,3 milioni i bonifici accreditati in automatico.

La risposta delle associazioni di categoria

Fino a ieri, quella soddisfazione non trovava riscontro da parte degli operatori del settore, la maggior parte dei quali non aveva ancora visto alcunché, tanto da indurre Roberto Calugi, Direttore Generale di Fipe-Confcommercio (la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi), a dipingere un quadro cupo: “Ogni giorno riceviamo decine di chiamate da parte di ristoratori e imprenditori che lamentano ritardi nell’erogazione dei ristori promessi dal governo. Quelli di Natale non si sono ancora visti, ma in moltissimi casi non sono stati corrisposti nemmeno quelli di novembre”. Succedeva qualche giorno fa, quando – in un afflato di possibilismo – aggiungeva:

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“Prendiamo atto delle dichiarazioni del Ministro Di Maio e della Vice Ministro Castelli, ci auguriamo che si trasformino al più presto in versamenti sui conti correnti”. Ebbene, questi versamenti sono oggi comparsi su molti (tutti?) dei conti correnti. Ovviamente i malumori non sono del tutto svaniti, e non solo perché – in una situazione come questa – anche un giorno in più può essere critico, ma anche perché ancora una volta l’entità di questi è del tutto insufficiente. Spesso si tratta di cifre che non coprono neanche i costi dell’affitto o dei dipendenti. Senza considerare i prossimi appuntamenti che gli imprenditori devono affrontare.

Dopo i ristori nuove chiusure?

Mentre si preannunciano nuove strette e si ipotizza la proroga dello stato di emergenza in scadenza a fine gennaio, gli Ambasciatori del Gusto bussano di nuovo alla porta del premier – dopo la richiesta di una strategia condivisa per la riapertura in sicurezza dei ristoranti – per richiamare l’attenzione sulla “condizione drammatica in cui versa l’intero mondo della ristorazione” e sulla necessità di una risposta immediata sul tema ristori e tassazione. Perché mentre si preannuncia un semaforo rosso per la ripresa delle attività, senza alcuna previsione di quando sarà possibile riaccendere i motori, “un semaforo continua a restare verde ed è quello dei costi fissi e di gestione che si accumulano: dagli affitti alle utenze fino ai dipendenti e alle tasse. Puntuali come ogni anno iniziano ad arrivare le cartelle esattoriali”. L’esasperazione è ai livelli massimi, e se da una parte c’è anche chi minaccia la disobbedienza civile dall’altra gli Ambasciatori fanno la loro parte, chiedendo al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai Ministri di “essere interpellati per mettere a punto una visione a medio e lungo termine e una strategia che sia finalmente costruttiva”. Richiesta che ancora non ha ricevuto risposta. Come senza risposta sono rimaste fino a ora molte richieste di cassa integrazione. Dopo quasi un anno di chiusure, la tenuta del settore è più che mai a rischio.

Ristori. La risposta degli imprenditori

Gli imprenditori confermano: a Franco Franciosi, per il suo Mammaròssa ad Avezzano i fondi sono arrivati, sia quelli della prima ondata (poco più di 3000 euro), e ora questi della seconda. “Il fatto che si chiamino ristori fa un po’ ridere perché sono come una goccia nell’oceano. Non si ristora mica così! Una spolverata di cacao non puoi chiamarla Tiramisù”. Scherza, cercando di prendendola con spirito, ma lo scenario è critico per tutti, pur con le dovute differenze di caso in caso: grandi o e piccoli centri, locali di proprietà o in affitto, attività a gestione familiare o con molti dipendenti. Ne sa qualcosa Marco Pucciotti: 10 locali solo a Roma (più altri a Londra e in Francia dove ci racconta di locali chiusi ma sostegni maggiori), oltre 100 dipendenti e una situazione che giorno dopo giorni si fa più critica. Solo oggi – 12 gennaio – le sue insegne capitoline, con tre diversi codici Ateco, hanno ricevuto i ristori annunciati nel Decreto Natale. Non solo: niente fondo “made in Italy”, e neanche la cassa integrazione di novembre. Dei suoi oltre 100 dipendenti, il 25% è in casa integrazione al 100%, metà tra il 50 e il 25 mentre il restante 25% sono stati reintegrati. Senza contare che gli ultimi nati, tra i suoi locali (Eufrosino e A Rota), hanno alzato per la prima volta la serranda a gennaio 2020, quindi rientrano in quell’autentico assurdo paradosso normativo che taglia fuori le nuove attività, proprio quelle che hanno sulle spalle più debiti e capitali investiti, perché i ristori sono calcolati in base alla perdita rispetto all’anno precedente. “Imprese esodate” le definisce la Fipe, e stima in circa 3mila le attività “che non hanno potuto fare raffronto con il fatturato di aprile 2019 in quanto inattive per varie ragioni” (ristrutturazione, trasferimento di sede, ecc). “Siamo in una situazione difficile” fa Pietro Vergano (Consorzio e Banco, a Torino) “sono arrivati i ristori di aprile e quelli di novembre, nulla di Natale. Abbiamo esaurito i soldi e la pazienza” conclude.

