«A Natale non si discute: si mangia il capitone». Nel film Parenti Serpenti, il capolavoro di Mario Monicelli (1992) ambientato in Abruzzo, a Sulmona, la grande e grassa anguilla femmina protagonista di uno dei “riti” gastronomici natalizi più simbolici della Penisola rappresenta il lato oscuro della famiglia riunita alla tavola di Natale.
È il 24 Dicembre e figli, generi, nuore e nipoti dei due “tosti” e arzilli Saverio e Trieste si riuniscono come ogni anno nella casa dove sono cresciuti. Prima di cena viene trionfalmente portato dalla cucina un enorme capitone vivo, destinato al pranzo di Natale. È ancora guizzante, viscido, indomabile. E con un salto scivola via sul pavimento strisciando tra grida, risate isteriche e tentativi goffi di cattura. Sarà nonno Saverio a raccoglierlo e a buttarlo dalla finestra nella neve, credendolo un’ “intrusa” bestiola e davanti allo sguardo sbalordito dei “parenti serpenti”. Un momento esilarante e un presagio sinistro insieme: è impossibile sfuggire al proprio destino (no spoiler per i neofiti).
Difatti il capitone ricomparirà cotto e servito a tavola. Non è più un animale: è un piatto tradizionale, succulento, pronto per essere mangiato. La famiglia lo consuma con apparente serenità, tra chiacchiere leggere e conflitti latenti. Il capitone ora è il centro del rito, è tradizione, festa, legami di sangue. Ma è anche lo sconfitto, il domato, l’anello debole da sacrificare. Esattamente quello che diventeranno i nonni nella tragedia travestita da commedia, mentre il nuovo anno arriva e si butta dalla finestra ciò che non serve più.

È l’anguilla femmina, come dicevamo, grande e grassa a essere da secoli protagonista delle vigilie natalizie soprattutto nel Centro-Sud Italia. A Napoli, Roma e lungo le coste tirreniche, rappresenta la vittoria del bene sul male: serpentino, sfuggente, quasi diabolico, viene domato, cucinato e condiviso per propiziare l’anno nuovo. Non è un caso che spesso si consumi alla Vigilia di Natale, tradizionalmente giorno di magro: il pesce diventa atto di purificazione, mentre l’anguilla, animale di confine tra acqua dolce e salata, incarna il passaggio e il rinnovamento.

il capitone di Peppe Guida
Ogni regione, paese, famiglia ha la sua ricetta. Fritto, dorato e croccante all’esterno, resta la preparazione più iconica. Ma lo trovate altresì in umido, con pomodoro, olive e capperi, oppure arrostito o marinato. La manualità richiesta — dalla pulizia alla cottura — è parte integrante del rito: un gesto antico che si tramanda in famiglia, spesso accompagnato da racconti, discussioni e memorie natalizie. C’è chi lo ama (per la carne succosa) e chi lo detesta, per l’aspetto e la consistenza viscida. Ma come insegna Peppe Guida «anche se non si mangia, deve essere messo in tavola per devozione». E con responsabilità, aggiungiamo noi: l’anguilla europea è una specie a rischio e occorre prestare attenzione a filiera e provenienza. E alla scaramanzia: occhio a non farvelo sfuggire dalle mani.
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