Il blocco delle attività ha determinato cali di fatturato anche sopra l’80% per un comparto che da tre anni registrava una costante ripresa. Il presidente dell’associazione Andrea Terraneo racconta i contraccolpi, i problemi burocratici e il nuovo rapporto con i clienti.
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Quello delle enoteche non è uno di quei comparti che se la passa tanto bene – giusto per usare un eufemismo – in questo primo trimestre 2020. Quantomeno, rispetto alla grande distribuzione o al commercio online  di cui abbiamo parlato nei in precedenza. Lo scoppio improvviso dell’emergenza sanitaria e la serrata generale delle attività disposta dal Governo è giunta come un uragano, travolgendo le imprese, le loro strategie e i guadagni, in un periodo cruciale come quello antecedente la Pasqua.

Le enoteche in Italia

Sono 7.209 le enoteche attive a livello nazionale, in aumento del 4% in cinque anni e stabili nell’ultimo anno. Secondo i dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e di Coldiretti Lombardia (aggiornati a settembre 2019), sul territorio italiano sono impiegati quasi 8 mila addetti, un numero che si mantiene stabile in un anno e in crescita del 10% in cinque anni.

Considerando le singole città, i primi dieci comuni in Italia per numero di enoteche attive sono: Roma con 345 (+1,5% in un anno e +35% in dieci anni), Napoli con 221 attività (-1% sia su cinque sia su dieci anni), Milano con 141 (+5% e +72%), Torino con 121 (+5% e +64%), Firenze con 91 (+2% e +7%), seguite da Genova (80 enoteche), Venezia (68), Palermo (62), Bologna (57) e Bari (50).

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In Italia, il comparto enotecario è guidato da donne al 26,5% e da giovani al 11%. Considerando le sedi di impresa (che possono avere più localizzazioni) e i territori con più di 50 attività nel settore, ci sono più giovani a Taranto (25% delle 56 sedi di impresa), a Catania (22% su 72 imprese), Caserta (15% su 100 imprese). Per quanto riguarda le donne, secondo dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e di Coldiretti Lombardia, le percentuali più alte sono a Taranto (37,5% delle 56 imprese), Caserta (42% su 100 imprese), Pisa (35% delle 51 imprese), Como (31% delle 48), Catania (36% delle 72 imprese) e Cagliari (31% di 87). Più stranieri, infine, a Firenze (12%) e Roma (10%).

Vinarius

E pensare che la crisi legata al Covid-19 è sopraggiunta per questa categoria di operatori specializzati in una fase di ripresa e crescita che durava da almeno tre anni, come racconta a Tre Bicchieri il presidente di Vinarius Andrea Terraneo, dal 2013 alla guida dell’associazione nazionale che riunisce circa 115 enoteche dal Piemonte alla Sicilia mentre una decina sono all’estero, tra Europa, Russia e Stati Uniti. Il 20% dei soci, oltre alla vendita, fa pure somministrazione, il 95% è carattere familiare, con al massimo due dipendenti. Un gruppo di imprese nato nel 1981, con l’obiettivo di promuovere e valorizzare l’enoteca come luogo dove si esercita il commercio specializzato del vino di qualità e tutelare il ruolo dell’enotecario come professionista e divulgatore. Una valida cartina al tornasole per capire l’impatto di questa congiuntura sui bilanci aziendali.

I numeri, secondo prime stime, sono già abbastanza eloquenti: rispetto allo stesso periodo di un anno fa, i fatturati risultano in calo tra 60% e 70%, con punte del 90% nei casi più gravi. Dopo un sondaggio interno l’associazione, che sta cercando di ripartire anche facendo ricorso a formule nuove, invierà al Mise una richiesta specifica entro la prossima settimana.

Presidente Terraneo, quanto vi ha sorpresi questa crisi?

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È la prima volta che accade un fenomeno del genere, a cui sia i consumatori sia i produttori non erano preparati. Qualcosa di simile i miei genitori ricordano sia accaduto durante l’ultima guerra mondiale.

Prima di marzo 2020, qual era lo stato di salute dei vostri associati?

Nel triennio 2017-2019 i fatturati delle imprese erano in crescita, con punte del 10% nel 2018 e con un 2019 che ha segnato un +5% medio, generando anche una certa volontà di fare investimenti.

Qual è il profilo imprenditoriale di Vinarius.

Siamo oltre 100 associati, qualcuno si trova anche all’estero. Oltre 95% delle enoteche è a carattere familiare, con al massimo due dipendenti.

A quanto ammonta il fatturato medio?