Siamo consapevoli che la situazione che stiamo vivendo sia davvero difficile da affrontare, le nuove misure restrittive rischiano di mettere in ginocchio il nostro settore. Le conseguenze si faranno sentire a cascata su tutta la filiera dei piccoli produttori di materie prime che sono la linfa del nostro settore. Oggi siamo davvero preoccupati, non solo per l’impatto economico a cui andiamo incontro ma soprattutto perché con questi nuovi provvedimenti è la cultura gastronomica italiana – vanto del nostro Paese riconosciuta in tutto il mondo – a rischiare di scomparire”. Stefania Moroni, nuova generazione alla guida del Luogo di Aimo e Nadia insieme a Fabio Pisani e Alessandro Negrini, oggi anche di Vòce e di Aimo e Nadia BistRo, racconta di una situazione molto grave, peggiorata rispetto a un mese e mezzo fa. Oggi, i tre locali, contano circa 50 dipendenti, molti meno rispetto a quelli che potevano essere un anno fa: “alcuni contratti non sono stati rinnovati, altri hanno deciso di lasciare Milano e tornare a casa, magari a vivere con i genitori o in un piccolo centro in cui i costi sono più contenuti e le possibilità di impiego diverse”: 

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I ristori sono pochi? “Difficile dire ora se sono pochi o sono troppi, è tutto troppo complesso, si potrebbe dire con il senno di poi” e valutare il peso di questi fondi sulle economie del futuro. “Sicuramente è un aiuto indispensabile in questo momento ma non ci consente di guardare ai progetti futuri con serenità e lungimiranza” riflette “i ristori seppur fondamentali in questo momento così difficile sono solo un supporto temporaneo che non può sostituire la normale attività economica”.

Quale è l’entità dei ristori?

“Tra il 10 e il 20% della differenza con il mese di aprile 2019, in base allo scaglione di fatturato” spiega Andrea Graziano che per i suoi Fud Bottega Sicula (Catania, Palermo e Milano) ha ricevuto questa mattina i ristori. “Il 100% di quelli di aprile, e la metà rispetto a novembre” precisa Pucciotti. Una cifra calcolata per 15 giorni di chiusure e restrizioni natalizie, verrebbe da pensare. Peccato che 15 giorni festivi valgono più di un mese qualunque nelle casse di un ristorante. “Aprile per molti è un mese come un altro” continua “dicembre ha il triplo del fatturato”, fino al 20% del fatturato annuo stima la Fipe che aggiunge come nel quarto trimestre 2020, le perdite hanno superato i 14 miliardi di euro, con un meno 57,1% dei ricavi (peggio ancora di quello che era successo nel II trimestre, quello del primo lockdown). Senza considerare che a dicembre ci sono le tredicesime da pagare, anche per chi è in cassa integrazione. Alcuni si trovano a dover scegliere tra pagare queste o l’affitto. E dopo tre mesi in cui, nella migliore delle ipotesi (quella della zona gialla), i locali viaggiano con il motore al minimo, perché per un ristorante lavorare solo il pranzo infrasettimanale con gran parte delle persone in smart working, equivale a non lavorare quasi per niente.

Ristori. Come si calcolano?

Nella prima fase, il 10, 15 o il 20% della differenza di fatturato e dei corrispettivi tra aprile 2020 e aprile 2019. La percentuale è calcolata in base a ricavi e compensi delle attività nel 2019: rispettivamente sopra il milione di euro, tra 400mila e il milione, e fino a 400mila euro. Sotto a questa cifra si parla di 1000 euro per le persone fisiche e 2000 per gli altri soggetti. Nella seconda fase, il risultato del calcolo della prima viene moltiplicato per una percentuale che va da 50% aò 400%, (secondo i codici Ateco), con un importo massimo di 150mila euro.

Le prossime mosse

Il prossimo Dpcm, che entrerà in vigore dal 16 gennaio dovrebbe prorogare le norme attuali, con alcune delle ulteriori limitazioni introdotte per il periodo natalizio (e per i giorni successivi, caratterizzati da aperture e chiusure a singhiozzo), come il divieto di spostamenti tra regioni, l’estensione del week end in arancione anche nelle zone gialle, cui si aggiungerebbe divieto anche dell’asporto dopo le 18, mentre decade l’ipotesi di una stretta ancora più severa (dopo l’abbassamento della soglia del codice Rt per il passaggio nelle varie zone) che implicava il passaggio in automatico in zona rossa se l’incidenza settimanale dei casi è superiore a 250 ogni 100mila abitanti. Mentre si prospetta un peggioramento dei contagi, si affaccia l’ipotesi – per ora solo tale – di zone bianche nelle aree con Rt sotto lo 0,5 e un tasso di incidenza di 50 casi alla settimana ogni 100mila abitanti, in questo caso dovrebbero scomparire tutte le restrizioni.

a cura di Antonella De Santis