Nella media è compreso tra 400 mila e 600 mila euro. Qualcuno supera il milione di euro: sono i più strutturati, che all’attività tradizionale aggiungono anche la distribuzione e la ristorazione. Sono coloro che hanno subìto i contraccolpi maggiori, considerando dipendenti, logistica, finanziamenti e investimenti.

E ora come stanno andando i ricavi?

Registriamo un calo tra 60% e 70% da parte di quel 95% di enoteche che fattura tra 300 e 400 mila euro. Nei casi più gravi arriviamo a crolli di fatturato anche del 90%. Qualcun altro, invece, sta lavorando meglio e si tratta di attività familiari, nate anche di recente, che hanno un ottimo rapporto con la clientela. Ma si tratta di mosche bianche.

Come ha risposto il vostro comparto alla crisi?

All’inizio abbiamo risposto in modo poco uniforme. C’è chi ha chiuso per agevolare le operazioni di consegna a domicilio e chi, invece, recentemente ha deciso di riaprire.

Ci sono imprese che rischiano la chiusura definitiva?

C’è chi ha fermato le attività di distribuzione e si sta dedicando solo a fare consegne ai privati. Ma è chiaro che con solo questa attività non puoi andare avanti. In ogni modo, non credo ci sia qualcuno pronto a chiudere. Del resto, le sensazioni che avevi appena venti giorni fa sono già cambiate. Ritengo, invece, che il rischio di non riaprire sia più alto nel settore dell’Horeca, perché dovrà attendere di più prima di riprendere. Se, infatti, il vino invenduto lo tengo in cantina, diverso è il discorso per chi, come un ristorante, ha investito in beni deperibili. In questo caso, un mese di chiusura è già sufficiente per creare un problema.

Diceva che le enoteche stavano investendo. In che cosa, in particolare?

Gli investimenti hanno riguardato, ovviamente, l’adeguamento alla nuova fatturazione elettronica. Inoltre, molte imprese stavano ristrutturando i locali da un punto di vista estetico e qualcuno aveva iniziato anche a lavorare sulla vendita online. Altri investimenti erano previsti sulle nuove annate dei grandi vini, in particolare Brunello e Barolo del 2015. Per noi è importante capire e testare i vini da mettere in vendita, ma l’annullamento delle fiere italiane come Vinitaly e internazionali come ProWein ci ha completamente stravolto i programmi.

In sostanza, quante fiere siete riusciti a fare nel 2020?

Come associazione abbiamo partecipato con una delegazione di 20 enotecari solo a WineParis, a inizio febbraio. Evento, tra l’altro, andato molto bene, che ci ha visti protagonisti di un convegno in collaborazione con la Fédération cavistes indépendants e il Syndicat des cavistes professionnels, a cui ha preso parte anche il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano.

Ora che farete?

Fino a giugno è saltato ogni appuntamento. Il nostro consiglio di amministrazione ha deciso di attendere e per ora ha confermato gli eventi previsti per l’autunno. In particolare, le visite ai territori: puntiamo a mantenere l’evento di formazione di Montalcino che ha luogo da ben 13 anni tra settembre e ottobre. Facciamo un passo alla volta, ma siamo ottimisti.

Certo che non è facile andare avanti…

La volontà c’è tutta, dopo un periodo di scoramento iniziale, ma non è facile quando tutti vanno a casa la sera con il pensiero degli incassi che scendono.

Cosa è accaduto nel primo periodo, quello dei primi decreti del governo sulla chiusura delle attività?

I giorni dei decreti di emergenza del Governo li ho passati fino a tarda notte a capire se le enoteche potevano restare aperte. La legge diceva che si poteva vendere il vino ma senza somministrazione. E tra i nostri soci un 20% fa somministrazione. Devo dire che si è fatta un po’ di confusione all’inizio, soprattutto nel tentare di capire quali fossero i codici Ateco delle imprese ammesse dal Dpcm.

Non sono mancati, quindi, i classici intoppi burocratici …

Esatto. In Italia, tutto è interpretabile. Qualche associato ha dovuto addirittura discutere con le forze dell’ordine che gli intimavano di chiudere il locale. Diciamo che queste situazioni generate da regole poco chiare non aiutano le imprese.

Quali altri problemi pratici state incontrando?

Facendo le consegne dobbiamo continuamente firmare nuove autocertificazioni. Pensi che molti di noi viaggiano coi decreti del governo e le licenze stampate sul cruscotto per fare in fretta ed evitare equivoci.

Come giudicate l’atteggiamento del Governo?

È fastidioso vedere come non ci sia una linea chiara in materia di agevolazioni e interventi a favore delle imprese. Lo abbiamo visto con la norma che prevede un credito di imposta pari al 60% dell’affitto di marzo per negozi e botteghe obbligate per decreto a chiudere. Le enoteche sono escluse dal beneficio perché non hanno l’obbligo di chiusura. Ma lo Stato non ha pensato che ci sono attività chiuse per altre cause. A queste avrebbe dovuto concedere il diritto al contributo.

Cosa chiedete allo Stato e cosa avete detto ai soci?

Dallo Stato vogliamo chiarezza e tempistica certa. Non è possibile essere costretti a interpretare quotidianamente le norme. Ai soci abbiamo chiesto di tenere aperte le attività. Noi ci mettiamo a disposizione ma ci facciamo anche carico di agevolare il consumatore nelle scelte sui luoghi dove poter fare la spesa, evitando pericolose situazioni di calca come accade in altri canali di vendita. Abbiamo più di cento punti vendita, che non commercializzano solo vino, e che in comuni più piccoli, da Capo d’Orlando a Jesi a Moena, per fare degli esempi, rappresentano un servizio alla collettività.

All’interno delle enoteche come è cambiata la frequenza di acquisto?

Premesso che in negozio c’è molta meno affluenza e che mancano le richieste di bar e ristoranti, oggi un cliente acquista, anche a domicilio, tra due e quattro bottiglie. Prima acquistava dei cartoni. Si tratta soprattutto di vini rossi a denominazione, in una fascia tra 8 e 15 euro, che sono consumati nei pasti principali.

Che tipo di vino si acquista?

Non abbiamo ancora i dati a disposizione, ma certamente non in fascia alta, in quanto mancano tutte le occasioni di convivialità come le cene private. In questo momento non esiste il fuori casa tra amici.

Le bollicine? Il Prosecco?

Sono due settimane che non si vende una bottiglia di queste tipologie, compresi Franciacorta o Champagne. Personalmente ho venduto appena una decina di bottiglie in queste prime settimane della crisi.

Si avvicina la Pasqua, cosa faranno le enoteche?

Qualcuno, in vista della Pasqua, aveva riempito il magazzino non solo di vini ma anche di alimentari destinati alle confezioni regalo, investendo somme ingenti. Ora, alla luce delle scarse vendite, queste imprese si trovano a gestire un delicato rapporto coi loro fornitori. Per fortuna la filiera sta venendo incontro a chi è in difficoltà.

E nei confronti dei clienti?

Qualcuno dei soci Vinarius inizia a fare promozione e sconti. E abbiamo anche deciso di pubblicare un elenco aggiornato su www.vinarius.it delle enoteche aperte in tutta Italia, comprese quelle che fanno consegne a domicilio.

Il commercio online è per voi una minaccia o una risorsa?

Questa crisi ci ha fatto capire che la Gdo non è attrezzata a gestire il delivery. I suoi tempi di reazione sono diversi. Noi siamo più smart. Abbiamo reagito facendo consegne a domicilio, pubblicando prezzi e referenze online. Sicuramente, a inizio marzo, vedere quelle corse sfrenate dei clienti ai supermercati ha creato nelle enoteche un certo sconforto. Poi, gli italiani hanno capito che c’eravamo anche noi e che potevamo essere snelli e rapidi. E molte aziende hanno reagito riaprendo l’attività. Essere piccoli, quindi non è un limite. È importante per noi lavorare sulle consegne a domicilio. Ci stiamo supportando con la comunicazione online e, in particolare, sui social. Chi lo ha fatto sta raccogliendo i frutti.

E per chi non lo ha fatto?

A chi non lo ha fatto dico: state aperti, fate consegne e, nei tempi morti, pensate alla vostra attività tra 2 o 3 mesi. Provate a mettervi sui social, fate un piccolo sito di affiancamento all’attività tradizionale in negozio, provate a comunicare diversamente. Magari non è la soluzione ma cominciamo a fare questo cammino. La storia di Vinarius, nata nel 1981, ci ha insegnato che le attività delle enoteche sono state sempre messe in difficoltà dall’andamento del mercato mondiale, ma anche che hanno saputo adeguarsi e reagire all’evoluzione. Ora occorre interpretare e capire cosa cambierà dopo la crisi, cogliere segnali, elaborare soluzioni e metterle in pratica. Ed è quello che faremo, consapevoli che l’e-commerce è strategico ma che il contatto diretto resta un aspetto fondamentale della nostra professione.

a cura di Gianluca Atzeni

 

Articolo uscito  sul numero di  Tre Bicchieri del 2 aprile

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